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Art Focus – La scultura secondo Alberto Di Fabio è risvegliarsi nella materia

By CRAMUM

Commento critico di Sabino Maria Frassà in occasione della presentazione della video-installazione “The Awakening – Alberto DiFabio” realizzata da Alberto Di Fabio in collaborazione con Marco Waldis e Mattia Andres Lombardo e aperta al pubblico dal 15 al 17 giugno a Roma.

Ritratto di Alberto Di Fabio. ©Berto Poli, Courtesy Gaggenau e Cramum

Alberto Di Fabio scultore è meno noto anche se lo studio delle sue opere tridimensionali risulta interessante non solo a livello filologico. L’artista, universalmente noto per i suoi dipinti che tendono e spingono lo spettatore alla trascendenza, realizza da anni materici assemblaggi di elementi naturali raccolti soprattutto sulle spiagge o in campagna. Sono opere enigmatiche, difficili da comprendere e codificare, quasi irriconoscibili. Eppure sono un elemento del tutto coerente con la poetica e il percorso artistico e umano dell’artista.

Recentemente il cortometraggio “The Awakening”  (regia di Marco Waldis su soggetto di Mattia Andres Lombardo) ci ha permesso di scoprire meglio il nesso tra queste due “anime” artistiche, che a prima vista sembrano addirittura collidere. La natura e ciò che ci circonda sono colti dall’artista nella loro intrinseca e al contempo trascendente essenza: del resto la materia è l’inevitabile punto di partenza per intraprendere un percorso di estasi ed elevazione. Nel corto le opere, piccole forme tridimensionali concrete e naturali, vengono riprese e mostrate all’interno della natura e/o di spazi abbandonati dall’essere umano. L’essere umano non c’è più e non c’è mai stato in tutto il lavoro di Di Fabio perché l’artista cerca da sempre di muoversi al di là della cogente esperienza umana.

In questi assemblaggi materici l’artista non toglie nulla; preferisce montare e combinare ciò che trova nella natura, perché, se ci riflettiamo attentamente, la natura non crea togliendo, ma trasformando la materia. Quello di Di Fabio è così un primitivismo radicale, che combina il ready made duchampiano con l’approccio costruttivista delle sculture di Pablo Picasso e l’esistenzialismo di Kenneth Armitage. Per tale ragione preferisco parlare di opere e assemblaggi tridimensionali piuttosto che di sculture. La parola “scultura” ha nella propria etimologia l’idea di plasmare per sottrazione, un elemento che, come detto, è invece del tutto avulso dalla poetica dell’artista. Alberto Di Fabio si ispira alla natura e invece di togliere, aggiunge e combina. Il fine dell’artista è quello di restituire e risvegliare il senso della materia che noi non percepiamo o non riusciamo più a percepire, distratti da ciò che ci circonda dal nostro rumoroso esistere.
“The Awakening – Alberto Di Fabio” (la video installazione realizzata dall’artista nel suo Studio insieme a Marco Waldis e Mattia Andres Lombardo) abbraccia e palesa ancora meglio lo spirito dell’artista mostrandoci la trasformazione della materia in mantra. Ci viene così restituito un mondo cambiato, che riabilita un’umanità che sembra aver perso il ricordo di una natura pura e incontaminata quale era la condizione originaria del nostro pianeta. Riscopriamo come ricorda l’artista “entità che rappresentano la memoria di quest’armonia, che impotenti diventano purtroppo meri spettatori di un mondo in cambiamento”.
La prossima proiezione, all’interno dello studio di Alberto Di Fabio, dà vita a una caleidoscopica installazione artistica, che mostra tutta l’umanità e il senso più profondo dell’arte di Alberto Di Fabio: è un’opera nell’opera, in cui anche i confini della paternità artistica, ossessione del mondo dell’arte contemporanea attuale, scompaiono per lasciare spazio al fluido creativo più puro e scevro da ogni interesse commerciale.
A noi non rimane che essere trasportati e sollevati ancora una volta nella magica trascendenza di Alberto. Buon Viaggio con e oltre la materia.

A Los Angeles una mostra celebra le “lettere liberate” di Lorenzo Marini

By CRAMUM

All’ Istituto Italiano di Cultura di Los Angeles viene ospitata dal 3 Giugno al 29 Agosto 2021 la mostra ALPHATYPE 21 di Lorenzo Marini. Dopo le importanti mostra curate da Sabino Maria Frassà a Venezia (Fondazione Bevilacqua La Masa) e a Milano (Gaggenau hub) Los Angeles ospita una mostra che celebra il percorso artistico del fondatore della corrente “TypeArt”, liberando definitivamente le lettere. Come sottolinea il curatore Peter Frank “L’arte per Lorenzo Marini è un percorso di catarsi volto a trovare la “Parola”. L’arte per Lorenzo rappresenta quindi quel senso, quella parola, che ha riempito e riempie ogni giorno il “silenzio” della vita quotidiana”.

