Franco Mazzucchelli: “Ho incontrato Arp, Ernst e Duchamp. Allora ho deciso di abbandonare la mercificazione dell’arte”

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Franco Mazzucchelli: “Ho incontrato Arp, Ernst e Duchamp. Allora ho deciso di abbandonare la mercificazione dell’arte”

<< La tecnica è lo strumento fondamentale per ogni artista; senza semplicemente non si può essere artisti. Ma la tecnica fine a se stessa è barocca e se un artista non supera la tecnica, è vecchio in partenza.>>
Franco Mazzucchelli

Franco Mazzucchelli, classe 1939, è tra i più noti artisti viventi milanesi. Ha aderito alla 3° edizione del premio cramum per giovani artisti, promosso dall’omonima associazione insieme alla Fondazione Giorgio Pardi. L’obiettivo del Premio è sostenere i migliori giovani artisti in Italia, mettendoli in mostra e relazione con artisti di fama internazionale. Franco Mazzucchelli sarà quindi giurato del Premio cramum e una sua opera sarà in mostra al fianco di quelle dei 10 giovani finalisti (“Frangit Nucem” dal 12 al 19 maggio a Milano). Sabino Maria Frassà ha incontrato il Maestro nel suo studio milanese il 22 dicembre 2014; da quell’incontro è nata un lungo racconto/intervista sui primi anni della sua carriera.

Sabino Maria Frassà (SMF) – Come e quando hai deciso che da grande saresti diventato un artista?
Franco Mazzucchelli (F.M.) Nella mia vita ho sempre preso le decisioni importanti in pochi secondi: da capire chi sarebbe stata mia moglie al fatto di fare l’artista. Da ragazzo ne ho combinate di tutti i colori; poi quasi per caso e in modo improvviso mi sono avvicinato all’arte. Era il 1958, un giorno incontro un mio ex compagno di liceo che stava andando ad iscriversi all’Istituto Cimabue e decisi di accompagnarlo. Arrivati al Cimabue, avevo qualche soldo in tasca e decisi di iscrivermi anche io. Da quell’iscrizione, non mi sono mai fermato: ho poi frequentato Brera; l’ho frequentata addirittura due volte, prima il corso di pittura e poi la scultura. La mia grande fortuna non è però stata l’istruzione, ma il fatto di esser cresciuto nella Milano del dopoguerra: tutto doveva essere ricostruito e tutto si stava costruendo. Erano anni in cui si aveva la fortuna di incontrare Maestri dell’arte e della cultura. 

Sabino Maria Frassà (SMF) – A proposito di Maestri, tu sei stato alunno di Marino Marini? Com’è stata questa esperienza? Cosa ti insegna un “Maestro”?
F.M.  Il mio grande Maestro con la M maiuscola non è stato Marino Marini, ma in realtà Giuseppe Colombo di Villasanta. Era un ex sellaio di biciclette, che aveva deciso tardi, come me, di diventare un artista. Lui mi fu affidato come tutor al Cimabue. Grazie a lui ho scoperto l’amore per l’arte e per ciò che si può esprimere con essa. Con lui ho visitato quasi tutti i musei europei, da Lescaux alla Cueva de Altamira, dal Louvre alla Tate.
Gli altri Maestri mi hanno insegnato poco e nulla; mi hanno dato soprattutto esempi ed esperienze di vita. Già da giovane avevo chiara infatti la funzione del “Maestro”, la maieutica: il maestro deve dare le basi, il metodo, affinché lo studente possa sviluppare da sé la conoscenza per trovare la “propria strada”. Preferii perciò a Domenico Cantatore, Marino Marini. Di Cantore non condividevo la sua volontà di intervenire nel lavoro degli alunni, il fatto che correggesse anche i quadri, persino le pennellate dei suoi studenti. Marino Marini invece pretendeva che ciascuno trovasse la sua strada. Mi ricorderò sempre quando fece espellere una studentessa americana da Brera, perché dopo tre settimane continuava a rimodulare e “rifare” i cavalli stile Marini. Fece bene, perché quella non è arte; ogni artista deve andare oltre. 

SMF – Non pensi però che Cantatore volesse che i suoi alunni sapessero la tecnica? 
F.M. Cantore sbagliava nel modo. La tecnica è fondamentale. Per andare oltre agli schemi, devi conoscerli alla perfezione. La tecnica è lo strumento fondamentale per ogni artista, senza semplicemente non si può essere artisti. Detto ciò la tecnica fine a se stessa è barocca. Se un artista non supera la tecnica, è vecchio in partenza.

