Quando il mecenatismo ti fa innamorare dell’arte: Schiavi S.p.A. e CRAMUM lanciano “L’arte in prima persona”

By CRAMUM, Cultura

Schiavi S.p.A., dal 1928 tra i più affermati player in Lombardia nella progettazione e realizzazione di opere architettoniche ed edifici residenziali di alta qualità, annuncia l’avvio della collaborazione con CRAMUM e il lancio di “L’arte in prima persona”, un progetto socio-editoriale che integra, lungo tutto il 2026, Corporate Social Responsibility, arte contemporanea e cultura dell’abitare, sotto la direzione editoriale e creativa di Sabino Maria Frassà.

L’iniziativa nasce dalla convinzione dell’azienda, racchiusa nelle parole dell’Amministratore Delegato Paolo Schiavi: «Costruire significa contribuire a creare non solo edifici, ma luoghi in cui si vive insieme, contesti culturali e sociali duraturi. Perché costruire, in fondo, è creare luoghi in cui la vita prende forma: e la casa, più di ogni altro spazio, è il punto in cui ciò che scegliamo diventa identità, memoria e futuro.»

In questo orizzonte, Schiavi S.p.A. sceglie di agire come mecenate culturale contemporaneo, mettendo a disposizione competenze, ospitalità digitale e canali di diffusione per sostenere concretamente il lavoro degli artisti e la circolazione delle idee, senza alcuna ingerenza nella linea editoriale e nella direzione creativa del progetto.

Il progetto nasce dall’incontro con l’attività di CRAMUM, realtà non profit riconosciuta per il talent scouting e per l’impegno nel promuovere l’arte come cultura condivisa, capace di fondare comunità e non solo di produrre immagini: dal Premio Cramum alle mostre legate al mondo paralimpico, da Parigi a Cortina. In questa cornice, CRAMUM porta nel progetto un metodo e visione consolidato: “dare spazio a opere, processi e scelte creative spesso fraintese dalla narrazione mainstream, restituendone il senso più autentico e rendendolo realmente accessibile”, spiega Sabino Maria Frassà.

“L’arte in prima persona” si sviluppa attraverso contributi mensili condivisi sui canali web e social di CRAMUM e Schiavi S.p.A., che raccontano l’arte in prima persona, dando voce agli artisti e ai loro processi per comprendere davvero che cosa un’opera è, da dove nasce e che cosa porta con sé. Il progetto non propone scorciatoie né semplificazioni: restituisce profondità al racconto dell’arte e invita a comprendere perché scegliere, mettendo in luce pensiero, processo e senso di un’opera, in dialogo con la vita domestica e con il tempo.

Questo percorso culturale prende avvio dal web e dai social, oggi sempre più centrali tanto per l’attività imprenditoriale quanto per quella artistica. Come spiega Sabino Maria Frassà:

«Se Schiavi S.p.A. costruisce pareti che le persone riempiranno di ricordi ed emozioni, la suggestione del progetto condiviso è quella di invitare chi sta facendo casa ad avvicinarsi all’arte, a condividere il pensiero che prende forma e diventa immagine nel lavoro degli artisti, a farlo proprio. L’obiettivo non è commerciale: né CRAMUM né Schiavi S.p.A. vendono le opere di cui si parla. Ci muove la volontà di attivare un cambiamento interiore, un movimento dell’animo, che è il vero scopo dell’arte. Anche il disappunto è parte del processo: non tutto deve piacere a tutti, ma è importante scegliere — o rifiutare — consapevolmente, dopo aver compreso il perché e il come. Saremo il megafono delle emozioni degli artisti, che spesso lavorano meglio con le mani che con le parole. Per questo la selezione è globale e trasversale rispetto al livello di carriera, guidata solo dalla ricerca e dal talento puro e genuino: Liu Chien-Kuang (Taiwan), Ingar Krauss (Germania), Kaori Kurihara (Giappone), Wolfe von Lenkiewicz (Regno Unito), Fulvio Morella (Italia), Leo Orta (Francia/Argentina), Betty Salluce (Italia), Carla Tolomeo (Italia), Emilio Fuentes Traverso (Cile), TTOZOI (Italia).»

Proprio per questa sua natura, il progetto si configura come un’azione concreta di Corporate Social Responsibility: promuove educazione culturale e accesso alla complessità; valorizza il ruolo dell’impresa come abilitatore di cultura, e non come editore; sostiene talento e ricerca artistica in continuità con la missione di CRAMUM; rafforza una cultura dell’abitare consapevole e responsabile. L’arte è trattata come bene culturale condiviso, capace di generare comunità e senso, e l’impresa come soggetto che favorisce la crescita di un ecosistema culturale autentico.

“L’arte in prima persona” diventa così un invito a portare l’arte dentro casa non come ornamento, ma come presenza viva: un’opera che si sceglie per il luogo a noi più caro, che si incontra ogni giorno, si ascolta e si fa propria, fino a diventare parte del nostro modo di abitare e di essere. Un progetto che unisce mecenatismo, talento, abitare e futuro, costruendo valore culturale reale — e duraturo — perché fondato sulla libertà dell’arte e sulla responsabilità di chi sceglie di sostenerla, affinché possa circolare, essere compresa e generare senso nel tempo.