Lorenzo Marini commenta così il suo legame con Los Angeles e l’importanza di questa mostra:“Los Angeles è l’unica città in cui posso parlare del mio percorso artistico sentendomi perfettamente a casa. Qui il colore , l’energia vibrante, l’apertura mentale e la ricerca dell’innovazione fanno par te della vita quotidiana. In questi anni sono riuscito a ricomporre il dialogo tra forma e contenuto affrontando il cartoon, l’advertising e il silenzio del bianco. Il punto d’arrivo l’ho ritrovato unendo l’amore per il futurismo allo studio della calligrafia orientale. Per me le lettere sono nate libere e come gli uomini sono creature sociali ma anche individuali. È tempo di celebrare la bellezza della geometria che le compone e lasciare il gregge della tipologia alfabetica. Non sono necessarie solo per leggere o per scrivere, ma anche per alimentare la fantasia”.

Le 14 opere in mostra ripercorrono il percorso iniziato con il manifesto per la liberazione delle lettere. Saranno presenti due “Alphatype” e due “Snowtype”. Al centro dello spazio espositivo l’artista ha creato una installazione dinamica omaggiando le fontane italiane, dove lo zampillo dell’acqua viene sostituito da quello delle lettere.

Nominati i Finalisti dell’8^ Edizione del Premio Cramum

By CRAMUM

Milano 28 maggio 2021.
Cramum annuncia i nomi dei 12 finalisti (provenienti da Italia, Belgio, Cina e Germania) dell’8^ edizione del Premio Cramum per l’arte contemporanea in Italia: Elisa Alberti (Germania-Italia), Maurizio Cariati, Stefano Cescon, Chiara Cordeschi, Matteo Di Ciommo, Jingge Dong (Cina), Clarissa Falco, Stefano Ferrari, Maxim Frank (Belgio), Miriam Montani, il duo Andrea Sbra Perego & Federica Patera, Federica Zianni.

Il vincitore/La vincitrice sarà nominato/a il 7 settembre a Villa Mirabello di Milano in occasione della DesignWeek e dell’apertura della mostra “(La) natura (è) morta?” a cura di Sabino Maria Frassà. Le opere dei finalisti saranno esposte al fianco di quelle di 12 artisti di fama e fuori concorso: il duo Bloom&me (Carolina Trabattoni e Valeria Vaselli), Ludovico Bomben, Letizia Cariello, Gianluca Capozzi, Michele De Lucchi, David LaChapelle, Alberto Emiliano Durante, Ingar Krauss, Fulvio Morella, Paola Pezzi, Elena Salmistraro, Carla Tolomeo.
Il premio e la mostra sono resi possibili dalla collaborazione con Fondazione Mirabello Onlus, Istituto Confucio dell’Università degli Studi di Milano, Associazione Marmisti della Regione Lombardia, Marini Marmi Srl, Studio Museo Francesco Messina, The Art Talk e Ama Nutri Cresci.

Il Direttore Artistico, Sabino Maria Frassà, constato il record di iscrizioni e l’elevata qualità dei progetti proposti, ha voluto nominare, come da bando, anche 10 “Artisti in Evidenza”. Gli “Artisti in Evidenza” si sono distinti per l’innovatività formale e sostanziale del progetto artistico proposto e le loro opere, anche se non in mostra,  saranno pubblicate nel libro del Premio Cramum 2021. I 10 “Artisti in Evidenza Cramum 2021” sono: Mauro Baio, Alessia Cortese, Gaetano Frigo, Alberto Peterle, Cristina Porro, Tommaso Sandri, Giulia Seri, Nicolò Serra, Lucrezia Zaffarano, Daniele Zoico.

Per la prima volta sede del Premio e della mostra sarà la splendida Villa Mirabello di Milano che sarà aperta per la prima volta al pubblico milanese dopo il restauro in occasione della mostra.

