Fa bene uno scienziato ad andare in TV e usare i social network? La riflessione del Professor Enrico Ferrazzi

By 9 Settembre 2020Cultura, Salute

La pandemia da Covid19 ha portato in TV e su tutti i mezzi di informazione medici e scienziati come mai era avvenuto. Han fatto bene male ad andarci?

Per rispondere a questa domanda parto da un mio ricordo giovanile; da una frase di un libretto di colore rosso un tempo molto citato a sproposito “se devi alzare un secchio d’acqua devi prenderlo da terra” e ancora “da dove vengono le idee giuste? Nella scienza dai laboratori, in politica dal vivere tra le masse”. Credo Bossi abbia letto solo la seconda delle due e ha ottenuto un risultato storico. Il suo successore ha adottato la stessa massima più la comunicazione digitale.

Un bravo scienziato sa e deve spiegare quindi concetti complessi in modo che chiunque possa comprenderlo. Ho letto recentemente un testo di Sinclair, credo abbia un Hindex a tre cifre (ndr indice che indica la condivisione scientifica delle ricerche pubblicate da uno scienziato, nel caso è un luminare), in cui spiega come il DNA rappresenti una informazione digitale, mentre la cromatina, che l’avvolge e lo protegge, riesca ad “accendere” e “spegnere” le informazioni del DNA (epigenetica) sia un’informazione analogica. La prima si riproduce uguale a se stessa la seconda è esposta agli stress e alle influenze ambientali, da cui l’invecchiamento. Come spiega Sinclair questi complessi meccanismi macromolecolari dopo averli trattati in modo scientificamente rigoroso? “… I CD sono formati da una informazione digitale (0-1) e questa è protetta da uno strato di polimeri plastici. I graffi allo strato di copertura polimerica del CD sono assimilabili ai i danni alla cromatina, se molti e ripetuti non permettono la lettura da parte del raggio laser delle informazioni digitali sottostanti…”. Quindi la longevità della replicazione cellulare sta nella buona tenuta della informazione analogica (cromatina) e nella sporadica riparazione del danno alla informazione digitale (DNA). Questo lavoro di “buona tenuta” e “riparazione” lo fanno le Sirtuine1-6 presenti sin dalle prime forme di vita cellulari (lieviti) su su fino al Sapien Sapiens. 

Esistono quindi livelli diversi di comunicazione. Se un concetto non può essere esposto nel suo nucleo (avete in memoria l’Inferno di Giotto nella cappella degli Scrovegni rispetto alle dispute teologiche sull’inferno da Nicea in poi?) e spiegato alla “parrucchiera di Voghera”, beh, credo che o chi lo espone non ha strumenti intellettuali sufficienti o non è un concetto valido.

Certo questo presuppone una società a strati culturali sovrapposti. Ma questa è la realtà e in una democrazia (un maggiorenne, un voto o one-dollar one-vote) questa realtà non può essere ignorata, anche dalla scienza. E’ negli strati sociali con meno strumenti culturali che si insinua, non solo il dibattito su legittime opinioni diverse, ma il pregiudizio, il falso voluto, la propaganda di quei maestri negativi di un passato che minaccia sempre di tornare presente (Lenin, Franco, Mussolini e Hitler), assai più degli onesti menscevichi e dei socialisti massimalisti.

Per concludere: meno male che il Covid19 ha spinto tanti colleghi a popolare i media. Mi stupisce piuttosto l’uso inappropriato e personalistico che alcuni ne hanno fatto, complici anche chi i media li gestisce (direttori di testata, proprietà, management) che hanno girato la vanità umana – anche degli scienziati – a favore della propaganda. Si è forse persa alcune volte la possibilità di fare comunicazione scientifica bella e chiara – alla Quark per intenderci – privilegiando l’ideologia e la politica che con la scienza dovrebbero sempre poco a che fare. Ma siamo tutti – scienziati in primis – esseri umani frutti del nostro tempo… senz’altro non un tempo “illuminato”. A chi ascolta l’onere di saper filtrare, a chi comanda la decenza – persa – della buona fede.