In memoria di David Hockney: imparare a vedere.

By 21 Giugno 2026Cultura

Con la scomparsa di David Hockney si chiude una delle vicende artistiche più straordinarie del nostro tempo. Pittore, disegnatore, fotografo, sperimentatore instancabile, Hockney ha attraversato oltre sessant’anni di storia dell’arte senza mai smettere di interrogarsi su una domanda tanto semplice quanto inesauribile: come vediamo il mondo?

La sua ricerca prende forma negli anni della formazione alla Bradford School of Art, tra il 1953 e il 1958. Sono gli anni in cui apprende il disegno d’osservazione e la pittura figurativa, ma soprattutto sviluppa quella curiosità verso l’esperienza visiva che accompagnerà tutta la sua carriera. Già nelle opere giovanili emergono l’interesse per la figura umana, la vita quotidiana e il desiderio di trasformare la realtà in racconto.

La svolta arriva nel 1964 con il trasferimento a Los Angeles. La luce della California, l’architettura modernista, la libertà dei costumi e le celebri piscine diventano il simbolo di una nuova stagione creativa. Nascono opere entrate nella storia dell’arte come A Bigger Splash, Portrait of Nick Wilder e Beverly Hills Housewife. In questi lavori l’acqua diventa una sfida pittorica e insieme una metafora del tempo: qualcosa di costantemente in movimento che la pittura tenta di fermare. Hockney riesce così a raccontare non solo un luogo, ma un’intera idea di felicità moderna.

Parallelamente, per oltre sei decenni, l’artista costruisce una straordinaria galleria di ritratti. Amici, familiari, compagni di vita, collezionisti e artisti diventano protagonisti di opere che non cercano la semplice somiglianza, ma la complessità delle relazioni umane. Ogni postura, ogni sguardo, ogni distanza tra due persone racconta caratteri, emozioni e legami. I suoi ritratti sono al tempo stesso realistici ed enigmatici, capaci di trasformare l’osservazione dell’altro in una riflessione sulla condizione umana.

Dagli anni Ottanta in poi, Hockney trova infine nel paesaggio uno dei territori più liberi e innovativi della sua ricerca. Dalle colline dello Yorkshire al Grand Canyon, la natura diventa un laboratorio di percezione, memoria e meraviglia. Realizzate spesso attraverso grandi composizioni modulari, opere come Nichols Canyon (1980), A Bigger Grand Canyon (1998), Garrowby Hill (1998) e Bigger Trees Near Warter (2007) superano il punto di vista fisso della fotografia per restituire un’esperienza dello sguardo più vicina a quella reale: mobile, frammentata, costruita nel tempo. Colore, ritmo e prospettive multiple trasformano il paesaggio in un’esperienza viva e mutevole.

Per Hockney il paesaggio non è uno sfondo, ma un interlocutore. La natura non viene rappresentata per ciò che è, ma per come viene vissuta: un’esperienza in continuo cambiamento che coinvolge lo sguardo, il corpo e la memoria.

Forse è proprio questa la sua eredità più importante. Dai ritratti alle piscine, dai collage fotografici ai paesaggi monumentali, David Hockney ci ha ricordato che vedere non è un atto passivo. Significa osservare, scegliere, ricordare, partecipare. Ogni immagine, nelle sue mani, diventa un invito a guardare il mondo con maggiore attenzione e meraviglia.

Sabino Maria Frassà, 17 giugno 2026