Il Comitato Scientifico, cuore della giuria del Premio Cramum, decreterà il vincitore/la vincitrice il giorno dell’inaugurazione 7 settembre 2021. Oltre agli artisti fuori concorso fanno parte del Comitato noti galleristi, giornalisti, collezionisti e intellettuali: Valentina Ardia, Loredana Barillaro, Giulia Biafore, Paolo Bonacina, Ettore Buganza, Cristiana Campanini, Valeria Cerabolini, Jacqueline Ceresoli, Carolina Conforti, Stefano Contini, Camilla Delpero, Riccardo Fausone, Chiara Ferella Falda, Raffaella Ferrari, Antonio Frassà, Maria Fratelli, Giovanni Gazzaneo, Rosella Ghezzi, Pier Luigi Gibelli, Giulia Guzzini, Giuseppe Iannaccone, Alice Ioffrida, Gian Luigi Lenti, Angela Madesani, Achille Mauri, Fiorella Minervino, Fabio Muggia,  Annapaola Negri-Clementi, Antonella Palladino, Rischa Paterlini, Francesca Pini, Giovanni Pelloso, Ilenia e Bruno Paneghini,  Alessandra Quattordio, Fulvia Ramogida, Iolanda Ratti,  Alessandro Remia, Elisabetta Roncati, Livia Savorelli, Massimiliano Tonelli, Patrizia Varone, Nicla Vassallo, Giorgio Zanchetti, Emanuela Zanon.


Foto Copertina: Cubo simbolo del Premio Cramum realizzato in Nuvolato di Grè dalla Marini Marmi Srl
Foto: Villa Mirabello di Milano

IO | N Fabio Sandri al Gaggenau DesignElementi di Milano

Art Agenda, 7 giugno – 29 luglio, “IO | N” personale di Fabio Sandri al Gaggenau DesignElementi Hub di Milano

By CRAMUM, Eventi

Il nuovo ciclo artistico “Extraordinario” di Gaggenau e Cramum parte il 7 giugno dall’hub di Milano con la mostra “IO | N” a cura di Sabino Maria Frassà e dedicata al Maestro della fotografia off-camera Fabio Sandri. L’artista attraverso le sue grandi installazioni fotografiche indaga il sempre più labile confine tra noi e gli altri. La mostra è costruita per essere un percorso – grazie e attraverso lo spazio – di presa di coscienza dell’altro da sé, del Noi (da cui la natura quasi palindroma del titolo Io-Noi).

Per Sandri non esiste alcun grado di separazione tra l’io e l’altro da séChi sono io? Io sono la realtà in cui esisto, mai da solo. Sono quindi anche tutto ciò che è altro da me in questa stanza e nello spazio. Sono a ben pensarci quell’infinito NOI a cui l’artista dà forma e sostanza attraverso la luce” spiega il curatore Sabino Maria Frassà.
L’arte di Fabio Sandri utilizza proprio la luce come strumento fondamentale della conoscenza, o meglio del disvelamento del reale, e si caratterizza per una concezione plastica del medium fotografico, indagato nella sua essenza, ovvero quale impronta su supporto fotosensibile a contatto diretto con la materialità dei luoghi o quale impronta continua del divenire temporale. Presenza umana e fisicità temporale precipitate nel materiale fotografico, opere in cui si sommano a volte impronte di film a quelle della situazione ambientale in processi aperti di costruzione.

 


IO | N

personale di Fabio Sandri a cura di Sabino Maria Frassà
7 giugno – 29 luglio
Gaggenau DesignElementi Hub
Corso Magenta 2 (cortile interno) Milano
Lunedì – Venerdì | Ore 10:00 – 18:30 (su appuntamento)
per visitare la mostra gaggenau@designelementi.it
per informazioni sulla mostra infocramum@gmail.com

Promossa da Gaggenau e Cramum con la collaborazione di DesignElementi

Elena Bellantoni vince l’Arteam Cup 2020

By CRAMUM

Vincitrice assoluta del concorso Arteam Cup 2020 è l’artista Elena Bellantoni, che potrà allestire una mostra personale al CUBO Unipol di Bologna. Elena Bellantoni è anche la vincitrice della sezione Fotografia (comprendente anche videoarte e new media art) con l’opera “I fear” (2020, video full HD, durata di 60”). «Avanzare o regredire. Spogliarsi o sporcarsi. In un viaggio interrogante, mentale e rituale, di corpo e linguaggio alla ricerca del sé nelle sue diverse espressioni e dell’altro (qui in forma di specchio), l’opera – si legge nella motivazione – attiva immaginari e vissuti chiari in cui immediatamente chiunque riesce ad immedesimarsi e li riattiva nella memoria vissuta o acquisita. In tempi incerti, come gli attuali, il contributo dell’artista in questa direzione è un binocolo ma anche un caleidoscopio su cui ognuno può cogliere e agire percorsi differenti e alternativi nel reale di un presente che vorrebbe esorcizzare il riproporsi di vicende animate dalla paura».

