
Sliman Mansour, artista cristiano nato ad al-Bireh nel 1947, è una delle voci più autorevoli dell’arte palestinese contemporanea. Cresciuto in una comunità profondamente legata alla terra e alla memoria, ha trasformato la sua pittura in un linguaggio capace di custodire l’identità collettiva del suo popolo. Dopo gli studi all’Accademia d’Arte di Gerusalemme, negli anni Settanta è stato tra i fondatori del movimento “New Vision”, che ha cercato di opporsi all’occupazione con la forza della cultura, creando immagini simboliche di resistenza.
La sua quotidianità è divisa tra Gerusalemme, dove vive, e Ramallah, dove lavora: un tragitto segnato da check-point, muri e restrizioni che fanno parte della “violenza quotidiana” che Mansour stesso denuncia. Da questa esperienza nasce una sensibilità particolare verso Gaza, che definisce “prigione a cielo aperto”: una ferita che lo accompagna anche quando espone in Europa o negli Stati Uniti, ricordando che l’arte non può fermare le bombe, ma può preservare memoria e umanità.
Opere come Camels of Memory o i celebri ritratti di contadine hanno assunto valore iconico. Le sue figure femminili rappresentano resilienza e radici, diventando custodi della terra e della speranza. In particolare, le contadine con bambini reinterpretano con delicatezza l’iconografia cristiana: non semplici madonne, ma simboli universali di maternità e famiglia come rifugio e forza vitale in tempi di dolore. È così che la tradizione religiosa diventa in Mansour ponte verso un linguaggio laico e condiviso.
Il cuore del suo messaggio è che essere palestinese non significa appartenere a una sola fede. Lui stesso, cristiano in una terra a maggioranza musulmana, incarna una palestinità che si radica nella terra, nella memoria e nella storia comune. Palestinese è chi custodisce le cicatrici dell’esilio e il desiderio di futuro, al di là delle religioni. Questa dimensione plurale, spesso dimenticata, riaffiora nei suoi quadri come un filo che lega generazioni diverse.
“Non posso fermare le bombe”, ha detto in una recente intervista, “ma posso preservare la nostra umanità”. E proprio qui si trova la forza della sua opera: nell’offrire al mondo uno sguardo che non riduce la Palestina al conflitto, ma la restituisce come cultura viva, capace di bellezza, memoria e pace. Mansour ci ricorda che l’arte non è fuga, ma resistenza morale e invito universale a riconoscere nell’altro un volto, una storia e un diritto alla dignità.
- Sliman Mansour: l’arte di essere palestinese oltre la religione
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