LA LIBERTA’ DI ESPRESSIONE NON E’ UNO SCHERZO: PRENDILA SUL SERIO

Copia Di Red Room Performance Villa Arson Nice 2004

LA LIBERTA’ DI ESPRESSIONE NON E’ UNO SCHERZO: PRENDILA SUL SERIO

Red Room, H.H. Lim (performance), Villa Arson, Nice, France, 2004 – Courtesy by Zoo Zone Art Forum

Sabino Maria Frassà e Nicla Vassallo hanno invitato Gherardo Colombo (già giudice e Presidente Editrice Garzanti), Giuseppe Iannaccone (avvocato), Enrico Maria Ferrazzi (medico e scienziato), Monica Cirinnà ed Elena Ferrara (senatrici), Cosimo Finzi (sociologo) a riflettere sui limiti e le possibilità della libertà di espressione oggi. Ogni riflessione sarà accompagnata da un’opera dell’artista cinese H.H. Lim, che da sempre lavora sul tema della libertà di espressione e difficoltà di comunicare.

La prima riflessione dà il nome anche al dibattito “LA LIBERTA’ DI ESPRESSIONE NON E’ UNO SCHERZO” ed è firmata dagli ideatori dell’iniziativa, Sabino Maria Frassà & Nicla Vassallo. Gli autori hanno deciso di riprendere nel titolo la poesia “Alla vita” scritta in carcere dal poeta turco Nazim Hikmet, che proprio per la propria “indipendenza” culturale e di espressione fu imprigionato in Turchia per 12 anni e fu poi costretto fino alla morte all’esilio (in Russia) senza la possibilità di rivedere più suo figlio e sua moglie.


LA LIBERTA’ DI ESPRESSIONE NON E’ UNO SCHERZO: PRENDILA SUL SERIO

Sabino Maria Frassà & Nicla Vassallo

ALLA VITA – Nazim Hikmet
da Poesie d’amore (1948)

La vita non è uno scherzo.
Prendila sul serio
come fa lo scoiattolo, ad esempio,
senza aspettarti nulla
dal di fuori o nell’aldilà.
Non avrai altro da fare che vivere.
La vita non è uno scherzo.
Prendila sul serio
ma sul serio a tal punto
che messo contro il muro, ad esempio, le mani legate
o dentro un laboratorio
col camice bianco e grandi occhiali,
tu muoia affinché vivano gli altri uomini
gli uomini di cui non conoscerai la faccia,
e morrai sapendo
che nulla è più bello, più povero della vita.
Prendila sul serio
ma sul serio a tal punto
che a settant’anni, ad esempio, pianterai degli ulivi
non perché restino ai tuoi figli
ma perché non crederai alla morte,
pur temendola,
e la vita peserà di più sulla bilancia

Milano – Genova 10 giugno 2017. La libertà di espressione non è uno scherzo e va presa sul serio: è uno strumento di tutela e progresso di ogni società democratica. La libertà di pensiero è stata spesso osteggiata e oppressa proprio perché sinonimo di lotta per l’uguaglianza e la libertà, contro ogni forma di sopruso. Anche l’Italia ha pagato con il sangue la conquista dei diritti democratici e della libertà di espressione: il suffragio universale femminile è stato raggiunto solo nel 1946 mentre il diritto alla libertà di espressione è stato incluso in modo pieno solo nel 1948 (articolo 21 della Costituzione Italiana) dopo che lo Statuto Albertino nel 1848 aveva introdotto un embrionale principio di libertà di stampa.

Molte volte si fraintende però la libertà di espressione con la parresia, nella sua accezione più negativa di diritto di dire tutto ciò che si pensa. Affinché tale forma di “libertà di espressione” possa essere una leva di reale progresso, dovremmo tutti essere dei Soloni onniscienti in grado di farci capire da tutti: un’utopia alquanto sfidante. Dal momento che siamo tutti ignoranti in qualche misura, bisogna attentamente interrogarsi su quali siano i limiti e i confini alla libertà di espressione: le conseguenze di una libertà di espressione illimitata e incondizionata rischiano di minare lo stesso principio di democrazia, portando a derive populiste e anarchiche.