WRITINGS OF LIGHT – Fulvio Morella Turns Braille into Architecture of Light for Milano Cortina 2026

By CRAMUM, Cultura
In Trentino, on the threshold of the Milano Cortina 2026 Winter Olympic and Paralympic Games, Fulvio Morella introduces a decisive new step in his artistic research: for the first time, Braille Stellato becomes an architectural light projection, leaving the protected space of the exhibition to be shared with an entire city. At the heart of this intervention is the Olympic city of Cavalese itself: the projections transform the urban façade into a collective page of light and will remain on view through the end of the Winter Olympic and Paralympic Games, until 15 March.
Developed within Limits Do Not Exist—the diffused project created by CRAMUM for the Paralympic horizon and conceived by Sabino Maria Frassà—this intervention marks a definitive return to Cavalese. It was here that the project’s first chapter began, curated by Frassà and Elsa Barbieri; today, after a year of exhibitions and performances, the journey comes full circle, reaching its completion in the very territory where it first took flight.

Morella’s gesture is radical in its simplicity: he transforms braille, historically associated with the condition of blindness and therefore with darkness, into its conceptual opposite—a source of light. The tactile alphabet does not merely become visible: it becomes luminous, public, and collective. In this way, Braille Stellato is no longer only a language to be read by touch, but a shared experience that can be encountered by anyone, turning accessibility into a civic act rather than a private condition.

Presented as a cycle of projections inscribed directly onto building façades, the work turns the city into a sensitive surface and a place of passage. Here writing does not function as a statement to decode, but as an atmosphere to inhabit. Architecture becomes a temporary support for listening and encounter, while the urban landscape becomes a stage for participation—an open space where the community is not an audience, but a protagonist. The projections unfold through a gradual transformation. Phrases appear first in the Latin alphabet, then shift into their braille translation, and finally dissolve into dots alone. At this final stage, the braille points detach from their conventional role as reading signs and re-emerge as luminous constellations. Language becomes sky. Meaning becomes orientation. The façade becomes a field of stars.

“Scritture di luce” (Writing of Lights), Fulvio Morella, 2026

This transformation lies at the heart of Morella’s poetic and political vision: the braille dots, originally designed to make the invisible readable, now create a new visibility—one that does not exclude, but invites. The city itself is turned into a shared page of light, where inclusion is not represented, but enacted.

A striking element of these recent works is their chromatic intensity. In continuity with the textile pieces previously presented for Casa San Marino, Morella develops an unprecedented polychromy conceived in homage to the Paralympic colours. Colour here is not decorative. It is a deliberately playful gesture—almost a declared happiness—making visible the overcoming of limits at the very core of Limits Do Not Exist. The projection becomes an “agito”: a public action that affirms the joy of participation and the possibility of belonging.

Among the projected images appears also Flash Cavalese, the work donated by the artist and dedicated to the local community, which now enters the collection of the Museo Arte Contemporanea Cavalese, reinforcing the project’s civic dimension and its bond with the territory. But the true centre of the intervention remains the transformation of language into a shared luminous event: a braille that does not remain confined to the page, but expands into the public space, becoming a collective horizon.

Created on the occasion of the Milano Cortina 2026 Winter Olympic and Paralympic Games, the projection is conceived to remain on view throughout the duration of the Games, extending over time the work’s public presence and its message of sharing and active participation by all people. In doing so, Morella’s work resists the logic of the one-night spectacle and instead insists on duration: inclusion is not an exception, but a continuous practice.

With Writings of Light, Fulvio Morella offers an image that is at once symbolic and concrete: braille—born as a tool to read in the dark—becomes light for everyone. And in that light, the community is invited to look upward, to imagine, and to share a sky without limits.

Bruno Frigerio, 17 February 2026

Scritture di Luce: il braille illumina le Olimpiadi di Milano Cortina 2026

By CRAMUM, Cultura

In Trentino, luogo delle Olimpiadi e Paralimpiadi Invernali 2026, Fulvio Morella compie un passo decisivo nella sua ricerca artistica: per la prima volta, il suo Braille Stellato evolve in proiezione architettonica. L’opera abbandona lo spazio protetto della sede espositiva per farsi atto di condivisione urbana, eleggendo la città olimpica di Cavalese a proprio cuore pulsante. Le facciate cittadine si trasmutano in una pagina collettiva di luce, restando visibili fino al termine dei Giochi, il 15 marzo.

L’intervento è parte integrante di I LIMITI NON ESISTONO — progetto promosso da CRAMUM per l’orizzonte paralimpico, la cui prima tappa trentina è stata curata da Sabino Maria Frassà (direttore di tutto il progetto) ed Elsa Barbieri (direttrice del Museo di Cavalese) — e segna il compimento del percorso di Morella in terra trentina, laddove il primo capitolo di questa indagine ebbe origine.

Dal buio alla luce: una rivoluzione semantica

Il gesto di Morella è radicale nella sua limpidezza: egli sottrae il Braille alla sua dimensione storica — legata alla cecità e dunque, per sineddoche, all’oscurità — per convertirlo nel suo opposto concettuale: una sorgente luminosa. L’alfabeto tattile non viene semplicemente reso visibile, ma si fa pubblico e corale. Il Braille Stellato cessa di essere un linguaggio per l’individuo e diviene un’esperienza d’incontro; l’accessibilità si spoglia della sua natura di “condizione privata” per assurgere a fatto civico.

Attraverso questo ciclo di proiezioni, la città diviene una superficie sensibile, un luogo di transito dove la scrittura non è un enunciato da decodificare, bensì un’atmosfera da abitare. L’architettura si offre come supporto effimero per l’ascolto, mentre il paesaggio urbano si trasforma in un palcoscenico di partecipazione attiva, dove la comunità non è spettatrice, ma protagonista.