Ettore Pinelli vince nella categoria pittura e Alessio Barchitta in quella della scultura. Inoltre conferiti il Premio Speciale Bonelli Arte ad Armida Gandini, Silvia Inselvini, Camilla Marinoni e Miriam Montani, il Premio Residenza d’artista Cascina Granbego ad Alessandra Baldoni e il Premio Speciale #arteamcuponair a Diego Randazzo.

La cerimonia di premiazione si è tenuta domenica 16 maggio presso la Fondazione Dino Zoli di Forlì, che dal mese di ottobre 2020 ha ospitato la mostra dei 60 finalisti di Arteam Cup 2020, a cura di Matteo Galbiati, Livia Savorelli e Nadia Stefanel. Erano presenti, oltre ai curatori, anche Diego Santamaria (Presidente di Arteam), Monica Zoli e Dino Zoli (Dino Zoli Group), che hanno ribadito l’importanza di attivare collaborazioni artistiche ad ampio raggio per contribuire alla costruzione di percorsi professionalizzanti.

Tutti i premi – descritti nel dettaglio sul sito www.arteamcup.it/arteam-cup-2020-premi/ – sono stati attribuiti agli artisti da una giuria professionale, composta da Marina Dacci (curatrice e membro del Comitato Scientifico della Fondazione Palazzo Magnani), Matteo Galbiati (critico d’arte e docente, Direttore web Espoarte e membro interno di Arteam), Lorenzo Madaro (curatore d’arte contemporanea e docente), Raffaele Quattrone (sociologo e curatore d’arte contemporanea), Leonardo Regano (storico dell’arte, critico e curatore indipendente), Livia Savorelli (Direttore Editoriale Espoarte) e Nadia Stefanel (direttrice della Fondazione Dino Zoli di Forlì, Cultural e Communication Manager per Dino Zoli Group).

La Giuria di Arteam Cup 2020, inoltre, in ragione dell’alta qualità degli artisti finalisti, ha voluto assegnare quattro menzioni speciali, ideando un premio aggiuntivo che consiste in una mostra, la cui progettualità sarà sviluppata in collaborazione con Bonelli Arte e consistente in una collettiva con la curatela dei membri della giuria di Arteam Cup 2020, negli spazi della Galleria Bonelli a Pietrasanta. La mostra sarà realizzata nell’aprile 2022.

Le quattro menzioni speciali sono assegnate ad Armida Gandini, Silvia Inselvini, Camilla Marinoni, Miriam Montani, vincitrici del Premio Speciale Bonelli Arte.

«L’opera di Armida Gandini occhieggia a teatrini per bambini, a diorami bidimensionali e al teatro delle ombre in cui silhouette ritagliate accolgono immagini in un gioco di ricostruzione visionaria e per assonanze della presenza dell’uomo nel corso della storia e nell’attualità. L’opera predispone un rituale visivo che immerge in un tempo senza confini, accogliendo due registri comunicativi differenti che, interagendo, acquisiscono un potenziale narrativo capace di attivare altre storie e profilare l’orizzonte di nuovi immaginari».

«L’opera di Silvia Inselvini è un omaggio alla materia in cui tessere mescolate restituiscono in modo scultoreo un rapporto bidimensionale tra supporto e segno agito. Il risultato arriva come “rivelazione” esperita attraverso un processo che asseconda il corpo e l’animo esecutori. La mano compulsivamente segna una scrittura con un automatismo che lascia allo sguardo, nell’annullamento conseguente del tutto, la massima libertà di azione».

Nel lavoro di Camilla Marinoni, «Piccoli sarcofagi si susseguono, elemento dopo elemento, come omaggio/memento commosso alla vita, spesso spezzata dal dolore. L’opera è un’orazione laica nata dall’attualità di un presente drammatico e tragico. L’immagine si carica densa di un liturgico riferimento eucaristico di sangue versato e corpo martirizzato: il vino, come il sangue di Cristo, imbeve i fogli/ostia, lacerti di una carnalità compressa e schiacciata, immolata all’estremo sacrificio».

Come accade per Miriam Montani, «Si può scrivere il silenzio e dare poesia all’invisibile semplicemente raccogliendo e accumulando quello che ci avvolge senza che se ne abbia sentore. La paura per un veleno invisibile diventa atto di sensibilizzazione quando questo, raccolto, torna ad essere materia capace di una nuova creazione. L’opera allora supera il proprio statuto estetico e ritorna ad essere acuta riflessione etica».

In occasione della Premiazione, sono altresì stati assegnati il Premio Residenza d’artista Cascina Granbego vinto da Alessandra Baldoni e il Premio Speciale #arteamcuponair assegnato a Diego Randazzo.

