TESTO CRITICO DELLA MOSTRA “NARCISI FRAGILI”

By 3 Luglio 2020Settembre 4th, 2020Senza categoria

SIAMO NARCISI FRAGILI IN CERCA DI ETERNITA’

Testo critico di Sabino Maria Frassà alla mostra “Narcisi Fragili” 

a cura di Sabino Maria Frassà 22 settembre – 29 ottobre 

My Own Gallery – Via Tortona 27, Milano

In mostra: Laura de Santillana, Daniela Ardiri, Flora Deborah, Giulia Manfredi e Francesca Piovesan

Il mito di Narciso è una delle metafore più calzanti del tempo in cui viviamo. Narciso era il ragazzo più bello al Mondo fu condannato per la propria vanità ad amare solo la propria immagine riflessa; morì solo e venne poi trasformato dalle divinità in un fiore per preservare il ricordo di tanta bellezza. La società occidentale è diventata per antonomasia la società dell’immagine effimera e combatte il passare del tempo con ogni mezzo. Per quanto ci si impegni non si può però avere vent’anni per sempre e la fine della “grande” bellezza è parte della nostra esistenza. Nella stessa idea di bellezza è insita la sua fine e forse solo nel tempo che passa la si può realmente vedere e quindi apprezzare. Il ricordo e la sublimazione del bello attraverso il tempo e il gesto artistico rendono eterno ciò che per natura non lo è. Ma l’arte fa i conti con il proprio tempo e quindi non è sempre facile comprendere quale sia la migliore forma espressiva in grado di descrivere la natura del bello.

Oggi siamo tutti bombardati tanto da parole quanto da immagini.  Ciò spiega il successo del fumetto, del cinema e della televisione, forme espressive vicine e coerenti alle trasformazioni sociali degli ultimi decenni che hanno unito l’immagine alla parola. Ma forse, complice decenni di propaganda ideologica e di pubblicità, siamo arrivati al momento di saturazione della parola e l’immagine ha preso il sopravvento. Se tale aspetto è indicativo di quanto prima descritto come la deriva della società dell’immagine, bisogna però anche coglierne le potenzialità. Come era solita affermare la grande artista Louise Bourgeois: “To be an artist, you need to exist in a world of silence”. Siamo diventati tutti sordi, sprofondati in un mondo di immagine e di solitudine, che viene ben compreso e restituito dall’arte contemporanea, intesa come fluido ed eterogeneo mix di tecniche ed espressioni artistiche non più codificabili, ma che partono spesso dalla materia: del resto la video art parte dal racconto visivo della materia, dalla quale non riesce del tutto a liberarsi, e la digital art nasce per negazione della materia, che quindi rimane come punto ultimo di riferimento. Forse anche per questo sempre più persone si avvicinano all’arte contemporanea, come un tempo si avvicinavano alla scrittura. Essere un artista, o meglio fare l’artista, diventa un modo per restaurare un rapporto con la realtà materica e trasformare il “proprio” caos in qualcosa di diverso, in bellezza. Siamo quindi tutti dei narcisi fragili salvati dalla gratuità, dall’assenza di finalità pratica del gesto artistico, che speriamo riesca a rendere eterni almeno ciò che siamo e/o abbiamo pensato. L’arte da sempre è una promessa di eternità, di lasciare un seme che sboccerà negli occhi e nelle menti degli altri. Un modo per condividere il proprio vissuto, quando non si riesce (più) a raccontarlo a parole.

Da queste considerazioni nasce la mostra “Narcisi fragili” che indaga la bellezza e la precarietà dell’esistenza umana, partendo dalla riflessione di Virginia Woolf: “Ho avuto un istante di grande pace. Forse è questa la felicità”. Nel buio interiore l’arte condivide riflessioni, dubbi e spiragli di “fugaci momenti di gloria” che diventano universali, andando al di là del proprio tempo e del proprio vissuto. Protagoniste le opere di cinque artiste italiane – Daniela Ardiri, Flora Deborah, Laura de Santillana, Giulia Manfredi, Francesca Piovesan – che hanno fatto dell’uso della materia lo strumento per raccontarsi e per affermarsi in un mondo – quello dell’arte – spesso maschilista e machista. Le opere inedite in vetro soffiato “Scars” (Cicatrici) di Laura de Santillana, la grande artista scomparsa prematuramente nel 2019, costituiranno l’inizio di un percorso che condurrà lo spettatore a riflettere e a interrogarsi: su ciò che sia realmente importante grazie alla scultura di Flora Deborah; sulla fragilità delle convenzioni sociali grazie all’installazione di Daniela Ardiri; sul ruolo dell’essere umano nell’ecosistema globale con le sculture “vive” di Giulia Manfredi e infine sul ruolo del tempo nella nostra vita con le impressioni fotografiche di Francesca Piovesan.