La metamorfosi del segno

Le proiezioni seguono un ritmo di trasformazione graduale:

  1. Le frasi appaiono inizialmente in caratteri latini.

  2. Mutano poi nella loro traduzione in codice Braille.

  3. Infine, si dissolvono lasciando spazio ai soli punti.

In quest’ultimo stadio, i punti Braille si affrancano dalla loro funzione convenzionale di segni di lettura per riemergere come costellazioni luminose. Il linguaggio si fa cielo; il significato si fa orientamento; la facciata si fa firmamento. In questa visione, la poetica e la politica di Morella convergono: i rilievi nati per rendere leggibile l’invisibile generano ora una nuova visibilità inclusiva, che non esclude ma invita.

Policromia e impegno civico

Un tratto distintivo di questi nuovi interventi è l’intensità cromatica. Proseguendo il dialogo tessile già avviato per Casa San Marino, Morella sviluppa una policromia inedita, omaggio ai colori paralimpici. Qui il colore non è decorazione, ma un gesto ludico — una dichiarata felicità — che manifesta visivamente il superamento del limite.

Tra le immagini proiettate spicca anche Flash Cavalese, opera donata dall’artista alla comunità locale e ora parte della collezione del Museo d’Arte Contemporanea Cavalese, a suggello del legame indissolubile tra progetto e territorio.

Oltre lo spettacolo: la pratica dell’inclusione

Creato per l’occasione olimpica, l’intervento di Morella rifugge la logica dell’evento effimero da “una sola notte” per insistere sulla durata. L’inclusione, suggerisce l’artista, non è un’eccezione celebrativa, ma una pratica continua e quotidiana.

Con le sue Scritture di Luce, Fulvio Morella ci consegna un’immagine tanto simbolica quanto concreta: il Braille, nato come strumento per leggere nell’oscurità, si fa luce per tutti. E in quella luce, la comunità è invitata a volgere lo sguardo verso l’alto, per immaginare e condividere un cielo finalmente senza confini.

Bruno Frigerio, 17 febbraio 2026

L’etica dell’ascolto, tra corpo e paesaggio: l’arte di Betty Salluce per Milano Cortina 2026

By CRAMUM, Cultura

Nel solco delle Olimpiadi e Paralimpiadi di Milano Cortina 2026, Cramum e Gaggenau portano a Milano la prima personale meneghina di Betty Salluce: Punti di contatto – Restiamo in ascolto, un invito a misurare l’empatia non come slancio retorico, ma come pratica concreta di prossimità. A raccontare la mostra che rimarrà aperta tutto l’anno sono le parole del curatore,  Sabino Maria Frassà, attraverso il suo testo critico.

Prossimità — L’etica dell’ascolto tra corpo e paesaggio 

Testo critico di Sabino Maria Frassà, curatore della mostra

«Com’è essere un pipistrello?» (What is it like to be a bat?). La celebre domanda con cui Thomas Nagel, nel 1974 su The Philosophical Review, svela l’irriducibile inaccessibilità dell’esperienza soggettiva altrui è il varco concettuale da cui prende avvio la mostra Punti di contatto — Restiamo in ascolto, che presenta per la prima volta a Milano le opere inedite di Betty Salluce. Se quella domanda ci consegna l’irriducibilità del che-cosa-si-prova, allora l’empatia non è proprietà cognitiva, ma esercizio di prossimità: non forza l’accesso, affina l’ascolto. È la stessa artista che chiarisce l’origine del proprio metodo: «Tutto nasce da una relazione fisica e sensoriale con la terra e con il corpo — da esperienze dirette di ascolto, contatto e cammino nei luoghi. Il corpo come paesaggio, e il paesaggio come corpo».

Questa “prossimità” non è un’idea, ma una pratica che affonda in una memoria primaria dello sguardo. «Da bambina» spiega Salluce «durante i viaggi notturni, guardavo le colline illuminate solo dalla luna: in quelle linee riconoscevo profili umani, corpi distesi, presenze. Era un gioco dello sguardo, ma già allora era anche un modo per sentirmi parte di quel paesaggio». Anni dopo, quel gesto istintivo ritorna come metodo: «mi sono accorta che non mi aveva mai lasciata: è tornato nella mia ricerca artistica, trasformandosi in un modo di leggere la terra come un corpo e il corpo come terra a cui si appartiene». Per questo il paesaggio, nelle opere, non è mai immagine costruita a distanza: «È un paesaggio vissuto: l’ho attraversato, toccato, ascoltato, camminando a lungo nei calanchi lucani, fino a sentirne la fragilità e la memoria come qualcosa di fisico. In quel contatto nasce la necessità del filo».

Salluce si colloca nella genealogia del “filo sull’immagine” — da Messager e Soltau a Meyer, Anzeri e Choumali — ma ne sposta il centro: il ricamo non sovrascrive, interpreta la morfologia, lavorando su collage di corpi e paesaggi da lei stessa realizzati. Le opere nascono da fotografie stampate, poi assemblate e cucite a mano: un processo di stratificazione tattile in cui l’immagine viene “toccata” e trasformata dal gesto del filo. Ventagli, dorsali, costolature diventano cartografie sensibili in cui corpo e paesaggio si innestano. La stampa su ecopelle non è un effetto materico: è metonimia dell’epidermide; la grana assorbe il grigio e rende l’immagine mimetica ed essenziale, quasi a chiedere di essere sfiorata. Così la fotografia non resta superficie, ma pelle d’opera: luogo in cui il filo segna il passaggio dalla visione alla prossimità, e in cui un io si apre a un noi.