La mostra dei finalisti, accompagnata da un catalogo Vanillaedizioni (www.vanillaedizioni.com), è stata realizzata con il supporto di Belletti & Baroni Costruzioni di Rimini e di NM> Contemporary di Monaco; partner tecnico I Sabbioni di Forlì; media partner Espoarte.

Libro Cramum Cucurucucu

FRANCO BATTIATO A BAGHDAD CANTÒ PER CHI LA PENSAVA DIVERSAMENTE DA LUI

By CRAMUM, Cultura

Ricordiamo il Maestro Franco Battiato che ieri ci ha lasciati condividendo il testo di Alba Solaro pubblicato nel 2019 all’interno del libro Cramum “Cuccurucucu”. Alba Solaro racconta viaggio fatto insieme a Battiato nel 1992 a Bagdad in occasione del celebre contento donato alla popolazione irachena alla fine della 1° Guerra del Golfo.


FRANCO BATTIATO A BAGHDAD CANTÒ PER CHI LA PENSAVA DIVERSAMENTE DA LUI

Alba Solaro in “Cuccurucucu”, libro a cura di Sabino Maria Frassà, edito Cramum, 2019

Dalle finestre dell’hotel Al-Rashid di Baghdad si vedevano le palme. Franco Battiato si incantava a guardarle. «La prima mattina che ho aperto la finestra della mia stanza, è stata un’emozione fortissima. Palme grandi che sembravano essersi passate il testimone per mille anni: il sogno di una civiltà antichissima, finalmente intorno a me». Erano sopravvissute anche ai bombardamenti: neanche due anni prima proprio da quelle finestre gli inviati di guerra trasmettevano le immagini di Desert Storm, le scie verde fosforescente dei missili nella notte, come in un video game. La notizia di un concerto di Franco Battiato a Baghdad era arrivata poche settimane prima, inattesa e irrinunciabile. Battiato che va a cantare per Saddam Hussein? Ovviamente no, era lì perché «non c’è niente che impedisca a una persona di aiutare anche chi la pensa in modo diverso». Così, una mattina di inizio dicembre del 1992 siamo atterrati tutti ad Amman, in Giordania, per quella singolare missione umanitaria. Non c’era altro modo di raggiungere l’Iraq, l’embargo che aveva isolato il paese dopo la prima guerra del Golfo, era esattamente il motivo per cui eravamo lì. Toccava affrontare la lunga traversata dell’autostrada che dalla capitale giordana va fino al cuore della Mesopotamia, una lunga striscia di asfalto e intorno solo deserto. Siamo partiti all’alba distribuiti in una lunga carovana di taxi con a bordo Battiato, i suoi musicisti, il maestro Giusto Pio, Antonio Ballista, i discografici, gli addetti stampa e poi cameraman, giornalisti, fotografi, interpreti, i volontari di Un ponte per Baghdad che portavano container pieni di medicine e latte in polvere per gli ospedali iracheni. I successi neomelodici mediorientali che le radio dei taxi diffondevano implacabili rendevano il viaggio interminabile; arrivare nel caos di Baghdad, traffico, polvere, densità umana, era stato un sollievo. La città non aveva che poche cicatrici rimaste dalla guerra, cosa che ci aveva colpito. Eravamo andati in giro per il centro, guidati attraverso le vie del bazar, a fare shopping di antichi tappeti da preghiera e monili coi lapislazzuli; Battiato chiacchierava con i mercanti, curioso di tutto. Nelle strade, nelle hall dei teatri e dei palazzi governativi campeggiavano i ritratti del raìs Saddam Hussein in divisa, con la kefiah, in abiti civili, serio, sorridente: ho ancora in qualche cassetto i selfie che ci facemmo con le macchinette usa e getta portate da casa. Battiato era emozionato e felice. A tavola raccontava di aver detto subito sì quando lo avevano chiamato dall’ambasciata irachena per quel concerto, «io che non dico mai subito di sì a nulla». E invece. Cos’era stato? C’era un filo che correva invisibile, suggestivo, il profondo rispetto per la vita umana e la profonda empatia e compassione, etimologicamente inteso come “condivisione del dolore”. E poi Mesopotamia è di pochissimi anni prima, incisa nell’89; un’elegia al nostro transito terrestre, le voglie, le gioie, i piaceri e i dispiaceri, “tutte le impressioni che ho avuto in questa vita” e che sono destinati a dissolversi, mentre la “valle tra i due fiumi della Mesopotamia / che vide alle sue rive Isacco di Ninive” è sempre là; come le alte palme sotto le finestre dell’hotel Al-Rashid. Battiato l’aveva cantanta, quell’elegia, seduto sui tappeti al centro del palco dell’austero Teatro Nazionale di Baghdad, attorniato dall’Orchestra Sinfonica Nazionale irachena, col vice primo ministro Tareq Aziz fra il pubblico. Aveva fatto anche un brano dal Gilgamesh, la sua opera ispirata alla mitologia assiro-babilonese; e una versione in arabo de L’ombra della luce, con un consulente iracheno e uno palestinese per la pronuncia (il pomeriggio alle prove era stato disciplinato ma a un certo punto era sbottato «e lasciatemi anche sbagliare»). Era venuto fino a Baghdad, ci diceva, perché voleva vedere coi suoi occhi, dei media non si fidava. Essere strumentalizzato dal regime non lo preoccupava: «Mi dicevano: stai andando all’inferno. Io rispondevo: perché, qui da noi è il paradiso?».

