Leda e il Cigno Nero – piume, valigie e ombrelli nella prima mostra meneghina di Julia Bornefeld

By CRAMUM

In concomitanza con la Milano Design City Gaggenau e Cramum inaugurano il 7 ottobre, con un vernissage digitale aperto a tutti in live streaming, “LEDA E IL CIGNO NERO” personale di Julia Bornefeld a cura di Sabino Maria Frassà e terza del nuovo ciclo di quattro mostre “On-Air. Il presente è il futuro del passato”, progetto artistico e culturale che animerà il Gaggenau DesignElementi Hub per tutto il 2020 e realizzata in collaborazione con il progetto non profit CRAMUM.

“Leda e il Cigno Nero” è la prima mostra personale meneghina di Julia Bornefeld, artista nota a livello internazionale per aver portato nella scultura il dibattito femminista. “Julia Bornefeld è l’artista dell’indefinito e dell’indeterminazione, maestra nel sintetizzare e far coesistere la razionalità e il peso della materia con l’irrazionalità e la leggerezza del pensiero,” spiega il curatore Sabino Maria Frassà. “L’impeto e le forme delle sue opere partono sempre da forme e oggetti comuni – piume, uova, valigie, ombrelli, uccelli – per raccontare qualcosa al di là di ciò che si vede. L’artista non progetta mai i suoi lavori, ma vive di fulminee intuizioni in grado di raccontare l’universo, richiamando forme universali e immagini archetipali”.

Julia Bornefeld ha deciso di raccontare attraverso le piume, protagoniste della mostra, la fragilità e la resilienza dell’umanità di fronte alle avversità: al fianco di opere storiche lo spettatore potrà scoprire un corpo di opere inedite, realizzate durante il lockdown, in cui l’immagine del cigno nero – l’evento inatteso che stravolge tutto – si fonde con il mito di Leda, simbolo di una donna e di un’umanità che sa reagire e andare avanti.

L’artista spiega con queste parole la mostra e la sua filosofia di vita: “Il nostro vivere è un inarrestabile viaggio senza alcuna meta prestabilita. L’unica cosa che possiamo fare è imparare a viaggiare con valigie leggere e con un ombrello che ci protegga permettendoci di continuare a camminare”.


Gli spettatori potranno scoprire le ultime opere inedite, aneddoti e dettagli della ricerca artistica di Julia Bornefeld attraverso un tour virtuale 360° e contenuti video esclusivi.

Per registrarsi e partecipare al vernissage digitale: LINK

https://www.axterix.it/Rsvp/Gaggenau/2020-Evento_Bornefeld/?extra=3

La mostra è aperta al pubblico su appuntamento:

Gaggenau DesignElementi Hub, Corso Magenta 2

Lun-Ven 10:00-19:00

infocramum@gmail.comgaggenau@designelementi.it

T +39 02 29015250 (interno 4)

“Narcisi Fragili” – le opere di Giulia Manfredi tra vita e morte

By CRAMUM

Giulia Manfredi torna a Milano dopo il successo della mostra personale al Museo Francesco Messina (2019)all’interno del percorso espositivo  “Narcisi Fragili” che sarà inaugurato il 22 settembre alla My Own Gallery di Via Tortona 27. Espone quattro opere che sintetizzano la sua ricerca, tra cui l’inedito “Narciso” (in copertina) dal ciclo “Psicomanzie”. La mostra collettiva, curata da Sabino Maria Frassà, si inserisce all’interno del Palinsesto “I Talenti delle donne” del Comune di Milano ed è promossa da Superstudio e Cramum. Le altre artiste in mostra sono Laura de Santillana, Flora Deborah, Giulia Manfredi e Francesca Piovesan.

Proponiamo di seguito il commento scritto dal curatore Frassà, che da anni collabora con l’artista, alle opere selezionate per la mostra.

