
Ricondividiamo l’intervista a Wolfe von Lenkiewicz con cui parte il piano L’ARTE IN PRIMA PERSONA promosso da Schiavi SpA insieme a Cramum, sotto la direzione artistica di sabino Maria Frassà.
Personaggio inevitabilmente divisivo, Wolfe von Lenkiewicz incarna una figura d’artista fin troppo contemporanea, sospesa tra il sistema dell’arte, quello dell’immagine e la costruzione della propria rappresentazione pubblica. Tra eleganza studiata, riferimenti aristocratici e una presenza accuratamente calibrata, il suo lavoro si muove in un territorio in cui la pittura incontra il linguaggio della moda, del lusso e della comunicazione contemporanea.
Discendente del Baron von Schlossberg, pittore di corte di Ludwig II di Baviera, Lenkiewicz rilegge la storia dell’arte trasformandola in un repertorio di immagini immediatamente riconoscibili, levigate, seduttive, concepite per imporsi nello sguardo. Le sue opere, impeccabili nella realizzazione, sembrano nutrirsi del passato per riconsegnarlo al presente sotto forma di icona, tra echi magrittiani, suggestioni digitali e una sensibilità visiva perfettamente allineata ai codici del nostro tempo.
Il risultato è una pittura che non rinuncia all’ambizione di piacere, di circolare, di affermarsi anche attraverso i dispositivi della visibilità contemporanea. Nulla appare casuale: formati, composizioni e costruzione dell’immagine sembrano misurarsi con un pubblico abituato tanto alla storia dell’arte quanto alla logica rapida e verticale dei social media. Il pubblico internazionale lo apprezza, e Sabino Maria Frassà ci accompagna in un’intervista franca ma misurata, capace di far emergere luci, ombre e interrogativi di una ricerca in bilico tra tensione concettuale, senso di déjà-vu e una marcata volontà di sedurre lo sguardo.
Con Wolfe von Lenkiewicz, L’ARTE IN PRIMA PERSONA si apre così a una riflessione sul sottile confine tra rilettura e appropriazione, tra omaggio e costruzione del consenso, tra valore culturale e capacità di attrarre attenzione. Una soglia complessa, e proprio per questo, interessante da interrogare.

In che modo l’eredità della tua famiglia ha influenzato il tuo rapporto con l’arte?
L’eredità artistica della mia famiglia è sempre stata una presenza consapevole nel mio percorso, ma il mio lavoro rappresenta al tempo stesso una continuazione e una rottura con quella tradizione. Mio bisnonno, pittore di corte per il re Ludwig II di Baviera, operava all’interno dei canoni della sua epoca, aderendo alle convenzioni della ritrattistica ufficiale. Io, invece, mi sento libero di decostruire e ricostruire il linguaggio visivo, senza vincoli estetici legati alla pittura formale. Tuttavia, conservo un profondo rispetto per la precisione tecnica e la maestria artigianale dei grandi pittori del passato, elementi che considero fondamentali nella mia ricerca.
Facciamo qualche nome di maestri che ammiri anche nell’arte contemporanea…
Leonardo da Vinci è sempre stato un punto di riferimento imprescindibile per la sua capacità di fondere scienza e arte, mentre Théodore Géricault mi affascina per la sua straordinaria profondità psicologica. Per quanto riguarda l’arte contemporanea, trovo particolarmente stimolante l’intersezione tra tecnologia e pittura e sono attratto da quegli artisti che esplorano nuovi linguaggi visivi, andando oltre le forme tradizionali.

Come scegli quali elementi del passato portare nel presente nella tua arte?
La selezione degli elementi storici nel mio lavoro è un processo intuitivo, ma sempre consapevole. Mi attraggono i momenti della storia dell’arte in cui un’estetica o un’idea erano in fase di trasformazione, quando un movimento artistico stava per evolversi in qualcosa di nuovo. La scuola fiamminga, il Romanticismo e l’astrazione del primo Novecento sono per me riferimenti costanti, non come modelli da replicare, ma come fonti da filtrare attraverso il mio linguaggio, intrecciandole con le tematiche contemporanee.
Come hai fuso la pittura classica con l’intelligenza artificiale?
Il mio approccio ibrido nasce dalla necessità di superare i limiti della pittura tradizionale senza tradirne la storia e il linguaggio. Ho iniziato studiando le tecniche classiche della pittura a olio, approfondendo i metodi rinascimentali e il sistema dell’atelier, ma al tempo stesso sono sempre stato affascinato dalle possibilità offerte dalla tecnologia. L’intelligenza artificiale e i modelli di diffusione mi permettono di sperimentare rapidamente e di esplorare nuove forme, non come sostituti della pittura, ma come strumenti per ampliare il processo creativo. In fondo, questo utilizzo dell’IA è una sorta di versione contemporanea dello schizzo rinascimentale. Un momento decisivo in questa evoluzione è stato il passaggio dalla reinterpretazione di composizioni storiche alla creazione di opere completamente nuove, libere da riferimenti diretti.