La commozione più grande fu l’incontro con gli orchestrali iracheni; Battiato gli aveva portato spartiti, ance, corde per i violini, un piccolo gesto per rompere il senso di isolamento. L’embargo non blocca mai soltanto il traffico delle merci, questo avevamo visto coi nostri occhi; blocca anche la circolazione delle idee, della cultura, della musica, di tanti beni immateriali e non per questo meno essenziali: «Se non arrivano libri, non c’ è possibilità di continuare a studiare; e se la cultura, le notizie non arrivano è difficile che un regime si possa contrastare». Per mandare i nostri articoli usammo il telex che c’era negli uffici dell’hotel. L’ultima sera, prima di partire, Battiato ragionava su quello che avevamo vissuto. «La scelta finale di un individuo», mi aveva detto, «è tra violenza e apparente passività. Se vengono a casa mia con un mitra e dicono questa non è più casa tua, posso fuggire in montagna a combattere oppure cercare un altro luogo dove ricominciare. Oggi come oggi io opto per la seconda possibilità. Ma sia ben chiaro: il rifiuto della violenza non è necessariamente codardia. Anzi per me è una categoria dello spirito che si ritrova in tutti grandi mistici della storia come il persiano Al Junayd che morì proprio qui a Baghdad nel 950 e che disse una cosa per me di sconvolgente intelligenza: “L’acqua prende il colore del suo contenitore”. Chi vive nella trascendenza ha una concezione fluida dell’essere, dove per la violenza non c’è posto. È come un fiume che quando trova un masso semplicemente devia il suo corso».

In copertina un’opera di Andreas Senoner

Cramum partecipa alla DesignWeek di settembre con la mostra “(LA) NATURA (E’) MORTA?” e le opere inedite di Fulvio Morella e Bloom&me

By CRAMUM

Cramum partecipa alla DesignWeek 2021 di Milano con la mostra internazionale “(LA) NATURA (E’) MORTA?” a cura di Sabino Maria Frassà. La mostra apre il 7 settembre presso la prestigiosa Villa Mirabello, aperta per l’occasione al pubblico dopo il restauro. 

L’erbario apparente, Bloom&me per Cramum, 2021

La mostra è il momento conclusivo dell’ottava edizione premio Cramum che si caratterizza da sempre per affiancare ai giovani artisti finalisti – nominati tra meno di un mese – artisti di fama internazionaleQuest’anno la mostra si pregia così dell’adesione di 12 artisti in mostra fuori concorso: il duo Bloom&me, Ludovico Bomben, Letizia Cariello, Gianluca Capozzi, Michele De Lucchi, David LaChapelle, Alberto Emiliano Durante, Ingar Krauss, Fulvio Morella, Paola Pezzi, Elena Salmistraro, Carla Tolomeo.

Tra le opere in mostra anche i due progetti artistici inediti di Bloom&Me e di Fulvio Morella incentrati sul tentativo di celebrare, catturare e conservare attraverso l’arte l’effimera bellezza della natura.


