In Umbria la III Biennale Internazionale di Fiber Art Contemporanea: oltre 70 artisti tra museo e territorio

By 26 Agosto 2026Cultura, Eventi

Dal 4 settembre all’8 dicembre 2026 Valtopina, piccolo centro umbro in provincia di Perugia, torna a essere uno dei luoghi italiani dedicati alla ricerca sulla fiber art contemporanea. La III Biennale Internazionale di Fiber Art Contemporanea, curata da Barbara Pavan e promossa dalla Scuola Ricamo Valtopina e dal Comune, riunisce infatti oltre settanta artisti attraverso la mostra principale ospitata al Museo del Ricamo e del Tessile e due eventi collaterali che estendono il progetto oltre gli spazi museali.

Il cuore della Biennale è L’Amor che move il sole e l’altre stelle, titolo che riprende l’ultimo verso del Paradisodantesco e conclude un percorso di ricerca avviato nel 2022. Diciannove artisti e artiste internazionali sono chiamati questa volta a confrontarsi con una parola che l’arte contemporanea sembra quasi temere: amore. Troppo usata, troppo carica di significati e troppo facilmente esposta al rischio della retorica.

La mostra evita però di intenderlo semplicemente come sentimento o come tema iconografico. L’amore diventa piuttosto una forza relazionale da osservare nelle sue molte declinazioni: cura, responsabilità, desiderio, appartenenza, vulnerabilità, conflitto, perdita e trasformazione. Una scelta che permette alla Biennale di affrontare il tema senza necessariamente pacificarlo.

A introdurre efficacemente questo universo sono le stelle-comete di Ise Cellier. Nella serie Rudder / Les Gouvernails (I timoni), realizzata tra il 2020 e il 2021, l’artista francese cuce e dipinge tessuti antichi, incorporando bustine da tè e materiali eterogenei. Le forme celesti si popolano di volti, figure e piccoli segni, trasformandosi in oggetti sospesi tra racconto, memoria e desiderio.

Il riferimento dichiarato è alla poesia Étoiles filantes di François Coppée e a quel gesto quasi infantile e universale che associa all’apparizione fugace di una stella la formulazione di un desiderio. Il cielo di Cellier diventa così soprattutto interiore: la stella non rappresenta soltanto qualcosa da osservare, ma una sorta di mappa emotiva attraverso cui orientarsi tra speranza, attesa e perdita.

In copertina: Ise Cellier, dalla serie Rudder / Les Gouvernails (I timoni), 2020–2021, cucitura e pittura su tessuti antichi, bustine di tè e altri materiali eterogenei.

Di tutt’altro registro è Resistance in Continuum (2026) dell’artista iraniana Parimah Avani. Trenta indumenti bianchi per neonati accolgono frammenti di corpi tracciati attraverso salviette industriali per la pulizia, inchiostro e adesivo. A distanza l’installazione conserva qualcosa di apparentemente innocente: il bianco, l’infanzia, l’abito destinato ad accogliere e proteggere un corpo appena nato. Avvicinandosi, quella rassicurazione scompare.

La nursery incontra simbolicamente il campo di battaglia. La cura, spesso relegata a una dimensione domestica e invisibile, viene attraversata dal trauma della guerra; ciò che dovrebbe proteggere la vita diventa anche il luogo dal quale opporsi alla sua distruzione. L’amore perde così qualsiasi carattere astratto per diventare responsabilità: proteggere qualcuno quando proteggerlo diventa difficile.

Parimah Avani, Resistance in Continuum, 2026, salviette per la pulizia industriale, indumenti per neonati, inchiostro, adesivo, 235 × 206 × 3 cm. Photo credit: Arta Shadman.