Se chi scrive non crede che abbia più alcun senso parlare di “sessi” non si può negare che la nostra società li riconosca e sia ancora vittima non solo dalla violenza contro le donne ma anche della discriminazione di genere. Anche l’arte contemporanea, non attribuendo sempre le stesse opportunità, rischia di perdere delle voci e di legittimare tale asimmetria. Senza cadere in visioni ideologiche anacronistiche, questa mostra racconta il nostro essere fragili narcisi con gli occhi di donne che ce l’hanno fatta e che sono artiste note per la propria arte e per aver trasformato la materia in qualcos’altro, in bellezza se non eterna al di là del proprio tempo.

LE ARTISTE IN MOSTRA RACCONTATE DAL CURATORE

LAURA DE SANTILLANA: IL LIMITE NON ESISTE
Per Laura de Santillana la vita era come il vetro: questione di resistenza e resilienza. Laura de Santillana ci ha purtroppo lasciati il 21 ottobre 2019 dopo una fulminea malattia. E’ stata una donna fortunata, ma anche artefice della propria fortuna. Nascere da una “grande” famiglia – la “dinastia” dei vetri Venini – non è un merito, ma lo era stato la sua resilienza alle sfide della vita: dopo essere diventata direttrice artistica, vendette le aziende di famiglia (nel 1986 la Venini e nel 1993 la EOS) per dedicarsi completamente all’arte. Laura de Santillana riuscì a reinventarsi tante volte in modo sempre coerente e con un grande rispetto per la propria persona: parlava spesso di quel bisogno “filosofico” che la guidava anche nel fare arte. Per Laura l’arte era infatti il piacere di ricercare e sperimentare per il puro piacere di farlo, per superare i limiti della materia e oltrepassare così anche i propri limiti “umani”.
Ci ha lasciato in eredità “Scars” (Cicatrici), un gruppo di tre lavori che è facile considerare come apice e sintesi della suo percorso non solo artistico, ma anche personale. Scars sono infatti sculture realizzate superando la tecnica dello “slumping”, per cui si scioglie un vetro che si era già solidificato. In tale fase le opere subirono degli shock termici tali da spaccarsi. Dopo tanti tentativi – complice il “caso” sempre citato dall’artista – queste “spaccature” e “crepe” si ricomposero dando vita a opere che presentano delle “cicatrici”. Queste “ferite cicatrizzate” affascinarono molto l’artista perché rispecchiavano il suo stesso modo di concepire la vita intesa come una continua negazione dei limiti attraverso il loro superamento. Del resto fino alla fine Laura non volle vedere il “Limite” e preferì dedicarsi alla sua arte.

 

IL CORPO UNIVERSALE DI FRANCESCA PIOVESAN
Francesca Piovesan vince il Premio Cramum nel 2015. Nonostante i successi artistici preferisce vivere e lavorare ad Aviano dove è nata nel 1981.  Si è imposta all’attenzione della critica per le sue opere che hanno per oggetto e strumento di indagine il corpo umano. In mostra al fianco dei noti “Specchianti” (in oro) l’artista presenta un’opera inedita di quattro metri dal ciclo “Frammenti”. Grazie allo sviluppo di peculiari tecniche ispirate all’applicazione dello sviluppo off-camera a partire dal corpo umano, l’artista riesce a realizzare opere che imprigionano letteralmente nell’opera finale (di carta o su vetro) parti dell’artista, come sali e grassi. Sebbene il punto di partenza sia lo sviluppo fotografico di un corpo, il risultato finale non è mai un autoscatto, quanto quello che potremmo definire come “corpo universale”: le opere di Francesca Piovesan sono infatti mappe di corpi in cui è difficile se non impossibile riconoscere la soggettività e il singolo individuo. Si tratta di forme che richiamano e cercano di rappresentare l’essenza dell’umanità nella sua interezza come una sindone o scomposta in frammenti. Sempre forte il richiamo visivo al concetto di “tabù” e dell’indicibile: spesso di fronte alle sue opere si ha la percezione di vedere impronte di scheletri, maschere mortuarie o frammenti di mummie. Del resto le opere di Francesca Piovesan partono dalla vita, colgono e catturano un attimo di un corpo, che viene trasfigurato e in qualche modo reso “universale” in una dimensione al di là del tempo e della vita stessa.

 