Bloom&me
 risponde alla domanda “La natura è morta?” posta dalla mostra con un ciclo di 8 opere intitolato “L’erbario apparente“, pensato come progetto site-specific per Villa Mirabello. Il duo formato da Carolina Trabattoni e Valeria Vaselli lavora su un mix di fotografia e disegno a china, e realizza una sorta di erbario in cui la natura è morta solo apparentemente. Come spiega il curatore della mostra Frassà “L’erbario ha origini antichissime; era un modo non solo per conservare le piante e i fiori, ma anche per catalogarli e confrontarli come un vero e proprio strumento di conoscenza. Il duo Bloom&Me reinterpreta l’erbario quale strumento di memoria oltre che di conoscenza. Nella memoria il reale si confonde e si fissa con la parte emozionale di ciascuno di noi; allo stesso modo le piante rappresentate “crescono” e si trasformano al di là di ciò che erano veramente. Con il loro sofisticato linguaggio le artiste cristallizzano la bellezza e l’armonia della natura nel suo splendore vitale in divenire. Tale forza è enfatizzata dallo sguardo fotografico di Carolina che ritrae i fiori sempre dal basso verso l’alto a celebrarne la grandiosità. Se grazie al suo sguardo la natura prende nuova forma, dal segno sottile (su entrambi i lati della carta) di Valeria si genera un intenso gioco di luci, ombre e rimandi caleidoscopici. In bilico tra il Magico mondo di Alice e quello di Lilliput, accompagnati dal vento sempre ritratto e fil-rouge del ciclo di opere, lo spettatore non può che perdersi in questo sogno a occhi aperti”.

Stone Wood, Fulvio Morella per Cramum, 2021

Fulvio Morella è l’artista noto per esser riuscito a portare la tornitura del legno nell’arte contemporanea. In occasione della mostra “(LA) NATURA (E’) MORTA?” presenta l’inedito progetto Stone Wood: l’artista realizza per la prima volta sculture totemiche in frassino olivato che racchiudono inserti in pietra ollare della Valmalenco (Valtellina). Il curatore Frassà spiega come “secondo Fulvio Morella la natura è il più grande artista di sempre e l’essere umano non può che ispirarsi, imitare e tendere alla bellezza “naturale”. Proprio la riflessione sul significato più profondo di armonia e bellezza è una delle costanti dell’arte di Morella: se la natura spontaneamente è foriera di bellezza, l’essere umano per tendere a tale risultato deve mettere in atto uno sforzo titanico.  Dietro alle forme minimali ed essenziali che contraddistinguono il suo lavoro, si nasconde perciò una costante e infaticabile ricerca tecnico-materica. Il peso di tale ricerca non traspare però mai nelle opere, che rifuggono qualsiasi orpello, di cui del resto la natura non ha bisogno. Con Stone Wood l’artista rende omaggio e riflette sulla potente bellezza dell’acqua: la forza genitrice del suo scorrere è rappresentata attraverso l’accostamento del legno alla pietra tornita. Queste opere diventano così il luogo di incontro tra natura ed essere umano che finiscono con lo scrivere insieme – con venature e intagli – un racconto che parla di meditazione, silenzio e trascendenza“..

100 anni di Chanel N5 … anche nell’arte contemporanea.

By CRAMUM, Cultura

Domani, 5 maggio 2021, si celebrano due anniversari molto significativi per la Francia.  Il 5 maggio 1821 moriva in esilio Napoleone Bonaparte. Un secolo esatto dopo nasceva invece a Parigi il profumo simbolo stesso della Francia, Chanel N5. Un profumo che rivoluzionò l’idea stessa della donna, essenziale senza fronzoli, in grado di unire praticità ed eleganza. Valori espressi anche nell’ormai iconico packaging squadrato del profumo (solo il tappo del profumo passerà dall’esssere rotondo a essere anch’esso squadrato). Negli anni da simbolo rivoluzionario di emancipazione femminile questo profumo è passato sempre di più ad essere simbolo POP di un consumismo borghese e spesso anche aspirazionale.

 

L’arte contemporanea, che si nutre di simboli e icone, ha ampiamente impiegato e rielaborato Chanel N.5 nei modi più diversi. Dalì, molto legato alla designer francese, dedicò forse la prima opera a questo profumo. Di Gabrielle Chanel addirittura l’artista disse “L’originalità di Chanel era l’opposto di quella mia. Da sempre, io esprimo spudoratamente il mio pensiero, mentre lei, senza nascondersi, non lo mostra, ma lo veste… Il suo corpo e la sua anima sono i migliori abiti della terra”. Anche il grande artista Andy Warhol celebrò nel 1985 questo profumo con la sua opera “Ads: Chanel” in cui la bottiglia è illustrata utilizzando colori minimali, solo per accentuare i contorni della bottiglia e l’etichetta.

