
Leo Orta, artista e designer franco-argentino, sviluppa una pratica in cui materia, memoria e trasformazione si intrecciano, dando forma a oggetti sospesi tra funzione e visione. Attraverso un linguaggio che unisce sperimentazione e sensibilità, il suo lavoro esplora il rapporto tra natura e artificio, aprendo nuove prospettive di lettura del reale.
Sabino Maria Frassà: Quale ruolo ha avuto la tua famiglia nella tua carriera artistica?
Leo Orta: La mia famiglia ha avuto un ruolo fondamentale nella mia formazione artistica. Sono cresciuto a Parigi, figlio di una coppia di artisti, e da bambino attraversavo ogni giorno lo studio tessile di mia madre per andare a scuola, aiutando anche mio padre con i suoi dipinti durante l’estate. Questo ambiente mi ha immerso nell’arte e nei valori sociali e ambientali trasmessi dai miei genitori, anche se, da piccolo, non sempre lo apprezzavo. Solo più tardi ho compreso il valore delle esperienze che mi hanno dato, come seguire le loro mostre in giro per il mondo o scalare vulcani e piramidi con mia madre.
Le mie radici anglo-argentine hanno contribuito a definire una visione multiculturale, anche se vivere in Francia per venticinque anni mi ha fatto sentire talvolta sospeso tra identità diverse. Questo senso di non appartenenza mi ha spinto a viaggiare e a esplorare altre culture, che oggi sono una parte essenziale della mia pratica artistica. Mi piace scoprire il modo in cui altre tradizioni producono e creano, combinando tutto come in una ricetta che sorprende.
Sabino Maria Frassà: Perché hai scelto il design e come ha influenzato il tuo approccio?
Leo Orta: Ho trovato la mia strada alla Design Academy Eindhoven, dove ho scoperto la forza della sperimentazione manuale e concettuale. Venivo da un percorso iniziale in graphic design tra Londra e Bruxelles, in cui mi sentivo poco ispirato. A Eindhoven, invece, ho potuto esplorare liberamente i miei interessi: dai progetti sociali al lavoro collaborativo, fino alla performance e al design sperimentale.
Sabino Maria Frassà: Quanto spazio lasci all’imprevedibilità e all’intuizione rispetto alla pianificazione e al design?
Leo Orta: Nella mia pratica ho appreso i principi fondamentali del design, come l’ergonomia, le proporzioni e le tecniche di assemblaggio. Questi servono come base per garantire un equilibrio funzionale e formale. Tuttavia, all’inizio del mio percorso alla Design Academy Eindhoven, soprattutto nel lavoro in duo, ero affascinato dall’idea di ignorare alcune di queste regole per esplorare nuovi territori di combinazioni materiche ed estetiche.
Mi piaceva lasciare spazio all’improvvisazione, come nel jazz, permettendo agli errori di aprire nuove opportunità: a volte un vero processo di apprendimento sul campo. All’epoca non sapevo ancora utilizzare strumenti digitali come il rendering 3D, quindi partivo da schizzi veloci e lasciavo che il dialogo avvenisse tra i materiali e la mia mente. Ora, dopo anni di esperienza e la possibilità di lavorare con studi di artigianato e tecnologie 3D, credo ancora fermamente che l’imprevedibilità e l’intuizione siano essenziali per il processo creativo.
Sabino Maria Frassà: Ti consideri un “homo faber”?
Leo Orta: Sono molto legato alla dimensione manuale e amo creare. Ho imparato molte tecniche da autodidatta, guardando tutorial online o studiando i processi spiegati dalle aziende. Solo negli ultimi due anni ho iniziato a collaborare con artigiani o aziende specializzate per opere che richiedevano tecniche che non potevo realizzare da solo, come la soffiatura del vetro, le fusioni o processi chimici complessi.
Ho iniziato in un piccolo garage per biciclette, passando da uno spazio per studenti all’altro, lavorando nel mio tempo libero tra scuola e sperimentazioni. Mi ispiravo alle tecniche dell’industria cinematografica e decorativa e ai ricordi dello studio di scultura dei miei genitori, che utilizzavano materiali economici per prototipi: cartapesta, bottiglie di plastica e colla a caldo. Da lì ho capito che esiste un’infinita possibilità di espressione, oltre i metodi scolastici che spesso mi sembravano ripetitivi.


