L’ARTE IN PRIMA PERSONA – Liu Chien-Kuang

By 20 Giugno 2026Cultura

Per Liu Chien-Kuang il vetro non è semplicemente una materia da plasmare: è un archivio di memorie, un luogo d’incontro tra passato e futuro, tra tradizione e innovazione. Fragile e resistente al tempo stesso, il vetro diventa nelle sue mani uno strumento per interrogare la storia e comprendere il presente, trasformando ogni opera in un dialogo tra culture, tecniche e identità.

L’intervista a Liu Chien-Kuang segna una nuova tappa di L’ARTE IN PRIMA PERSONA, progetto promosso da Schiavi SpA insieme a CRAMUM, sotto la direzione artistica di Sabino Maria Frassà

Come sei arrivato al vetro, che è forse la materia che identifica di più la tua arte?

Sono entrato in contatto con il vetro mentre studiavo ceramica al college a Taiwan. La soffiatura del vetro è un’arte vivace e, rispetto alla creazione ceramica, che si svolge principalmente in solitudine, è molto più coinvolgente perché è un processo di squadra. Quando ho iniziato a studiare la lavorazione del vetro, i canali per ottenere informazioni erano relativamente limitati. Sono stato entusiasta di iniziare a cercare conoscenze sul vetro da tutto il mondo attraverso Internet. In quel momento, il vetro è diventato il mezzo attraverso il quale ho iniziato non solo a fare arte, ma anche a comprendere il mondo. Il vetro è stata l’occasione e lo strumento per conoscere il mondo: cercando informazioni su varie piattaforme, mi sono connesso anche con le culture e le lingue di diversi Paesi. I materiali in vetro mi hanno portato a viaggiare in tutto il mondo, dall’Asia all’Europa e all’America. Ogni luogo in cui sono stato ha un’industria del vetro unica, che merita di essere esplorata e studiata.

La maestra del vetro italiana Laura de Santillana diceva che “pensava in vetro”: capita anche a te?

Esattamente così. Durante una visita al National Museum of Taiwan History, ho visto un’ascia in pietra dell’età della pietra. Osservandone la forma e la struttura, ho sentito il desiderio di reinterpretarla nel materiale che conosco meglio: il vetro. Per me, il vetro è come un linguaggio attraverso il quale posso esprimere le mie idee. È un materiale che può essere tradotto e reinterpretato. Quando il vetro interagisce con materiali eterogenei, si crea un’armonia esotica. Il concetto di “esotismo” è centrale nel mio lavoro, con le sue molteplici sfumature, sia positive che negative.

Spiega meglio come mai e come fai interagire il vetro con altri materiali?

Nelle mie creazioni utilizzo diversi materiali, ognuno dei quali richiede strumenti specifici. Ho sempre avuto il desiderio di apprendere nuove competenze per esplorare vari mezzi espressivi. Spero di poter mantenere sempre viva questa passione per l’apprendimento di nuove tecniche e tecnologie. Nel mio studio ho strumenti per la lavorazione del legno e della ceramica, diverse stampanti 3D e macchine a controllo numerico computerizzato (CNC). In futuro, il mio obiettivo è acquistare un braccio robotico e imparare a programmare software per la produzione artistica. Credo che l’apprendimento continuo arricchisca la mia pratica creativa.

Arte, tecnologia e tecnica: ti reputi un artista “homo faber”?

Sono cresciuto in una famiglia in cui era normale creare oggetti con le proprie mani, e la mia città natale è un porto internazionale con una zona di esportazione e lavorazione. Per questo, i bambini della mia generazione hanno sviluppato, in misura più o meno grande, allergie e problemi respiratori. L’industria, i materiali e i processi produttivi scorrono nel mio sangue.

Vuoi dire che la tua arte è autobiografica?

Credo che l’arte di tutti lo sia. Mio padre è un designer di mobili, e fin da piccolo, frequentando diverse fabbriche, ho sviluppato un naturale interesse per l’artigianato. Sono nato a Taiwan negli anni ’80, in un periodo di cambiamenti e conflitti. In quegli anni, il Paese stava uscendo dalla legge marziale, e i divieti relativi ai partiti politici e ai giornali venivano gradualmente revocati. Il flusso e lo scontro di valori hanno continuato a influenzarmi. Quando creo arte, ripenso spesso a momenti della mia infanzia che allora mi sembravano normali, ma che ora trovo assurdi. Queste tradizioni di vita, che agli occhi della società europea contemporanea possono apparire eccessivamente ritualistiche o persino superstiziose, hanno nutrito la mia espressione artistica.

 

Qual è il tuo rapporto con la tradizione tecnica e con la tecnica in generale?