Di sapore inverso e quindi quale critica al consumismo si colloca invece una delle più note opere dell’artista cinese Wang Guangyi “Great Criticism: Chanel” dipinta nel 2001. L’opera è un dittico dipinto a olio, raffiguranti due coppie identiche di figure sorridenti in giallo. Queste figure di rivoluzionari, che si rifanno alla propaganda della Rivoluzione Culturale in Cina (1966-1976), tengono in mano una copia del Libro Rosso con le citazioni di Mao. Il testo Chanel campeggia invece al centro superiore contro uno sfondo a strisce rosso-bianco, e il No 5 (del celebre profumo) appare in basso a sinistra. Il dipinto è riconducibile alla serie di opere Grande critica in cui Wang Guangy giustappone le immagini dalla rivoluzione culturale e pubblicità occidentale. Con quest’opera l’artista indaga la ricerca di identità cinese di fronte al passaggio da Comunismo a società di mercato. Wang utilizza i simboli del consumismo occidentali per mettere in discussione i valori su cui si regge la società cinese contemporanea.

Sabino Maria Frassà, 4 maggio 2021

L’artista americana Duluth Olson celebra i lavoratori essenziali della Pandemia

By CRAMUM

In occasione della seconda festa del lavoro passata in Pandemia, abbiamo deciso di raccontare il lavoro dell’artista statunitense Duluth Carolyn Olson.

Dopo l’inizio della pandemia ha iniziato una serie di ritratti chiamata “Essential Workers – COVID-19 Virus.” L’artista ritrae il lavoro nei posti di lavoro che sono diventati rischiosi, critici, ma essenziali per continuare a vivere: dalla consegna della posta, ai negozi di alimentari, agli autisti di autobus, operatori alimentari e molti altri. Questi ritratti sono universali e non mimetici. Attraverso l’uso di colori forti e saturi le figure ritratte diventano quasi eroiche, anche se un velo di malinconia e alienazione aleggia in tutte le opere. L’artista americana ha quindi voluto con queste opere rendere omaggio a tutti quei lavoratori che ci hanno permesso e ci permettono ogni giorno di continuare a vivere una vita il più possibile “normale”. Allo stesso tempo le opere ritraggono un’umanità che continua a vivere, resiste e riesce ad adattarsi.

C Olson – Take Out Restaurant Kitchen ESP, 1/11/21

Sabino Maria Frassà, 1° maggio 2021

Art Agenda, 18 aprile – 5 settembre, “Ad Astra” retrospettiva di Luigi Pericle al MASI di Lugano

By CRAMUM, Eventi
Inaugura il 18 Aprile al MASI (Museo d’arte della Svizzera Italiana) “Ad Astra”, la prima retrospettiva in Svizzera del pittore e disegnatore Luigi Pericle mancato nel 2001. Il progetto è stato elaborato in collaborazione con l’archivio Luigi Pericle impegnato da anni in un’attenta operazione di rilettura dell’opera del Maestro.
A vent’anni dalla scomparsa dell’artista, l’esposizione ripercorre il lavoro di ricerca artistica e spirituale di Pericle grazie all’accurata selezione di dipinti, disegni, schizzi, documenti e scritti. Luigi Pericle, nato a Basilea nel 1916, fin da giovane si avvicina tanto alla pittura punto quanto alla filosofia e allo studio delle religioni. Nei primi anni Cinquanta si trasferisce con la moglie ad Ascona attirato dall’aura spirituale del Monte Verità. Dopo un percorso di successo a livello internazionale, in cui sfugge alle classificazioni e si rivela artista professionista tanto quanto illustratore di talento, alla fine del 1965 decide fermamente di uscire dal sistema dell’arte pur continuando a produrre e a studiare le civiltà del passato, le filosofie e le lingue orientali, l’esoterismo, l’astrologia e le medicine naturali, fonti inesauribili di ispirazione per la sua indagine creativa.
La mostra, aperta fino al 5 settembre, documenta il contesto spirituale dell’arte di Luigi Pericle i suoi studi di calligrafia astrologia teosofia e del canone universale della storia dell’arte punto le sua profondità analisi trovano immediata attuazione nei dipinti e nelle linee presentate in mostra.

Ad Astra – Luigi Pericle
MASI Palazzo Reali, via Canova 10, 6900 Lugano
A cura di Carole Haensler in collaborazione con Laura Pomari
Ma / Me / Ve: 10.00 – 17.00
Gi: 10.00 – 20.00
Sa / Do / Festivi: 10.00 – 18.00
Lu: chiu­so

Per maggiori informazioni -> SITO MASI


In copertina: Luigi Pericle, Senza titolo, s.d., tecnica mista su masonite, collezione privata, Ascona, foto: Marco Beck Peccoz

Sotto: Luigi Pericle, Senza titolo, s.d., tecnica mista su masonite, 65 x 51 cm, collezione privata, foto: Marco Beck Peccoz
  • Articolo: Sabino Maria Frassà