Grado zero del colore, archetipo della terra. L’artista lavora in una scala di grigi che non allude all’assenza, ma trattiene memoria e profondità. Nel grigio la soglia tra bianco e nero si fa porosa: si vedono le cuciture e, insieme, ciò che le rende necessarie. La fotografia cucita diventa rito laico: sutura le fratture senza nasconderle, tiene insieme ciò che il tempo, le istituzioni o la paura tendono a separare. Rispetto alle ricerche precedenti, qui il paesaggio non è più sfondo: è il vero soggetto dell’empatia. I corpi non si dispongono davanti al mondo per rappresentarlo: vi si innestano, si conformano alla sua morfologia e ne diventano tessuto. In questa saldatura riaffiora un archetipo antichissimo — il patto tra corpo e terra, dal rito greco della sepoltura al pathos omerico del corpo insepolto — ma rovesciato: non abbandono tragico, bensì appartenenza e custodia. Le risonanze restano allusive: la monumentalità frammentaria di Igor Mitoraj è evocata e poi superata; l’eco surreale di Man Ray nelle pose è trattenuta e depurata fino a una sobrietà scultorea contemporanea, dove grigio e cucitura sostituiscono l’enfasi con una misura etica dello sguardo. Il risultato è un “tutto” in cui corpo, materia e paesaggio sono strutture equivalenti: «il corpo è l’involucro di noi stessi; la terra lo è del suo nucleo; l’universo, in fondo, di tutti noi».

In questa logica, il filo non è ornamento: appartiene alla storia familiare dell’artista e a un sapere tramandato dalle donne, ma diventa anche gesto del corpo, pratica di connessione e cura. «Il ricamo… per me è un atto del corpo: una pratica di connessione e di cura, ma anche una sutura che può rendere visibile la ferita. Ricamare, per me, è un atto fisico». È qui che la mostra concentra la propria urgenza: nella possibilità che un gesto intimo diventi metodo pubblico, e che la fragilità — giovanile, sociale, geografica — non venga estetizzata, ma attraversata.

In queste opere inedite, conclude il curatore, «il ricamo diventa sinestesia: non è un’aggiunta ornamentale, ma un reale dispositivo di traduzione, capace di trasformare la visione in tatto e il paesaggio in ritmo. Il filo registra una respirazione comune – quella della terra e quella del corpo – e la rende leggibile come una trama di punti, tensioni, pause. È qui che si concentra la ricerca di Betty Salluce: nel punto esatto in cui due forme si incontrano e si trasformano, in quelle soglie fragili ma necessarie che somigliano alle cuciture. Punti di contatto è questo luogo ideale in cui il paesaggio smette di essere solo spazio e diventa presenza grazie a un noi condiviso».  Qui l’empatia non annulla la distanza: la attraversa e la rende abitabile. Questa etica dello sguardo si riconosce nei valori olimpici e paralimpici come pratiche, non come slogan: l’amicizia è la fiducia che apre all’incontro; il rispetto è ascolto delle differenze e degli ambienti; l’eccellenza è miglioramento condiviso. Coraggio e determinazione coincidono con il ricucire — nel senso letterale di Salluce e in quello simbolico di una comunità che si ricompone. Per questo la mostra non “rappresenta” l’inclusione: la esercita.

Guida alla mostra – Exhibition Guide: Cortina di Stelle

By CRAMUM, Cultura

La mostra di Fulvio Morella e degli atleti Paralimpici per Milano Cortina 2026

Fulvio Morella and Paralympic Athletes for Milano Cortina 2026

-> Guida alla Mostra (mappa e lista opere)

-> Exhibition Guide (ENGLISH)

-> Focus Brailligh Eclissi (IT-EN)

-> Focus I Limiti non esistono / Limits do not exist

-> Leggi il testo critico

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Ahead of the Olympic and Paralympic Games, “Cortina di Stelle” (Curtain of Stars) — the new exhibition by artist Fulvio Morella — opens on January 3rd at Lagazuoi Expo Dolomiti, at an altitude of 2,732 meters. This exhibition represents the final chapter of the project “I limiti non esistono” (Limits Do Not Exist), promoted by CRAMUM and dedicated to the symbolic locations of the Milano Cortina 2026 Winter Games. Part of the official Milano Cortina 2026 Cultural Olympiad program and curated by Sabino Maria Frassà, the exhibition will remain open to the public until April 5, 2026.

Thanks to the living testimony of Paralympic athletes selected in collaboration with FISIP (Italian Paralympic Winter Sports Federation) — including René De Silvestro, Italy’s Paralympic flag-bearer, and Moreno Pesce — the exhibition centers on multisensory works that integrate Braille. This approach transforms tactile language into an artistic experience and a tool capable of breaking down both perceptual and conceptual barriers.

The project is realized in collaboration with the San Marino National Olympic Committee and is held under the patronage of the Italian Paralympic Committee and INJA “Louis Braille.” Following its stages in Val di Fiemme (at the Contemporary Art Museum of Cavalese) and Milan (at Palazzo Lombardia), the project now arrives at Lagazuoi Expo Dolomiti, intertwining art, inclusion, and sport on a journey leading toward 2026. Technical partners: SEC&Partners, Cortina Delicious, Villani 1886.

FORMAE in Milan: when form becomes care

By CRAMUM, Cultura

In the heart of Milan, FORMAE brings together four distinct voices—Franco Mazzucchelli, Carla Tolomeo, Fulvio Morella, and Lorenzo Gnata—to test the limits of matter and the responsibilities of form. Realized with Gaggenau, Sotheby’s, and Cramum, and curated by Sabino Maria Frassà, the exhibition draws on chapters opened in Florence, Naples, and Verona, and distills them into a clear, collector-friendly proposition: design is not a frame around art, but a spark that ignites it.

