L’etica dell’ascolto, tra corpo e paesaggio: l’arte di Betty Salluce per Milano Cortina 2026

By 29 Gennaio 2026CRAMUM, Cultura

Nel solco delle Olimpiadi e Paralimpiadi di Milano Cortina 2026, Cramum e Gaggenau portano a Milano la prima personale meneghina di Betty Salluce: Punti di contatto – Restiamo in ascolto, un invito a misurare l’empatia non come slancio retorico, ma come pratica concreta di prossimità. A raccontare la mostra che rimarrà aperta tutto l’anno sono le parole del curatore,  Sabino Maria Frassà, attraverso il suo testo critico.

Prossimità — L’etica dell’ascolto tra corpo e paesaggio 

Testo critico di Sabino Maria Frassà, curatore della mostra

«Com’è essere un pipistrello?» (What is it like to be a bat?). La celebre domanda con cui Thomas Nagel, nel 1974 su The Philosophical Review, svela l’irriducibile inaccessibilità dell’esperienza soggettiva altrui è il varco concettuale da cui prende avvio la mostra Punti di contatto — Restiamo in ascolto, che presenta per la prima volta a Milano le opere inedite di Betty Salluce. Se quella domanda ci consegna l’irriducibilità del che-cosa-si-prova, allora l’empatia non è proprietà cognitiva, ma esercizio di prossimità: non forza l’accesso, affina l’ascolto. È la stessa artista che chiarisce l’origine del proprio metodo: «Tutto nasce da una relazione fisica e sensoriale con la terra e con il corpo — da esperienze dirette di ascolto, contatto e cammino nei luoghi. Il corpo come paesaggio, e il paesaggio come corpo».

Questa “prossimità” non è un’idea, ma una pratica che affonda in una memoria primaria dello sguardo. «Da bambina» spiega Salluce «durante i viaggi notturni, guardavo le colline illuminate solo dalla luna: in quelle linee riconoscevo profili umani, corpi distesi, presenze. Era un gioco dello sguardo, ma già allora era anche un modo per sentirmi parte di quel paesaggio». Anni dopo, quel gesto istintivo ritorna come metodo: «mi sono accorta che non mi aveva mai lasciata: è tornato nella mia ricerca artistica, trasformandosi in un modo di leggere la terra come un corpo e il corpo come terra a cui si appartiene». Per questo il paesaggio, nelle opere, non è mai immagine costruita a distanza: «È un paesaggio vissuto: l’ho attraversato, toccato, ascoltato, camminando a lungo nei calanchi lucani, fino a sentirne la fragilità e la memoria come qualcosa di fisico. In quel contatto nasce la necessità del filo».

Salluce si colloca nella genealogia del “filo sull’immagine” — da Messager e Soltau a Meyer, Anzeri e Choumali — ma ne sposta il centro: il ricamo non sovrascrive, interpreta la morfologia, lavorando su collage di corpi e paesaggi da lei stessa realizzati. Le opere nascono da fotografie stampate, poi assemblate e cucite a mano: un processo di stratificazione tattile in cui l’immagine viene “toccata” e trasformata dal gesto del filo. Ventagli, dorsali, costolature diventano cartografie sensibili in cui corpo e paesaggio si innestano. La stampa su ecopelle non è un effetto materico: è metonimia dell’epidermide; la grana assorbe il grigio e rende l’immagine mimetica ed essenziale, quasi a chiedere di essere sfiorata. Così la fotografia non resta superficie, ma pelle d’opera: luogo in cui il filo segna il passaggio dalla visione alla prossimità, e in cui un io si apre a un noi.

Grado zero del colore, archetipo della terra. L’artista lavora in una scala di grigi che non allude all’assenza, ma trattiene memoria e profondità. Nel grigio la soglia tra bianco e nero si fa porosa: si vedono le cuciture e, insieme, ciò che le rende necessarie. La fotografia cucita diventa rito laico: sutura le fratture senza nasconderle, tiene insieme ciò che il tempo, le istituzioni o la paura tendono a separare. Rispetto alle ricerche precedenti, qui il paesaggio non è più sfondo: è il vero soggetto dell’empatia. I corpi non si dispongono davanti al mondo per rappresentarlo: vi si innestano, si conformano alla sua morfologia e ne diventano tessuto. In questa saldatura riaffiora un archetipo antichissimo — il patto tra corpo e terra, dal rito greco della sepoltura al pathos omerico del corpo insepolto — ma rovesciato: non abbandono tragico, bensì appartenenza e custodia. Le risonanze restano allusive: la monumentalità frammentaria di Igor Mitoraj è evocata e poi superata; l’eco surreale di Man Ray nelle pose è trattenuta e depurata fino a una sobrietà scultorea contemporanea, dove grigio e cucitura sostituiscono l’enfasi con una misura etica dello sguardo. Il risultato è un “tutto” in cui corpo, materia e paesaggio sono strutture equivalenti: «il corpo è l’involucro di noi stessi; la terra lo è del suo nucleo; l’universo, in fondo, di tutti noi».

In questa logica, il filo non è ornamento: appartiene alla storia familiare dell’artista e a un sapere tramandato dalle donne, ma diventa anche gesto del corpo, pratica di connessione e cura. «Il ricamo… per me è un atto del corpo: una pratica di connessione e di cura, ma anche una sutura che può rendere visibile la ferita. Ricamare, per me, è un atto fisico». È qui che la mostra concentra la propria urgenza: nella possibilità che un gesto intimo diventi metodo pubblico, e che la fragilità — giovanile, sociale, geografica — non venga estetizzata, ma attraversata.

In queste opere inedite, conclude il curatore, «il ricamo diventa sinestesia: non è un’aggiunta ornamentale, ma un reale dispositivo di traduzione, capace di trasformare la visione in tatto e il paesaggio in ritmo. Il filo registra una respirazione comune – quella della terra e quella del corpo – e la rende leggibile come una trama di punti, tensioni, pause. È qui che si concentra la ricerca di Betty Salluce: nel punto esatto in cui due forme si incontrano e si trasformano, in quelle soglie fragili ma necessarie che somigliano alle cuciture. Punti di contatto è questo luogo ideale in cui il paesaggio smette di essere solo spazio e diventa presenza grazie a un noi condiviso».  Qui l’empatia non annulla la distanza: la attraversa e la rende abitabile. Questa etica dello sguardo si riconosce nei valori olimpici e paralimpici come pratiche, non come slogan: l’amicizia è la fiducia che apre all’incontro; il rispetto è ascolto delle differenze e degli ambienti; l’eccellenza è miglioramento condiviso. Coraggio e determinazione coincidono con il ricucire — nel senso letterale di Salluce e in quello simbolico di una comunità che si ricompone. Per questo la mostra non “rappresenta” l’inclusione: la esercita.