Grazie ai nuovi mezzi di comunicazione ciò che ognuno di noi dice, riprende e condivide “liberamente” può ottenere una grande eco. Se da un lato ciò rappresenta una crescita esponenziale della libertà di dire ciò che si pensa (ognuno di noi può essere persino una fonte di informazione di massa), al contempo rappresenta un’impossibilità di comprendere e verifica l’autorevolezza delle fonti e la qualità delle informazioni. Ormai è noto il rischio di un effetto domino (fake news, hate speech) per cui si credono-validano come vere notizie infondate e su di esse si basano le proprie convinzioni, che poi si pretende di condividere e “imporre” sugli altri, proprio perché ritenute vere. In questo modo a comandare non è la “verità” o la ricerca di essa, ma è spesso un infondato senso comune. Del resto, come notava correttamente Antonio Nicita su Il Foglio, sul web cerchiamo la nostra eco, valorizziamo ciò che conferma le nostre convinzioni e trascuriamo ciò che le confuta o falsifica, accentuando fenomeni di autoselezione, estremizzazione e self-confirming bias.

Il problema di fondo che spesso non si considera nel riflettere sul diritto di espressione è il coinvolgimento dell’“altro nella manifestazione di tale diritto. Il diritto di espressione infatti implica la libertà di esprimersi in pubblico. Del resto è difficilmente controllabile e censurabile ciò che uno si dice nella propria stanza da letto o di fronte allo specchio. Il problema sorge allorché ci si esprime non per e a se stessi, ma per e nel relazionarsi con qualcun altro: ci esprimiamo per difendere le nostre idee, per convincere qualcun altro delle proprie idee o anche solo per il piacere di raccontarsi a qualcun altro. Volendo schematizzare, la libertà di espressione coinvolge sempre più di una parte: chi si esprime, esercitando la propria libertà di espressione; ciò che si esprime; l’ascoltatore (sia esso consapevole o meno, espresso o diffuso).

Proprio questa triangolazione rende complesso l’esercizio di questo diritto ed è la ragione per cui il diritto di espressione non può essere illimitato. Esprimere la propria idea non significa ricercare uno strumento di sostegno psicologico al proprio incerto ego, ma significa donarsi agli altri, accettando un incontro dialettico, composto di critiche reciproche con l’interlocutore e di una conclusione il più possibile accrescitiva e migliorativa per tutte le parti.  La libertà di espressione è perciò innanzitutto dialogo. Chi ci ascolta bisogna sempre ricordare che ha almeno due diritti: il nostro stesso diritto di espressione/critica e il diritto a richiedere il perché e le fonti di ciò che ascolta.  Quando la libertà di espressione e critica non considera una delle due parti (sia esso l’oggetto di ciò che si dice e/o il destinatario) scadendo nell’insulto, nell’ideologia o in una satira che umilia senza possibilità alcuna di replica, si rivendica non il diritto di espressione ma il diritto ad esternalizzare un proprio monologo interiore e un flusso di coscienza, che altrimenti troverebbe sfogo al massimo solo all’interno delle proprie mura domestiche.

Ma a questo punto dovremmo chiederci perché l’“altro” dovrebbe ascoltarci, quando ci sono sei miliardi di fonti di informazione e gli basterebbe leggere storicizzati e collaudati autori. Rivendicare il diritto alla libertà di dire sempre ciò che si pensa, senza che esso sia ponderato, meditato e riflettuto (con magari anche la verifica delle fonti) porta la nostra società verso un reale autismo sociale, una sadica ricerca della solitudine, che si traduce nella parcellizzazione e inevitabile nascita di bisogni identitari divisionisti e non inclusivi.

Siamo sicuri che sia quello che vogliamo?

Torniamo quindi a ribadire che elemento fondamentale e drammaticamente carente nella nostra società oggi sia il coraggio di istruire in modo critico e non dogmatico; di essere genitori e non amici; di essere cittadini consapevoli e non popolo; di avere dubbi e non certezze. Il diritto di espressione è un diritto chiave quanto complesso, che merita di essere compreso nella sua pienezza e complessità, se non altro come forma di rispetto per tutti coloro i quali nei secoli sono morti e muoiono ancora oggi per permetterci di vivere tale diritto.

Sabino Maria Frassà & Nicla Vassallo