“I’m less interested in declaring what beauty is than in asking what beauty does,” notes curator Sabino Maria Frassà. “FORMAE is a promise, not a verdict. It invites us to recognize form as a responsibility—towards matter, towards time, and towards each other.”

At the center is Gaggenau’s new Expressive and Minimalistic ovens—not as product display, but as intellectual trigger. Their rigorous engineering and restraint become a point of departure for four different ways of making form visible, tangible, and, crucially, shareable.

Opere di Fulvio Morella e Franco Mazzucchelli in mostra

Four artists, four vectors of form

Franco Mazzucchelli—often dubbed the “tailor of the invisible”—works with air as a structural principle. His transparent inflatable volumes soften geometry and turn space into a breathing organism. The effect is architectural and playful at once: you don’t just look; you measure yourself against a volume that expands, contracts, and reorients your path.

“Mazzucchelli proves that lightness can be structural,” says Frassà. “It’s form that doesn’t dominate space; it makes room for the viewer.”

Carla Tolomeo advances a counter-tempo made of patience and thread. Her textile “chair-sculptures”—roses that wait, tartaruga seats that shelter—carry an almost liturgical attention to time. The hand-stitched textures and generous volumes hold memory without nostalgia, offering collectors a rare combination of intimacy and presence.

“Tolomeo’s work teaches that time is a formal value,” Frassà observes. “You can feel what has been preserved so that it can be used—sensitively—today.”

Fulvio Morella translates touch into language. With his Braille Stellato, the Occhio series, and the cycle Raccontami il ritorno, he embroider-maps thoughts by philosophers into constellations of Braille points. Seen from a distance, the stars scatter; up close, they become a legible narrative of memory, proximity, and inclusion.

“Morella reminds us that form can be read as well as seen,” says Frassà. “His disorderly stars reveal universal geometries of thought. Beauty here is not a privilege of sight—it’s a shared code.”

Lorenzo Gnata pushes drawing off the page and into the room. Filament-like lines turn into spatial orientations—arches, vectors, thresholds—that choreograph the gaze and re-stage the distance between self and other. The work is subtle but decisive: a grammar of edges and passages for those who collect with the eye and the body.

“Gnata converts the line into architecture,” Frassà explains. “He doesn’t decorate space; he organizes it, asking our gaze to choose a path.”

From function to ethic

The thread tying these approaches is not style but stance. The show draws on an Aristotelian intuition—matter as potentiality, form as act—and brings it into the present through the ethics of looking.

“Form is not a mask we put on matter,” Frassà says. “It’s the moment when potential becomes accountable. In a time of loud personalisms and easy dogmas, FORMAE asks us not to impose a single image of the world, but to make space for complexity without flattening it.”

This is where the collaboration with Gaggenau matters: the discipline of high-end design—precision, restraint, longevity—meets the open-endedness of art. The Expressive and Minimalistic ovens appear not as protagonists but as catalysts. They formalize heat, time, and control; the artists respond with air, thread, touch, and line. For collectors, the message is clear: true luxury today is attention—to process, to materials, to how an object sits in a life.

“Design here stops being mere function,” Frassà adds. “It becomes a question: how do we care—practically and aesthetically—for what we bring into the world?”

Why it matters for collectors

For a high-level collection, FORMAE suggests criteria that outlast market cycles:

  • Material intelligence: from PVC chambers to hand-stitched textiles, from Braille constellations to spatial filaments, each work turns technique into thought.

  • Temporal depth: these are not instant images; they sediment time—of making, of looking, of living with.

  • Dialogic presence: the pieces don’t end at their edges; they activate rooms and relationships. This is art you can stage in conversation with architecture and design rather than in spite of them.

“A collection is a city of forms,” Frassà concludes. “It needs breathing spaces, places of slowness, points of legibility, and routes of passage. With Mazzucchelli, Tolomeo, Morella, and Gnata, FORMAE offers all four.”

A final note

The exhibition is not about consensus around a single idea of beauty. It’s about rehearsing beauty as a shared practice—one that moves from the hand to the eye to the room, and back again. For collectors, that practice has a concrete outcome: works that keep giving form—to spaces, to habits of attention, and to the ethics of care that a serious collection embodies.

“Beauty is not an ornament,” says Frassà. “It’s a commitment—fulfilled when potential becomes act, and when a private judgment finds its echo in a common voice.”

L’arte racconta le infinite FORMAE della bellezza

By CRAMUM, Cultura

FORMAE approda a Milano come laboratorio sulla forma viva: Mazzucchelli, Tolomeo, Morella e Gnata mettono alla prova la materia là dove il design — i nuovi forni Expressive e Minimalistic di Gaggenau — cessa di essere pura funzione e si fa domanda etica sulla cura. Realizzata con Gaggenau, Sotheby’s e Cramum, la mostra, racchiusa in un libro d’artista realizzato in XX esemplari, distilla e rielabora i capitoli aperti a Firenze, Napoli e Verona per proporre una mappa coerente, benché plurale, del “gesto formativo”: l’aria che prende corpo, il corpo che diventa arredo, il segno che si fa tatto, il disegno che fende lo spazio. Ne emerge una responsabilità dello sguardo: non limitarsi a consumare forme, ma riconoscere nella forma la promessa — e il dovere — della cura.