IL REGNO SOTTILE DI GIULIA MANFREDI

Giulia Manfredi nasce a Castelfranco Emilia vince il Premio Cramum nel 2017, vive e lavora a Roma con il marito artista Alberto Emiliano Durante e il figlio Alessandro. Persona vulcanica e con un ottimo senso pratico, lavora da sempre con un animo barocco sul tema della difficile convivenza tra vita e morte. Dopo una prima fase in cui l’artista ha documentato soprattutto la morte, la vita si è fatta letteralmente spazio nei suoi ultimi lavori parte della mostra “Narcisi Fragili”. Al fianco delle opere Psicomanzia e Vitriol in cui la vita è negata, potremo ammirare  “Geomanzia”, sculture in cui dei bonsai crescono su delle basi in marmo intarsiate riprendendo le geometrie e l’ordine dei giardini all’italiana.

Queste opere finiranno prima con lo sgretolarsi – le radici delle piante distruggeranno le forme scavate nel marmo – e poi le piante stesse moriranno. L’artista documenta così nel tempo quello che lei definisce come “il regno sottile”, ovvero quello spazio di precarietà e possibilità in cui si colloca la vita di ogni essere umano. A noi tutti è dato di vivere in un arco temporale limitato durante il quale ci è data la possibilità – più o meno consapevole – di agire per lasciare un segno, una traccia. Per quanto piccoli noi esseri umani, più delle altre forme di vita, abbiamo la possibilità di “determinare” il mondo che ci circonda non solo oggi, ma soprattutto domani. Resta però la consapevolezza che anche questa traccia si perderà nei secoli dei secoli e che potremmo definirci fortunati se di noi rimarrà il pensiero che ha mosso la nostra esistenza.


MyOwnGallery, Superstudio Più

Via Tortona 27 bis Milano

23 settembre – 29 ottobre 2020
MA – VE h 11.00 – 19.00  SA – DO h 15.00 – 19.00

Inaugurazione Martedì 22 settembre dalle ore 17.00 alle ore 21.00

“Narcisi Fragili” – In mostra il “corpo universale” di Francesca Piovesan

By CRAMUM

Dopo il successo delle mostre personali al Museo Francesco Messina e al Gaggenau Hub Francesca Piovesan torna in mostra a Milano all’interno del percorso espositivo  “Narcisi Fragili” che sarà inaugurato il 22 settembre alla My Own Gallery di Via Tortona 27. La mostra collettiva, curata da Sabino Maria Frassà, si inserisce all’interno del Palinsesto “I Talenti delle donne” del Comune di Milano ed è promossa da Superstudio e Cramum. Le altre artiste in mostra sono Laura de Santillana, Flora Deborah, Giulia Manfredi e Francesca Piovesan.

Proponiamo di seguito il commento scritto dal curatore Frassà, che da anni collabora con l’artista, alle opere selezionate per la mostra.

 IL CORPO UNIVERSALE DI FRANCESCA PIOVESAN

Francesca Piovesan, Frammenti, 400×140 cm, 2020

Francesca Piovesan si è imposta all’attenzione della critica per le sue opere che hanno per oggetto e strumento di indagine il corpo umano. Grazie allo sviluppo di peculiari tecniche ispirate all’applicazione dello sviluppo off-camera a partire dal corpo umano, l’artista riesce a realizzare opere che imprigionano letteralmente nell’opera finale (di carta o su vetro) parti dell’artista, come sali e grassi. Sebbene il punto di partenza sia lo sviluppo fotografico di un corpo, il risultato finale non è mai un autoscatto, quanto quello che potremmo definire come “corpo universale”: le opere di Francesca Piovesan sono infatti mappe di corpi in cui è difficile se non impossibile riconoscere la soggettività e il singolo individuo.

