Elisabeth Scherffig, artista di fama internazionale a Milano dal 1971, si racconta e presenta la sua mostra al Museo Messina

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Elisabeth Scherffig, artista di fama internazionale a Milano dal 1971, si racconta e presenta la sua mostra al Museo Messina

MAPPAMONDI
ELISABETH SCHERFFIG
a cura di
Sabino Frassà & Andi Kacziba
Studio Museo Francesco Messina
Via San Sisto 4/A – Milano
18 – 29 novembre 2014
Inaugurazione:
18 novembre – ore 18:30

Elisabeth Scherffig, nata a Dusseldorf nel 1949, è un’artista di fama internazionale che ha scelto di vivere in Italia dal 1971. Ha esposto in sedi istituzionali e gallerie private in molte città italiane e all’estero, tra cui Düsseldorf, Londra e New York. In un Paese che vede il drammatico aumentare della “fuga di cervelli”, è quindi un esempio di attrazione di “saperi” in Italia.
Sabino Maria Frassà l’ha intervistata nel suo studio milanese il 6 novembre 2014 in vista della mostra “Mappamondi” che verrà inaugurata il 18 novembre alle ore 18:30 allo Studio Museo Francesco Messina (Via San Sisto 4, Milano) con il patrocinio del Consolato Generale di Germania e del Goethe Institut. La Mostra, curata dallo stesso Sabino Maria Frassà insieme ad Andi Kacziba, nasce dalla collaborazione tra il Museo (Comune di Milano), l’Associazione cramum e la Fondazione Giorgio Pardi. L’obiettivo comune è supportare in un modo indipendente l’arte, i giovani e la cultura in Italia.


Sabino Maria Frassà (SMF) – Elisabeth come e perchè una giovane donna tedesca decide di lasciare Dusseldorf e vivere in Italia?
Elisabeth Scheriffig (ES) – Mio padre era un Pastore protestante e aveva forti rapporti con l’Italia: spesso degli italiani valdesi venivano a trovarci e negli anni ’60 cominciai anche io a frequentare Torre Pellice e la comunità  valdese italiana. L’affetto per una persona mi fece sempre più stare in Italia, fino a quando nel 1971 decisi di trasferirmi in modo definitivo.