Lo raccontiamo attraverso le parole del curatore Sabino Maria Frassà contenuto nel testo critico che accompagna la mostra

Fulvio Morella e Carla Tolomeo in FORMAE

FORMAE. La promessa del bello

Sabino Maria Frassà 

Cos’è bello? Esiste una forma giusta per ogni cosa?

Interrogativi che si stagliano in un mondo in bilico tra personalismi sfrenati e ricerca di approdi sicuri, che spesso degenerano in fanatismi e totalitarismi, dove si tenta di imporre la propria visione del mondo come unica forma legittima. I nuovi forni di Gaggenau diventano qui scintilla e metafora, luogo di incontro e di dialogo, strumento per mettere insieme la ricchezza della complessità senza mai banalizzarla. In questa prospettiva, FORMAE si configura come una promessa del bello: non risposta definitiva, ma ricerca condivisa di senso, atto di fiducia nella possibilità che la forma continui a rivelarsi.

Così questa mostra, sintesi delle quattro precedenti tappe del progetto sviluppatosi nel corso del 2025 in prestigiosi palazzi storici di Firenze, Napoli e Verona, offre piste interpretative, rivelando come il gesto creativo sia al tempo stesso esperienza sensibile e concetto. La forma non appare qui come mera configurazione esteriore, ma come atto che porta a compimento la possibilità della materia — una trasformazione che è pratica, tempo, cura, responsabilità estetica.

Nel dialogo serrato fra le opere si dispiega un repertorio di risposte formali e poetiche. Mazzucchelli, “sarto dell’invisibile”, lavora la leggerezza come principio strutturale: i suoi gonfiabili trasparenti, da cui si sprigionano forme geometriche, dissolvono la rigidità aritmetica del volume, rendendo lo spazio un organismo dinamico. Tolomeo fa della tessitura un rito della pazienza: la rosa che attende, la sedia-tartaruga sono esercizi di lentezza, in cui il tempo stesso si incarna come valore formale che trattiene ciò che è stato perché lo si possa impiegare nell’oggi. Morella converte il tocco in linguaggio: il Braille Stellato, l’Occhio, il ciclo Raccontami il ritorno trasformano superficie e punto in narrazione, restituendo all’arte la funzione di memoria e la possibilità della prossimità: le sue stelle disordinate svelano forme geometriche e di pensiero universali. Gnata reinventa infine il disegno proiettandolo nello spazio e integrandolo con il contesto.

Opere di Fulvio Morella e Franco Mazzucchelli in mostra

L’ordito teorico che sorregge la mostra affonda le sue radici nell’eco aristotelica: «ἡ μὲν ὕλη δύναμις, τὸ δὲ εἶδος ἐνέργεια» (Metafisica, IX, 8, 1049b) — la materia è potenza, la forma è atto. Questa massima, lungi dall’essere una citazione erudita, diventa lente ermeneutica: ogni opera rende percepibile il passaggio dalla possibilità al compimento, il modo in cui la materia, attraverso il gesto, si trasforma in identità sensibile. La téchne non è semplice abilità esecutiva, ma conoscenza incarnata che svela e muta; la forma, esito di un movimento teleologico, appare come compimento di ciò che in potenza era già inscritto nella materia. Tale dinamica, tradotta tanto in opere d’arte quanto in elementi di design, prende corpo nelle soluzioni tecniche specifiche dei singoli artisti: Fulvio Morella, che ricostruisce forme archetipiche — cerchi, occhi, triangoli — attraverso una costellazione di stelle ricamate che, in realtà, sono punti Braille, trasposizioni tattili di riflessioni di grandi pensatori; Carla Tolomeo, che plasma “sedute-scultura” tessili, volumetrie imbottite e trame caparbiamente intrecciate a mano, capaci di racchiudere e custodire memorie; Franco Mazzucchelli, che organizza PVC, saldature e camere d’aria in sistemi respiranti, superfici comunicanti che trasformano l’oggetto in processo, facendo dell’arte uno strumento di empatia e relazione; Lorenzo Gnata, che, attraverso un filamento organico, analizza il rapporto tra noi e gli altri, convertendo la linea in architettura e orientamento dello sguardo.

Accanto a questo orizzonte ontologico, le opere proposte aprono la questione estetica: quale rapporto tra soggettività e universalità nel giudizio del bello? La lezione kantiana, nella Critica del Giudizio (1790), rammenta che il giudizio estetico nasce nella sensibilità di chi sente, ma reclama una comunanza, un sensus communis, che lo rende esigente di riconoscimento. FORMAE diventa così il luogo in cui questa dinamica si esercita: le superfici tattili di Morella, le trasparenze di Mazzucchelli, le trame lente di Tolomeo, le invasioni spaziali di Gnata sollecitano risposte intime — stupore, commozione, dubbio — ma al contempo offrono strutture e figure condivisibili, terreno di discussione e dialogo.

L’universo evocato dagli artisti in mostra si nutre di culture profonde e intreccia rimandi ai grandi maestri che diventano autentiche coordinate interpretative. Michelangelo, con l’idea che «ogni blocco di pietra ha una statua dentro di sé ed è compito dello scultore scoprirla» (Vasari), illumina la pratica rivelatrice di Tolomeo e la spinta formativa che attraversa anche le superfici di Mazzucchelli: non mera esecuzione, ma atto di svelamento. In Morella risuona Paul Klee — «l’arte non riproduce il visibile, ma rende visibile ciò che non sempre lo è» — e con lui la tensione simbolica che Jungindividua nell’opera come soglia tra conscio e inconscio; così il Braille Stellato diventa alfabeto di senso e veicolo di memoria. Gnata, con la lezione di Kandinsky in Punkt und Linie zu Fläche, affida a punto, linea e superficie la funzione di orientare lo sguardo e di costruire significato. E ancora, Baudelaire e Saint-Exupéry richiamano la dimensione della memoria e dell’invisibile — «Agli occhi del ricordo, quanto è piccolo il mondo!»; «l’essenziale è invisibile agli occhi» — note che dilatano la lettura, trasformando la tradizione in corda vibrante su cui accordare le pratiche contemporanee.