Si tratta di forme che richiamano e cercano di rappresentare l’essenza dell’umanità nella sua interezza come una sindone o scomposta in frammenti. Sempre forte il richiamo visivo al concetto di “tabù” e dell’indicibile: spesso di fronte alle sue opere si ha la percezione di vedere impronte di scheletri, maschere mortuarie o frammenti di mummie. Del resto le opere di Francesca Piovesan partono dalla vita, colgono e catturano un attimo di un corpo, che viene trasfigurato e in qualche modo reso “universale” in una dimensione al di là del tempo e della vita stessa.


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Inaugurazione Martedì 22 settembre dalle ore 17.00 alle ore 21.00

“Narcisi Fragili”: Daniela Ardiri porta in mostra il costo dell’emancipazione femminile

By CRAMUM

Daniela Ardiri è tra le artiste in mostra dal 22 settembre all’interno della collettiva “Narcisi Fragili” curata da Sabino Maria Frassà alla My Own Gallery di Via Tortona 27.  La mostra si inserisce all’interno del Palinsesto “I Talenti delle donne” del Comune di Milano ed è promossa da Superstudio e Cramum. Le altre artiste in mostra sono Laura de Santillana, Flora Deborah, Giulia Manfredi e Francesca Piovesan.

Proponiamo di seguito il commento scritto dal curatore Frassà all’installazione “Men’s Sentence”

IL COSTO DELL’EMANCIPAZIONE FEMMINILE SECONDO DANIELA ARDIRI

Daniela Ardiri è da sempre è interessata a indagare con la propria arte l’evoluzione sociale del nostro Paese. Il punto di partenza è spesso la memoria e cosa rimane di ciò che è stato: non le interessano però né i grandi eventi né i personaggi storici, quanto le persone comuni e a lei vicine. Dalla “memoria” e dalla documentazione di ciò che rimane della sua famiglia nascono opere come “Men’s Sentence” in mostra, che tendono a universalizzare il ricordo, mettendone in luce aspetti salienti.

L’artista ha riscontrato come suo nonno nelle foto istituzionali si facesse ritrarre con in mano una sigaretta, simbolo di potere e libertà maschile. Del resto a quei tempi non era conveniente per una donna farsi ritrarre con una sigaretta in mano. Daniela Ardiri realizza quindi un’opera che rievoca un materasso, simbolo dell’alcova, in cui l’immagine del nonno viene trasformata in un ritratto di una signora con borsetta e sigaretta. L’operazione di sottrarre la sigaretta dalle mani di un uomo per darla a una donna crea una sovrapposizione tra l’universo maschile e quello femminile, che cerca di rivendicare un maggiore spazio vitale per la donna, dotata di una “nuova” possibilità, quella di essere ammessa a un contesto sociale e a un “mondo” ritenuto ancora esclusivo. Proprio il gesto del fumo è stato nei decenni passati un gesto di emancipazione femminile che ha però condannato le donne a subirne gravi conseguenze sulla propria salute. L’opera induce perciò a riflettere sul difficile percorso portato avanti ancora oggi da parte delle donne per affrancarsi da una cultura machista senza però interiorizzare gli aspetti peggiori.

 


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Inaugurazione Martedì 22 settembre dalle ore 17.00 alle ore 21.00

Con “Narcisi Fragili” in mostra “Scars” le opere inedite di Laura de Santillana.

By CRAMUM

Laura de Santillana è tra le artiste in mostra dal 22 settembre all’interno della collettiva “Narcisi Fragili” curata da Sabino Maria Frassà alla My Own Gallery di Via Tortona 27.  La mostra si inserisce all’interno del Palinsesto “I Talenti delle donne” del Comune di Milano ed è promossa da Superstudio e Cramum. Le altre artiste in mostra sono Daniela Ardiri, Flora Deborah, Giulia Manfredi e Francesca Piovesan.

Proponiamo di seguito il commento scritto dal curatore Frassà alle opere SCARS protagoniste della mostra. Si tratta di un copro limitato di opere inedite, tra le ultime opere realizzate dall’artista prima di mancare prematuramente il 21 ottobre 2019.