SMF – Avevi già allora deciso che da grande saresti stata un’artista?
ES – A quel tempo ero una musicista e a Milano cominciai a insegnare musica, attività che ho svolto per quasi 20 anni. Nel frattempo però conobbi tanti giovani artisti, che allora animavano Milano: di lì partì la voglia di arte visiva. Cominciai a disegnare, ma nell’arte visiva sono un’autodidatta. L’arte e la cultura sono sempre state una parte costante della mia formazione fin da bambina e nella mia famiglia tutti suonano uno strumento, ma poi tutti hanno deciso di fare lavori tecnici, da specialisti.
SMF- Sei quindi un’artista a tutto tondo, per cui l’arte è musica, scrittura, arte visiva allo stesso tempo?
ES – No, mi sento un’artista visiva. Il mio lavoro è però musicale: lavoro spesso per cicli e ogni mio lavoro comprende l’aspetto ritmico, quello melodico e quello armonico. La musica infatti è parte di me, della mia formazione e processo creativo, ma attraverso l’arte visiva riesco ad andare più in profondità. Detto ciò continuo a suonare ed ho una band, con cui suono ogni lunedì mattina!
SMF –  Quando hai capito però che la tua strada non sarebbe stata la musica, ma l’arte visiva?
ES – Quasi subito, dopo due o tre anni l’avevo già capito. La musica non era un’attività in contraddizione con l’arte, ma per me è stato a lungo soprattutto un lavoro. Quando decisi di smettere di insegnare musica, mi resi conto di come la costanza, il tempo, la dedizione siano determinanti per la produzione artistica: solo così le buone idee evolvono, si strutturano e diventano opere d’arte.
SMF – Perché sei rimasta in Italia? 
ES – Perché allora non c’era motivo per andarsene. Milano mi ha adottata e accolta calorosamente. Ho avuto la fortuna di incontrare persone eccezionali con le quali ho ancora rapporti (di amicizia e lavoro) ancora oggi. La Milano degli anni ’70 e ’80 era un ambiente vivace, in cui si viveva un po’ alla giornata, fiduciosi nel domani e del fatto che la vita fosse piena di possibilità. Con altri artisti ci incontravamo alla Galleria di Porta Ticinese, fondamentale per il movimento femminista milanese e per il dibattito culturale di quegli anni. Oggi il clima è diverso: se da un lato il maschilismo degli anni ’70 è del tutto tramontato, dall’altro manca lo slancio, la fiducia nel futuro e negli altri. Ognuno è concentrato sul proprio lavoro e manca lo spirito di comunità.
SMF – Rimasta a Milano hai avuto una figlia: è cambiato il tuo lavoro artistico?
ES – Sebbene sia cambiata la mia visione del mondo, la mia arte ha continuato ad evolversi in modo lineare e autonomo: non ci sono cesure prima, durante o dopo la gravidanza. Un figlio ti porta a pensare. Sei obbligato a pensare al Mondo che sarà anche quando non ci sarai tu. Un figlio ti proietta nel futuro e ti spinge a lavorare perché tale futuro sia il migliore possibile.
SMF – Come si è quindi evoluta la tua arte?
ES – Ho cominciato a disegnare interni con un pennino a china. Il punto di osservazione era come quello di un bambino che guardava dal basso l’ambiente che lo circonda. Con il tempo il mio sguardo si è alzato, ho cominciato a guardare dall’alto, alle architetture, alla città. Sono nata e vissuta in una casa tedesca razionalista. Da sempre mi interessa l’architettura e la città, meno la natura, a meno che essa non assuma forme architettoniche: penso ad esempio ai vigneti delle Langhe, che ho disegnato in alcuni lavori degli ultimi anni. Di queste vigne non mi interessa la naturalità, ma il disegno e l’intreccio dei rami, che si alzano come fossero labirinti e muri verticali.
SMF – Qualsiasi sia il tema delle tue opere, c’è una costante: il disegno. Anche le tue sculture sono disegni che trovano una soluzione tridimensionale.
ES – Si è vero. Il disegno è, insieme all’architettura e all’analisi del mondo esterno, uno dei fondamentali della mia produzione artistica. Il disegno è per me metodo e processo; rappresenta una forma di conoscenza, permette di analizzare in profondità l’oggetto artistico indagato  e ritratto. Il disegno ti permette quindi di avvicinarsi all’idea mentale, attraverso la resa anche dei singoli particolari. Amo il particolare e non amo il gigantismo contemporaneo, ma a volte i progetti stessi richiedono grandi dimensioni. Le “Mappe”, i miei ultimi lavori, sono nati per essere grandi ed ho lavorato molto sulla visione generale dello spazio, per poi scendere dopo nel dettaglio. Ho quindi sempre bisogno di domare la grande dimensione con attenti lavori preparatori che permettano di costruire in me la visione generale.
SMF – Come nascono quindi i tuoi ultimi lavori “Mappe”?
ES – Io non ho maestri diretti, ma ci sono degli artisti che sono dei capisaldi: Durer e Bellotto. In una mostra del Durer nel 2012 rimasi folgorata dalla Mappa di Venezia disegnata da Jacopo de Barbari: 6 grandi fogli che andavano ben oltre la mera descrizione delle strade, elevandosi sopra la città a volo d’uccello. Da li mi fu chiaro che dopo Vitrea, avevo voglia di realizzare una mappa grande e bella come quella; una mappa che apri e ti mostra il mondo.
SMF – Vitrea è stato un lavoro cardinale nella tua produzione artistica. Ti ho sentito spesso parlarne. Le “Mappe” di oggi sono lavori molto diversi, più densi e forse inquieti.
ES – Vitrea è un lavoro sulla luce e la luce per me è gioia. In vitrea ho cercato di disegnare la luce e tale processo mi ha portato all’astrazione. Il ciclo di Mappe invece nasce per andare oltre, per esprimere una visione più complessa dell’esistenza: mostrare il mondo è mappare la sua complessità. Le mie mappe sono fatte per perdercisi: coesistono stratificati più livelli e più dimensioni temporali (dal medioevo ai giorni d’oggi). Questo lavoro però, come Vitrea ed in generale come tutto il mio lavoro artistico, è vissuto da me come una ricerca di conoscenza. Non sono una persona religiosa e la mia arte non lo è. L’arte però non è scienza: mostra, ma non spiega e non permette di sapere completamente. Così nelle mie “Mappe”, ci si perde per poi ritrovarsi:  il passato si confonde con il presente e determina una nuova vista sul e per il futuro.
L’intervista è stata realizzata dal vivo a Milano il 6 novembre; rivista il 9 novembre; autorizzata dall’artista.