Amo visitare i musei di storia e osservare gli oggetti esposti. Mi interessa studiare le tecniche artigianali impiegate nella loro realizzazione, ma anche scoprire le storie nascoste dietro di essi. Dopo la ricerca, torno in studio e inizio a interpretare e tradurre questi oggetti museali nelle mie sculture, utilizzando la mia sensibilità e le mie tecniche. Tuttavia, non sono un esperto di tutti i metodi. Mentre esploro nuove tecniche, inevitabilmente si verificano errori e incomprensioni, dovute ai limiti dei materiali e degli strumenti. Accetto, e anzi mi aspetto, la bellezza che nasce da questi errori.

Schiavo perciò della tecnica: non si rischia il manierismo?

No, anzi. L’importante è non ripetere, ma andare avanti. Io non uso la tecnica degli altri, la faccio mia e quindi a mio modo e nel mio piccolo la faccio evolvere, ovvero diventare altro dall’originale di partenza. Un esempio concreto è un progetto che porto avanti da alcuni anni. Ho avuto l’opportunità di visitare la collezione di vetri asiatici presso l’Östasiatiska Museum di Stoccolma. Ho trovato alcuni oggetti in vetro con motivi e colori particolari, simili a pietre preziose. Un ricercatore mi ha spiegato che, per lungo tempo, il vetro è stato usato per imitare la giada e altre pietre rare. Per questo progetto, mi sono concentrato sull’uso del vetro verde per riprodurre la “giada più rara”. Ho anche progettato un esclusivo supporto in legno stampato in 3D per ogni “pietra di giada”. Durante la realizzazione, ho sperimentato con vari tipi di vetro verde che ho raccolto nel corso degli anni, alcuni dei quali potrebbero essere stati prodotti prima della mia nascita. Ho sovrapposto diverse sfumature di colore per dare profondità alla finta pietra. Il supporto delle pietre preziose è solitamente realizzato in legno scuro raro; io ho deciso di renderlo unico scolpendo il piedistallo in un programma digitale e stampandolo in 3D. Mi piace giocare con il contrasto tra materiali e riflettere sulle idee di imitazione e autenticità. Il vetro è stato per me un ottimo strumento per comprendere il mondo complesso che ci circonda.

Che rapporti hai perciò con il passato?

Studiare oggetti storici mi porta a riflettere sul passato, sulla mia esistenza e sul futuro. Da quando mi sono trasferito in Svezia, le persone mi chiedono spesso delle mie origini, e questo mi ha fatto rendere conto della mia conoscenza limitata di Taiwan, il Paese in cui sono cresciuto. Questo mi ha spinto a voler scoprire di più sulle persone e sugli eventi che hanno segnato la mia terra d’origine, tuttavia, attualmente vivo e lavoro principalmente in Europa. Quando espongo le mie opere qui, spero che gli spettatori possano percepire la bellezza dei cambiamenti di identità e degli scambi culturali. Allo stesso tempo, desidero trasmettere in modo poetico le tensioni interiori e le sfide del vivere in un luogo diverso.

Il tuo lavoro può sembrare vivere su un territorio liminale tra arte e design: sbaglio?

Mi sento una persona che si muove costantemente tra arte e design. Uso l’arte per interrogarmi sulla società e sulla mia stessa esistenza, mentre il design mi aiuta a trovare soluzioni ai problemi. Per me, arte e design non sono categorie separate, ma un processo fluido in cui mi muovo liberamente.

 

Parlando più da vicino della tua carriera: quali sono stati i momenti di svolta?

Lasciare il mio Paese più di dieci anni fa è stato senza dubbio un passaggio cruciale, un’esperienza intensa che ha segnato profondamente il mio percorso artistico. Non è stato facile e perciò tra i momenti più significativi, ricordo il progetto realizzato dopo anni con Sveriges Allmänna Konstförening nel 2021: la mia prima grande ricerca creativa dopo il trasferimento in Svezia. Questo lavoro ha dato vita alla serie Stone from Other Mountain, nata da una visita all’Östasiatiska Museum di Stoccolma. In quel momento, ho sentito di aver trovato un nuovo linguaggio espressivo, una base solida per la mia direzione artistica attuale. Un altro snodo fondamentale è stata la mia mostra personale Arahant presso Soil Space a Taiwan nel 2024. Tornare nella mia terra natale dopo dieci anni, con una grande esposizione, è stato un’esperienza intensa e quasi surreale. Taiwan era familiare e al tempo stesso distante, una dimensione sospesa tra il passato e il presente. Questo ritorno ha risvegliato in me nuove domande e intuizioni, che hanno iniziato a plasmare il mio lavoro in modi che ancora sto esplorando.

L’intervista a Liu Chien-Kuang segna una nuova tappa di L’ARTE IN PRIMA PERSONA, progetto promosso da Cramum insieme a Schiavi SpA, sotto la direzione artistica di Sabino Maria Frassà.