 

LAURA DE SANTILLANA: IL LIMITE NON ESISTE

Commento critico all’opera in mostra del curatore Sabino Maria Frassà

Per Laura de Santillana la vita era come il vetro: questione di resistenza e resilienza. Laura de Santillana ci ha purtroppo lasciati il 21 ottobre 2019 dopo una fulminea malattia.

E’ stata una donna fortunata, ma anche artefice della propria fortuna. Nascere da una “grande” famiglia – la “dinastia” dei vetri Venini – non è un merito, ma lo era stato la sua resilienza alle sfide della vita: dopo essere diventata direttrice artistica, vendette le aziende di famiglia (nel 1986 la Venini e nel 1993 la EOS) per dedicarsi completamente all’arte. Laura de Santillana riuscì a reinventarsi tante volte in modo sempre coerente e con un grande rispetto per la propria persona: parlava spesso di quel bisogno “filosofico” che la guidava anche nel fare arte. Per Laura l’arte era infatti il piacere di ricercare e sperimentare per il puro piacere di farlo, per superare i limiti della materia e oltrepassare così anche i propri limiti “umani”.
Ci ha lasciato in eredità “Scars” (Cicatrici), un gruppo di tre lavori che è facile considerare come apice e sintesi della suo percorso non solo artistico, ma anche personale. Scars sono infatti sculture realizzate superando la tecnica dello “slumping”, per cui si scioglie un vetro che si era già solidificato. In tale fase le opere subirono degli shock termici tali da spaccarsi. Dopo tanti tentativi – complice il “caso” sempre citato dall’artista – queste “spaccature” e “crepe” si ricomposero dando vita a opere che presentano delle “cicatrici”. Queste “ferite cicatrizzate” affascinarono molto l’artista perché rispecchiavano il suo stesso modo di concepire la vita intesa come una continua negazione dei limiti attraverso il loro superamento. Del resto fino alla fine Laura non volle vedere il “Limite” e preferì dedicarsi alla sua arte.

 


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Inaugurazione Martedì 22 settembre dalle ore 17.00 alle ore 21.00


FLORA DEBORAH tra le artiste in mostra da NARCISI FRAGILI: “Arte è ciò che preferiremmo non vedere”

By CRAMUM

Il 22 settembre all’interno del Palinsesto “I Talenti delle donne” del Comune di Milano nello spazio My Own Gallery (Via Tortona 27 bis) Superstudio e Cramum presentano la mostra al femminile “Narcisi Fragili” a cura di Sabino Maria Frassà che ospita le opere di cinque artiste italiane: Laura de Santillana, Daniela Ardiri, Flora Deborah, Giulia Manfredi e Francesca Piovesan. “Narcisi fragili” come spiega il curatore Sabino Maria Frassà “è un percorso espositivo che indaga la bellezza e la precarietà dell’esistenza umana, partendo dalla riflessione di Virginia Woolf: “Ho avuto un istante di grande pace. Forse è questa la felicità“. Nel buio interiore l’arte riesce a trasformare la materia in pensiero, a condividere riflessioni, dubbi e spiragli di “fugaci momenti di gloria” che diventano universali, andando al di là del proprio tempo e del vissuto dell’artista”.


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Inaugurazione Martedì 22 settembre dalle ore 17.00 alle ore 21.00


 