La tua ricerca artistica potremmo definirla sincretica, giusto?
Mi piace. Senz’altro l’idea che la storia non sia un processo lineare, ma ciclico. Le grandi questioni del passato—potere, identità, rappresentazione—sono ancora estremamente attuali, e rielaborandole creo un dialogo tra epoche diverse. Le mie opere suggeriscono che il passato non è un’entità distante e immutabile, ma un elemento vivo che continua a plasmare e influenzare il nostro presente.
L’arte generata dall’intelligenza artificiale solleva interrogativi sull’autorialità e sulla creatività. Qual è il tuo punto di vista?
L’intelligenza artificiale e l’arte algoritmica mettono in discussione le nozioni tradizionali di autorialità, ma credo che oggi il ruolo dell’artista sia più essenziale che mai. Esiste una falsa percezione secondo cui l’IA generi immagini in modo autonomo, quando in realtà richiede direzione, selezione e raffinazione. Il mio processo è profondamente artigianale: addestro modelli, creo e modifico dataset, guido l’output dell’IA e lo traduco in un’opera fisica.
Se mai, l’IA rende l’autorialità più stratificata, non meno rilevante. In questo nuovo paradigma, l’artista non è solo un creatore, ma anche un curatore, un editore, un orchestratore di possibilità. Nell’era del machine learning, il compito dell’artista è mantenere il tocco umano, infondere intenzionalità, interpretazione ed emozione in ciò che altrimenti sarebbe solo un’espressione algoritmica.

Le tue opere sembrano palinsesti visivi, dove immagini e significati si stratificano. Come riesci a bilanciare ordine e caos nelle tue composizioni?
L’equilibrio tra caos e ordine è una componente fondamentale delle mie opere. Spesso le considero una sorta di archeologia visiva, in cui strati di significato si accumulano, si sovrappongono e talvolta si contraddicono. Questo effetto stratificato nasce sia dal mio processo creativo sia dai temi che affronto. Gli elementi generati dall’IA introducono una dose di imprevedibilità, quasi come un inconscio grezzo e incontrollato, mentre il mio compito, come pittore, è quello di affinare, rimuovere e mettere in evidenza. Il risultato è un caos controllato—opere che sembrano svilupparsi organicamente nel tempo, come se portassero dentro di sé una propria storia. Questa tensione tra struttura e disordine è ciò che conferisce energia ai miei dipinti, impedendo loro di apparire né troppo rigidi né eccessivamente caotici.
Quale ruolo gioca l’ambiguità nel tuo linguaggio artistico?
L’ambiguità è un elemento centrale del mio lavoro perché obbliga il pubblico a interagire, a farsi domande anziché ricevere risposte immediate. Le mie opere contengono spesso elementi che sembrano familiari, ma che vengono distorti, sovvertiti o reinventati, creando una tensione visiva. Le figure possono apparire potenti e vulnerabili al tempo stesso, belle ma anche inquietanti.

Ti piace quindi essere frainteso?
L’identità, in particolare, è un concetto che preferisco lasciare aperto. Piuttosto che offrire una rappresentazione univoca, lascio emergere molteplicità e contraddizione. Il mio obiettivo non è imporre un significato, ma creare uno spazio interpretativo per lo spettatore. Lasciando alcune cose irrisolte, favorisco un dialogo tra l’opera e chi la osserva, trasformandolo in un partecipante attivo nel processo artistico.
Come ti immagini tra dieci anni?
Nei prossimi dieci anni vedo la mia ricerca espandersi in diverse direzioni. Sono particolarmente affascinato dal potenziale dell’intelligenza artificiale in ambito tridimensionale, nella realtà aumentata e nello sviluppo di nuovi materiali fisici capaci di colmare il divario tra digitale e media tradizionali. La pittura stessa potrebbe trasformarsi, non tanto nello stile, quanto nel modo in cui viene percepita ed esperita. Immagino opere che esistano simultaneamente come oggetti fisici e come esperienze immersive e interattive. Dal punto di vista storico, mi interessano i periodi di transizione—quei momenti in cui un modo di vedere il mondo ha lasciato spazio a un altro. L’era digitale rappresenta uno di questi snodi cruciali, e il mio obiettivo è esplorare come la pittura possa mantenere la propria vitalità in questa nuova realtà. La tensione tra tradizione e innovazione è ciò che mi entusiasma di più, ed è proprio su questa intersezione che vedo svilupparsi il mio lavoro.