Con Daniele Davitti il discorso cambia ancora. Coltre dell’asino (2024) è una grande coperta realizzata ricamando e rammendando a mano filo di cotone e spago su cotone e canapa antichi. È pensata idealmente per adornare e proteggere proprio un asino: l’animale che la cultura comune ha trasformato in sinonimo di stupidità e testardaggine viene restituito dall’artista alla propria grazia e dignità, ma anche alla memoria del ruolo che la sua forza ha avuto nel sostenere per secoli diverse civiltà.

Intorno a esso Davitti costruisce una piccola cosmologia tessile. L’asino, una capra, il sole, i pesci, l’albero della vita e un grande uccello richiamano i quattro elementi — terra, fuoco, acqua e aria — e un’idea di armonia con la spiritualità umana. Sulla cornice compaiono inoltre due strofe della canzone giapponese Always with Me, scelta per il suo invito alla gentilezza, all’amicizia e alla comprensione della vita nelle sue molte sfaccettature.

Daniele Davitti, Coltre dell’asino, 2024, filo di cotone e spago ricamato e rammendato a mano su cotone e canapa antichi, 140 × 95 cm. Photo credit: Lorenzo Michelin.

Tra le opere più inquietanti compare invece What A Boy Wants! di Ann Vollum. Tessuti di recupero tinti attraverso tecniche naturali ed eco-print, cuciture a mano, pizzo, paillettes e perline costruiscono una scena che inizialmente potrebbe appartenere all’universo domestico e rassicurante dell’infanzia. Ma al centro un bambino gioca in uno stagno torbido popolato da creature scheletriche, mentre sopra di lui incombe una creatura alata simile a un drago che porta nel ventre una bambina nuda.

Vollum costruisce deliberatamente un’immagine sospesa tra fiaba e incubo. Persino la bordura in pizzo, che richiama l’estetica vittoriana e il suo immaginario familiare, contribuisce all’ambiguità. Ciò che dovrebbe proteggere può anche imprigionare; il desiderio di protezione può trasformarsi in controllo, la cura in possesso, l’intimità in esercizio del potere. L’opera tocca così uno dei punti meno rassicuranti dell’intera Biennale: non tutto ciò che chiamiamo amore necessariamente libera.

Ann Vollum, What A Boy Wants!, tessuto di recupero tinto con tecnica eco-print, tessuto, pizzo, filati da ricamo, paillettes, perline e acrilici liquidi, 68,6 × 62,2 cm. Photo credit: Megan Maloy.

È proprio la distanza fra opere tanto diverse a rendere leggibile l’impianto della mostra. Non esiste un’iconografia comune dell’amore e neppure un messaggio al quale gli artisti siano chiamati ad adeguarsi. Esiste piuttosto una materia comune attraverso la quale provare a interrogarlo.

Il tessile, del resto, è relazione per sua stessa natura. Un filo può unire ma anche stringere. Si cuce per costruire e si rammenda per riparare; si può avvolgere qualcosa per proteggerlo oppure legarlo per impedirgli di muoversi. Il tessuto conserva le tracce dei corpi, del lavoro e del tempo. Ricamo, cucitura, rammendo, applicazione e recupero diventano così strumenti particolarmente efficaci per parlare di ciò che lega gli individui fra loro e al mondo.

Ed è proprio a Valtopina che questa riflessione assume un significato particolare. La sperimentazione contemporanea entra infatti in un luogo dedicato alla conservazione e alla trasmissione di un sapere antico: il Museo del Ricamo e del Tessile e la Scuola Ricamo custodiscono tecniche appartenenti al patrimonio manifatturiero umbro, mentre la Biennale, nata nel 2022, le mette in relazione con artisti, sensibilità e pratiche internazionali.

La questione, allora, non è soltanto constatare il ritorno del tessile nell’arte contemporanea, quanto comprendere come gesti antichissimi possano continuare a parlare del presente.

Dal museo al territorio

La III Biennale non si esaurisce nella mostra principale. Con Biennale OFF il progetto si estende alla Biblioteca Comunale “Stelvio Sbardella” e alla Sala Consiliare del Comune di Valtopina, portando a oltre settanta il numero complessivo degli artisti coinvolti e costruendo un percorso che mette in relazione museo, spazi civici e territorio.