PER FLORA DEBORAH ARTE E’ CIO’ CHE PREFERIAMO NON VEDERE

Commento critico all’opera in mostra del curatore Sabino Maria Frassà

Flora Deborah (nata a Evian les Bains, Francia, nel 1984) dopo essere arrivata seconda al Premio Cramum nel 2015, si è trasferita a Tel Aviv. Bloccata dal lockdown a Milano, dove era tornata per trovare la famiglia, è stata protagonista di un’intensa performance “The Synonim of Why” in cui ha scomposto e ricomposto un uovo simbolo per antonomasia della vita. L’opera invece selezionata per “Narcisi Fragili” è “The Placenta is Dead, Long Life to the New Consumer”: si tratta di una scultura in bronzo e cera realizzata in Scozia nel 2019, ma concepita a Londra nel 2014. E’ un’opera che racconta molto di questa artista che da anni indaga il significato del bello al di là delle apparenze. Elemento che caratterizza Deborah è infatti il far diventare opera d’arte gli organi e le viscere degli esseri viventi, ovvero quelle parti talmente intime di cui noi stessi spesso rifiutiamo la vista. Tutto cominciò dal rapporto con un macellaio di Londra nel 2014 con cui rifletté su quanto le persone scartino di un animale come il maiale di cui in realtà tutto sarebbe commestibile. Ispirata anche dalla lettura di “Poteri dell’orrore. Saggio sull’abiezione” di Julia Kristeva, cominciò quindi a studiare l’anatomia degli organi, cercando di combattere quella iniziale repulsione. Proprio l’interrogarsi su tale sentimento è stato il motore dei lavori successivi. L’attenzione dell’artista si concentrò presto sulla placenta umana, organo che permette la formazione di una nuova vita, che la protegge e le dà nutrimento. Nonostante l’importanza di tale organo, pochi di noi sanno come sia fatta: essa è il simbolo stesso del nostro tempo che non riesce ad attribuire la giusta importanza agli elementi sostanziali e alla base della nostra stessa esistenza. Flora Deborah realizzò così il calco di una placenta donatale da una sua amica e lo portò con sé nei suoi tanti spostamenti: da Londra a Milano e infine a Tel Aviv. Solo nel 2019, in Scozia per una residenza d’artista, riuscì a completare questa ricerca, realizzando una scultura che è una sorta di “tomba” della placenta. Facile rintracciare la forte ironia e il rapporto del distacco della madre centrali nella cultura ebraica. Si può così facilmente concludere che “The Placenta is Dead, Long Life to the New Consumer” sia in fondo una pietra di inciampo per ricordarci da dove veniamo e un invito a riconsiderare i canoni estetici e i parametri di valutazione del “bello”.

 

 

 

A Roma in mostra i gonfiabili di Franco Mazzucchelli

By CRAMUM

A Roma riapre la mostra I LOVE MULTIPLE dedicata da Gaggenau e Cramum al Maestro dei gonfiabili Franco Mazzucchelli. La mostra, ospitata dal Gaggenau DesignElementi di Roma, è curata da Sabino Maria Frassà che ha selezionato 9 opere inedite per raccontare 50 anni di riflessioni dell’artista sulla riproducibilità e sulla ripetizione nell’arte contemporanea.  La mostra presenta così un aspetto della ricerca artistica di Franco Mazzucchelli finora poco esplorato e ci porta a riflettere ancora una volta su uno dei grandi quesiti che sottende l’arte contemporanea: in un mondo in cui ogni cosa è replicabile qual è il ruolo dell’arte? Qual è la differenza tra arte e design?