PER FLORA DEBORAH ARTE E’ CIO’ CHE PREFERIAMO NON VEDERE
Flora Deborah (nata a Evian les Bains, Francia, nel 1984) dopo essere arrivata seconda al Premio Cramum nel 2015, si è trasferita a Tel Aviv. Bloccata dal lockdown a Milano, dove era tornata per trovare la famiglia, è stata protagonista di un’intensa performance “The Synonim of Why” in cui ha scomposto e ricomposto un uovo simbolo per antonomasia della vita. L’opera invece selezionata per “Narcisi Fragili” è “The Placenta is Dead, Long Life to the New Consumer”: si tratta di una scultura in bronzo e cera realizzata in Scozia nel 2019, ma concepita a Londra nel 2014. E’ un’opera che racconta molto di questa artista che da anni indaga il significato del bello al di là delle apparenze. Elemento che caratterizza Deborah è infatti il far diventare opera d’arte gli organi e le viscere degli esseri viventi, ovvero quelle parti talmente intime di cui noi stessi spesso rifiutiamo la vista. Tutto cominciò dal rapporto con un macellaio di Londra nel 2014 con cui rifletté su quanto le persone scartino di un animale come il maiale di cui in realtà tutto sarebbe commestibile. Ispirata anche dalla lettura di “Poteri dell’orrore. Saggio sull’abiezione” di Julia Kristeva, cominciò quindi a studiare l’anatomia degli organi, cercando di combattere quella iniziale repulsione. Proprio l’interrogarsi su tale sentimento è stato il motore dei lavori successivi. L’attenzione dell’artista si concentrò presto sulla placenta umana, organo che permette la formazione di una nuova vita, che la protegge e le dà nutrimento. Nonostante l’importanza di tale organo, pochi di noi sanno come sia fatta: essa è il simbolo stesso del nostro tempo che non riesce ad attribuire la giusta importanza agli elementi sostanziali e alla base della nostra stessa esistenza. Flora Deborah realizzò così il calco di una placenta donatale da una sua amica e lo portò con sé nei suoi tanti spostamenti: da Londra a Milano e infine a Tel Aviv. Solo nel 2019, in Scozia per una residenza d’artista, riuscì a completare questa ricerca, realizzando una scultura che è una sorta di “tomba” della placenta. Facile rintracciare la forte ironia e il rapporto del distacco della madre centrali nella cultura ebraica. Si può così facilmente concludere che “The Placenta is Dead, Long Life to the New Consumer” sia in fondo una pietra di inciampo per ricordarci da dove veniamo e un invito a riconsiderare i canoni estetici e i parametri di valutazione del “bello”.

 

IL REGNO SOTTILE DI GIULIA MANFREDI
Giulia Manfredi nasce a Castelfranco Emilia vince il Premio Cramum nel 2017, vive e lavora a Roma con il marito artista Alberto Emiliano Durante e il figlio Alessandro. Persona vulcanica e con un ottimo senso pratico, lavora da sempre con un animo barocco sul tema della difficile convivenza tra vita e morte. Dopo una prima fase in cui l’artista ha documentato soprattutto la morte, la vita si è fatta letteralmente spazio nei suoi ultimi lavori parte della mostra “Narcisi Fragili”: al fianco della scultura Psicomanzia – realizzata con le ali di farfalle – possiamo ammirare le “Geomanzie”, sculture in marmo che riprendono le geometrie e l’ordine dei giardini all’italiana e al cui interno crescono e si impongono piante. Queste opere finiranno prima con lo sgretolarsi – le radici delle piante distruggeranno le forme scavate nel marmo – e poi le piante stesse moriranno. L’artista documente così nel tempo quello che lei definisce come “il regno sottile”, ovvero quello spazio di precarietà e possibilità in cui si colloca la vita di ogni essere umano. A noi tutti è dato di vivere in un arco temporale limitato durante il quale ci è data la possibilità – più o meno consapevole – di agire per lasciare un segno, una traccia. Per quanto piccoli noi esseri umani, più delle altre forme di vita, abbiamo la possibilità di “determinare” il mondo che ci circonda non solo oggi, ma soprattutto domani. Resta però la consapevolezza che anche questa traccia si perderà nei secoli dei secoli e che potremmo definirci fortunati se di noi rimarrà il pensiero che ha mosso la nostra esistenza.

 

DANIELA ARDIRI RIFLETTE SUL COSTO DELL’EMANCIPAZIONE FEMMINILE
Daniela Ardiri, finalista del Premio Cramum nel 2019, da anni vive e lavora tra Milano e la natia Catania. Da sempre è interessata a indagare con la propria arte l’evoluzione sociale del nostro Paese. Il punto di partenza è spesso la memoria e cosa rimane di ciò che è stato: non le interessano però né i grandi eventi né i personaggi storici, quanto le persone comuni e a lei vicine. Dalla “memoria” e dalla documentazione di ciò che rimane della sua famiglia nascono opere come “Men’s Sentence” in mostra, che tendono a universalizzare il ricordo, mettendone in luce aspetti salienti.

L’artista ha riscontrato come suo nonno nelle foto istituzionali si facesse ritrarre con in mano una sigaretta, simbolo di potere e libertà maschile. Del resto a quei tempi non era conveniente per una donna farsi ritrarre con una sigaretta in mano. L’artista così realizza un’opera che rievoca un materasso, simbolo dell’alcova, in cui l’immagine del nonno viene trasformata in un ritratto di una signora con borsetta e sigaretta. L’operazione di sottrarre la sigaretta dalle mani di un uomo per darla a una donna crea una sovrapposizione tra l’universo maschile e quello femminile, che cerca di rivendicare un maggiore spazio vitale per la donna, dotata di una “nuova” possibilità, quella di essere ammessa a un contesto sociale e a un “mondo” ritenuto ancora esclusivo. Proprio il gesto del fumo è stato nei decenni passati un gesto di emancipazione femminile che ha però condannato le donne a subirne gravi conseguenze sulla propria salute. L’opera induce perciò a riflettere sul difficile percorso portato avanti ancora oggi da parte delle donne per affrancarsi da una cultura machista senza però interiorizzare gli aspetti peggiori.