SMF – Con i tuoi celebri “abbandoni” sei andato oltre, ma come ci sei arrivato?
F.M. Il 1964 fu per me l’anno della svolta, l’anno degli “abbandoni”, ma già da anni stavo provando ad esprimere la tridimensionalità attraverso i dipinti ed il dripping, ma era troppo costoso. Scoprii allora le resine industriali, ma puzzavano incredibilmente.
Il passaggio da questi primi esperimenti agli “abbandoni” è stato reso possibile ancora una volta grazie alla fortuna di conoscere dei Maestri, che mi aiutarono a riflettere: Duchamp, Ernst e Arp.
Nel 1964 stavo finendo per la 2° volta Brera (scultura) e non sapevo cosa fare: da un lato avevo 2 anni di mostre programmate, dall’altro la consapevolezza che ciò che stavo facendo non mi convinceva più del tutto. Così  accompagnai Alik Cavagliere ad una mostra a Parigi. Quasi per caso mi ritrovai alla personale di Jean Arp. La galleria era ad un primo piano, c’erano poche persone, non più di 15, tra cui l’artista, Marcel Duchamp e Max Ernst, che stavano parlando tra loro di fronte ad un’opera di Arp. Non accorgendomi, protesi lo sguardo per vedere come si sviluppava l’opera di Arp ; lui notò ciò e cominciò a parlarmi. Il giorno dopo accompagnai Duchamp in un cinema di periferia, dove venivano proiettati i suoi vecchi film. 

SMF- Ma in che modo i tuoi “abbandoni” e il tuo andare oltre sono in relazione con questi incontri? Ti confrontasti con loro riguardo a tecniche e nuove soluzioni?
FM – Quello invece che mi stupii allora e mi stupisce ancora oggi è il fatto che sebbene fossero artisti famosissimi, si comportavano come persone normali: non mi parlavano di massimi sistemi, gallerie, collezionisti, ma della vita e delle cose di tutti i giorni, il resto ero lo sfondo, non la sostanza della loro vita.

A Milano già all’epoca si cominciava a veder sempre di più la spinta a vendere, alle opere d’arte fatte in serie, alla factory.
L’esempio questi artisti famosi contrastava con la realtà che vivevo in Italia e a Milano. I miei pensieri tornavano spesso sul tema di lasciare l’arte, l’ambiente dei collezionisti e degli “artistars”: vendere, frequentare, chiedere di fare mostre ed eventi proprio non era per me. La parola che  più ripetevo era “abbandono”. Questi incontri parigini mi portarono a capire che non potevo lasciare l’arte, ma che dovevo abbandonare piuttosto la mercificazione dell’arte. Dovevo recuperare l’arte come comunicazione, come protesta e innovazione. La svolta in realtà avvenne poco dopo, facendo benzina a Milano: ricevetti dal benzinaio un gadget gonfiabile. In pochi secondi capii quindi come questo potevo realizzare il mio <<abbandono dell’arte>>: grandi gonfiabili da abbandonare in luoghi pubblici, da donare senza pretese alla collettività. 

SMF- Possibile sia tutto un caso? Grandi maestri e un benzinaio?
F.M. Sì assolutamente! Però il caso non basta ora, come non bastava allora: come ti dicevo, l’arte necessita di tanta tecnica, tempo e sacrificio. Dal benzinaio il gadget era piccolo, molto piccolo. Io volevo gonfiabili enormi, ma come fare? Provai diversi macchinari, che mi costarono quanto tre stipendi, dovetti chieder prestito ai miei e poi la prima macchina non funzionava. Insomma solo nel 1967 dopo 3 anni di sforzi, trovai la mia tecnica, che continuo a perfezionare ed affinare tutt’oggi: sono tanti i miei brevetti! 

SMF- Grande fatica, ma anche molto divertimento, o sbaglio?
F.M. L’arte non deve ripiegarsi su se stessa. I miei gonfiabili sono un modo leggero per parlare della vita, delle contrapposizioni, del pieno e del vuoto, che non è mai vuoto. E’ un divertimento che fa riflettere! Del resto cominciai con mia moglie a lasciare grandi gonfiabili non solo nelle Piazze, ma davanti alle aziende, molte volte non li ritrovavo dopo una settimana. E’ giusto così, non ho mai voluto assicurare questi tipi di lavori, se no sarei ricaduto nella logica che volevo abbandonare di “mercificazione dell’arte”.

L’intervista è stata realizzata dal vivo a Milano il 22 dicembre 2014; rivista il 20 gennaio 2015; autorizzata dall’artista.