Nei punti di contatto tra mito e modernità — dall’eco omerica nel ciclo di Morella, alle risonanze rinascimentali delle trame di Tolomeo, fino alla tensione moderna della Cubosfera di Mazzucchelli — FORMAE costruisce una polis di significati, dove la forma non è mai definitiva ma in divenire. Alla fine, FORMAE mantiene la propria promessa del bello: non esibizione di virtuosismi, né teoresi chiusa, ma pratica di ascolto. La mostra sprona lo sguardo a riconoscere nella materia non un ostacolo, ma un interlocutore, e invita il pubblico a partecipare, attraverso senso, memoria e parola, alla costituzione della forma. La bellezza appare allora non come ornamento, ma come responsabilità: promessa che si compie quando la potenza diventa atto, quando il giudizio individuale trova la sua eco nella voce comune e nell’esperienza del genio umano in ogni sua forma.

Four Artists tell the Secret Life of Leaves

By CRAMUM, Cultura

Text by Sabino Maria Frassà

Autumn is the season of leaves, when nature sheds its skin but does not fall silent — echoing Ungaretti’s verses, speaking of something that fades yet still has much to say.
There comes a moment when the leaf ceases to be mere vegetal matter and becomes a language: a fragment of the world reflecting our own fragility.

Throughout art history, the leaf has been a recurring subject — from the impressionist reflections of Monet to the symbolic transparencies of Magritte, to the sculptural force of Penone and the ephemeral architectures of Andy Goldsworthy, whose land art is woven from wind, decay, and rebirth.

If the 19th and 20th centuries celebrated the leaf as a poetic sign, today it is fascinating to discover how new generations of artists reinterpret it, moving between technology, spirituality, and material experimentation.
This reflection took shape on social media through Cramum’s new “Leaf Gallery”, a digital curatorial project featuring four contemporary artists — Yusuke Asai, Lito, Miya Ando, and Gaetano Frigo — each transforming the leaf into a living body of light, memory, and energy.

See the IG gallery -> https://www.instagram.com/cramum/

A Green Thread in Common

Different in language and culture, Asai, Lito, Ando, and Frigo share the same intuition: the leaf is no longer a mere natural symbol but an interface between humanity and the world, a tool for knowledge and healing.
In their hands, it becomes painting, sculpture, light, and frequency — a universal code that bridges East and West, tradition and contemporaneity.

The Leaf Gallery is therefore more than a curatorial series: it is an invitation to slow down the gaze, to listen to the breathing matter that surrounds us, and to rediscover — like the falling leaf that never truly dies — the regenerative power of art and nature.

Yusuke Asai – Nature Drawing Itself

Japanese artist Yusuke Asai ideally opens this expanded gallery with works created using leaves, earth, branches, and straw collected on-site.
In his murals, humans, animals, and plants emerge directly from matter, as if nature itself were self-portraying.
His research, close to artistic biotechnology, observes organic transformations — humidity, light, and decay — as integral parts of the creative process.
In Asai’s vision, autumn is no longer a season but a living organism that breathes art.

Lito – The Patience of Breath

Known as Lito Leafart, the Japanese artist born in 1986 in Kanagawa Prefecture turns real leaves into delicate sculptures of light and silence.
Self-taught, he began in 2020 as a meditative exercise, channeling his experience with ADHD into a practice of patience and focus.
Each leaf becomes a suspended microcosm, an intricate balance of breath and emptiness: not a representation of nature, but nature telling its own story through human calm and precision.

Miya Ando – The Breath of Light

American artist Miya Ando, born in 1973 to Japanese and American parents and holding a degree in East Asian Studies from UC Berkeley, lives between New York and Los Angeles.
In her installations, real Bodhi leaves (Ficus religiosa) are stripped of their cellulose, dyed, and suspended on monofilament threads, floating like particles of time and prayer.
For Ando, the leaf is the visible body of impermanence — a symbol of awakening and contemplation, a prayer transformed into light.
Her poetic vision unites East and West, matter and meditation, spirituality and the science of light.

Gaetano Frigo – The Leaf as Natural Technology

The fourth artist of the Leaf Gallery and a finalist of the Cramum Prize, Gaetano Frigo explores the biophilic powerof nature through visual perception.
His works, created by removing pigment with bleach on canvas, seem to lighten both the surface and the viewer, radiating a restorative and balancing light.
Golden ratios and natural geometries turn his paintings into a true “natural technology”, capable of generating harmony and wellbeing.

“The sight of a leaf — like that of an animal or a mountain — activates a biophilic effect in our brain: it reconnects us to where we come from, relaxes the mind, and restores the spirit.”
— Gaetano Frigo

Esploratori 7.0 – A Budapest la collettiva che ridefinisce il confine

By CRAMUM, Cultura

Dopo l’esperienza espositiva romana OLTRE ROMA con Cramum , l’artista ungherese Beata Székely torna protagonista a Budapest con la collettiva Felfedezők 7.0 – Határpróbák (“Esploratori 7.0 – Prove di confine”), evento conclusivo del Budapest Art Mentor Program 2024/25, in apertura il 21 ottobre 2025 presso The Space, sede del programma nella capitale ungherese.
The Space è uno spazio espositivo e centro di formazione dedicato ai giovani artisti visivi, nato per collegare la ricerca artistica alla dimensione professionale dell’arte contemporanea.