Alla Biblioteca, dal 4 al 6 settembre, Un tempo altro. Estetica della lentezza, a cura di Barbara Pavan, mette in dialogo fotografia stenopeica ed Embroidery Art. Due pratiche apparentemente lontane, ma accomunate dalla necessità di un tempo lungo: da una parte l’immagine fotografica costruita senza ottiche e automatismi, attraverso esposizioni prolungate, attesa e imprevedibilità; dall’altra il gesto paziente dell’ago e del filo. Ogni opera nasce dall’incontro tra un fotografo e un artista tessile, facendo del processo e della durata parte integrante del lavoro.

Il progetto riflette così sulla lentezza non come nostalgia, ma come forma di attenzione in un presente dominato dalla produzione e dal consumo sempre più rapido delle immagini. Anche la sede assume un significato preciso: lettura, fotografia stenopeica e ricamo condividono una temporalità distesa, fatta di concentrazione, presenza e ascolto.

Nella Sala Consiliare, sempre dal 4 al 6 settembre, Soperchi Ornamenti, curata da Barbara Pavan e Monna Lisa Salvati, riunisce invece nove artiste internazionali attorno al tema del copricapo femminile. Storicamente segno di appartenenza, condizione sociale, prescrizione religiosa e controllo del corpo, il copricapo viene trasformato dalla fiber art in scultura tessile e riletto come possibile simbolo di libertà, creatività e autodeterminazione.

È soprattutto la collocazione nella Sala Consiliare a dare forza al progetto: i copricapi-scultura entrano idealmente negli spazi della rappresentanza e della decisione pubblica, storicamente dominati dagli uomini. Il tessile non decora quindi uno spazio istituzionale, ma lo interroga, mettendo in relazione corpo, emancipazione, differenza e potere.

Il tutto avviene inoltre in Umbria nell’anno delle celebrazioni per gli ottocento anni dalla morte di san Francesco. Il riferimento francescano porta inevitabilmente con sé una riflessione sulla relazione con l’altro e con il creato, mentre Dante offre alla mostra principale l’immagine cosmica con cui concludere il percorso iniziato quattro anni fa.

L’Amor che move il sole e l’altre stelle non propone però l’amore come soluzione e neppure come consolazione. Lo lascia aperto come problema e possibilità.

Forse è proprio qui che la fiber art mostra una delle sue qualità più contemporanee: il filo non cancella la frattura, la attraversa. E quando ricuce due lembi lascia visibile il punto in cui erano stati separati.

Informazioni

III Biennale Internazionale di Fiber Art Contemporanea – L’Amor che move il sole e l’altre stelle
Museo del Ricamo e del Tessile, Via Gorizia 19-30, Valtopina (Perugia). A cura di Barbara Pavan, coordinamento Maria Mancini. Dal 4 settembre all’8 dicembre 2026. Inaugurazione venerdì 4 settembre, ore 11.30; il 5 e 6 settembre apertura ore 10.00–20.00.

Biennale OFF – Un tempo altro. Estetica della lentezza
Biblioteca Comunale “Stelvio Sbardella”, Valtopina (Perugia). A cura di Barbara Pavan. 4–6 settembre 2026. Inaugurazione venerdì 4 settembre, ore 11.30; sabato 5 e domenica 6 settembre, ore 10.00–20.00.

Biennale OFF – Soperchi Ornamenti
Sala Consiliare del Comune di Valtopina, Valtopina (Perugia). A cura di Barbara Pavan e Monna Lisa Salvati, coordinamento Maria Mancini. 4–6 settembre 2026. Inaugurazione venerdì 4 settembre, ore 11.30; 5 e 6 settembre, ore 10.00–20.00.

Per informazioni sui tre appuntamenti: +39 339 3407299 – mariavaltopina@virgilio.it. Catalogo Alt3Vie Editore.