Curata da Nikolett Arabadzsov e Zsófia Máté, la mostra sarà visitabile fino al 21 novembre 2025, accompagnata da incontri, visite guidate e workshop.

Nido con catena dorata, 2025, olio su tela, 20 × 15 cm

Riunendo quattordici artisti emergenti, il progetto esplora il tema del confine come esperienza umana e tensione creativa. Nei lavori di Bea Székely, la riflessione sul limite diventa una ricerca poetica fatta di memoria, corpo e luce, in cui il confine non è barriera ma spazio di relazione e metamorfosi.

Accanto a Székely espongono – tra gli altri – Júlia Csapó, Györgyi Cséffai, Edit Cservenka, Melinda Dovák, Éva Jámbor, Attila Máté, Eszter Palik, Anita Papp, Viktória Pál, Mária Schuller, Viktória Szabolcsi, Gabriella Szalkaie Krisztina Vladár.

“Prove di confine” propone un dialogo tra generazioni e linguaggi diversi, ispirato alle riflessioni di Foucault, Bataille, Derrida, Blanchot e Kristeva, per i quali il limite non chiude ma apre passaggi, soglie e nuove possibilità.

Un ritorno significativo per Bea Székely, che prosegue la sua indagine sulla relazione tra luce e presenza, riaffermando il dialogo fra le nuove generazioni dell’arte ungherese e il panorama europeo contemporaneo.

Sabino Maria Frassà

LUDI: Two Masters, One Game. The dialogue between Fulvio Morella and Franco Mazzucchelli

By CRAMUM, Cultura

We are pleased to present the curator’s full text exclusively. Until 16 October 2025, Palazzo Lombardia hosts LUDI – Art as an Embrace, the new exhibition project by Fulvio Morella and Franco Mazzucchelli, curated by Sabino Maria Frassà.
Promoted by Cramum and Regione Lombardia within the Cultural Olympiad of Milano–Cortina 2026, and held under the High Patronage of the European Parliament, the show unfolds in the heart of Milan (Monday–Friday 10:00–19:00, free admission). The exhibition presents an unprecedented dialogue between two major figures of Italian contemporary art, transforming play into an aesthetic and inclusive experience.

Critical Text “LUDI: Two Masters, One Game”

Sabino Maria Frassà – critical essay for “LUDI – Art as an Embrace”

Forty years after the historic collaboration between Andy Warhol and Jean-Michel Basquiat, two protagonists of today’s Italian art scene, Franco Mazzucchelli and Fulvio Morella, bring to Palazzo Lombardia LUDI – Art as an Embrace: a project born from deep personal friendship and a shared vision of art as a vehicle for relation, knowledge and exchange. LUDI forms part of the cycle “I limiti non esistono” (“Limits Do Not Exist”), dedicated to inclusion, resilience and the overcoming of barriers on the road to the Milano–Cortina 2026 Olympic and Paralympic Games.

More than a two-person show, LUDI is a unified project built around the concept of ludus—the Latin term for both “play” and “school.” Reviving the ancient idea, dear to Plato and the Romans, that play can be not only diversion but also formation, Mazzucchelli and Morella propose an art that joyfully involves, educates and creates cohesion. In this sense they echo Plato’s Laws (“If we learn while playing, the lesson takes root more deeply”) and Maria Montessori’s insight that “play is the work of the child.”

What gives LUDI its force is its inter-generational scope: it addresses not only children but also adults, seeking to awaken the playful dimension often repressed in grown life and to recognise play as a motor of creativity, freedom and connection. The project resonates with Johan Huizinga’s warning in Homo Ludens (1938) that the loss of free play risks cultural impoverishment; art, he wrote, “was born in play and is still a play.”

LUDI thus embodies a shared vision: art as formative, regenerative and participatory experience, capable of forging deep connections and releasing dormant creative energies. Like Warhol and Basquiat with their Olympic Rings (1985), Morella and Mazzucchelli start from a common symbol—but instead of deconstructing a logo, they give shape to the authentic values of the Olympics and the ludi, celebrating inclusion, joy, collaboration and the surpassing of limits.

Their “joint” art invites the public to step into the ludus itself and become active players in the artistic game. Through inflatable and wooden sculptures, tactile surfaces and open forms, the two artists build a participatory environment where the viewer is not a passive observer but the protagonist of creative play. The works are not merely in dialogue: they are conceived together, the outcome of a two-year collaborative process in which each offers technical mastery without competition, turning friendship into a creative force.

Mazzucchelli, pioneer of inflatable and social art since the 1960s, uses light, mobile PVC structures to transform space and stimulate bodily participation, heirs to his historic Abbandoni. Morella, master of wood-turning and Braille surfaces, brings tactile, multisensory pieces that cross the boundaries between art and design and centre on touch, exploration and sensory inclusion. For both, interaction is foundational: a work exists fully only when lived, touched, inhabited and shared.

Together they shape primary forms and living surfaces, producing works to be explored with body, eyes, hands and heart. LUDI – Art as an Embrace becomes a rare, innovative project where personal friendship turns into a creative gesture and art itself becomes the place where individual excellence and openness to the other coexist and amplify one another—a hymn to collaboration, joy and the beauty of encounter.