Franco Mazzucchelli, BD Finto Multiplo – Spirale, 2011-2012

Il curatore Sabino Maria Frassà spiega che “alla fine degli anni ’60 nasce in Franco Mazzucchelli un conflitto interiore tra il piacere di “creare” arte, l’affezione ad alcune forme che ama ripetere e la critica all’oggettualizzazione ed estrema mercificazione dell’opera d’arte. Il concetto di multiplo si può quindi dire diventi così centrale nella ricerca artistica di Franco Mazzucchelli nel bene e nel male, accettato, rifiutato e molto spesso combattuto. Franco Mazzucchelli ci ragiona a partire dal 1968, anno in cui rinuncia allo sfruttamento economico di due brevetti che registra e che diventano loro stessi opere d’arte. Nel 1969 nasce l’opera “Gioco Multiplo” come opera in 100 esemplari da abbandonare nelle scuole, replicando la celebre Azione artistica del 1967 in cui l’artista aveva abbandonato delle sue opere gonfiabili in una scuola materna Montessori a Milano. Per vicissitudini varie le opere non vennero mai né impiegate nelle scuole né esposte fino ad oggi, ma “Gioco Multiplo” fu un’opera determinante per le opere future di Franco Mazzucchelli, che non smise di sperimentar il concetto di multiplo con alterne ispirazioni e fortune nei decenni seguenti. Nel 2011 prendono forma così i “falsi multipli”, 99 opere che non sono multipli realizzati con uno stampo ma che nascono per prendere in giro e criticare la deriva commerciale del mondo dell’arte. La mostra si conclude due opere del 2020 dal ciclo della Bieca Decorazione in cui l’artista ripete le stesse forme in opere diverse studiando come il colore ne cambi l’esito finale”. “Trasversale a tutte le opere è la ludicità. Franco Mazzucchelli” – conclude il curatore – “non cade mai infatti nel passatismo e nemmeno nel moralismo, preferendo far riflettere lo spettatore con leggerezza e ironia sulle grandi contraddizioni dei nostri tempi, che finiscono per manifestarsi anche nell’arte contemporanea: essere o apparire?”.

Gaggenau DesignElementi – Lungotevere de’ Cenci 4, 00186 Roma

1 settembre – 23 dicembre 2020
Visite su appuntamento lunedì – venerdì, 10.30 -13.00 / 15.30- 19.00
+39 06 39743229
+39 371 1733120
gaggenau.roma@designelementi.it | infocramum@gmail.com

I LOVE MULTIPLE – il testo critico della mostra personale di Franco Mazzucchelli al Gaggenau di Roma

By CRAMUM

Franco Mazzucchelli è il protagonista del programma a sostegno delle eccellenze artistiche promosso a Roma dal brand tedesco Gaggenau e dal progetto non profit Cramum. Dal 20 luglio al 23 dicembre (chiusura estiva dal 1° al 23 agosto) il Gaggenau DesignElementi di Roma (Lungotevere de Cenci 4) ospita la mostra “I LOVE MULTIPLE” curata da Sabino Maria Frassà e dedicata al concetto di multiplo nell’arte del maestro dei gonfiabili Franco Mazzucchelli. Si tratta di un tema tanto centrale nella ricerca dell’artista, quanto ancora poco studiato. Condividiamo perciò con piacere il testo critico del curatore.

Per visitare la mostra su appuntamento: +39 06 39743229; +39 371 1733120; gaggenau.roma@designelementi.it; infocramum@gmail.com

 

MULTIPLI, RIPRODUCIBILITA’ E RIPETIZIONE NELL’ARTE DI FRANCO MAZZUCCHELLI

Testo critico di Sabino Maria Frassà alla Mostra “I LOVE MULTIPLE”

Franco Mazzucchelli, A.TO A. Torino 1971 (dal cosiddetto ciclo delle “Azioni”), 1971-1979

Il concetto di “multiplo” è centrale nella ricerca artistica di Franco Mazzucchelli: se da un lato l’idea di multiplo afferisce al campo della matematica ricorrente in tutta la ricerca di Franco Mazzucchelli, dall’altro è anche il concetto alla base del design contemporaneo, inteso come produzione industriale di manufatti ripetibili in serie, centrale nel corpo di opere denominate “Bieca Decorazione”. Il rapporto con il concetto di “multiplo” attraversa tutta la ricerca artistica di Franco Mazzucchelli dal 1968 a oggi rispecchiando l’ambivalente rapporto dell’artista con il mondo e con il mercato dell’arte. Nella storia dell’uomo è sempre stato possibile in linea teorica ricreare un manufatto identico a un altro, ma è il progresso tecnologico che, a discapito dell’unicità, ha reso realmente possibile la riproducibililtà tecnica anche di manufatti estremamente complessi.

Per comprendere la storia del multiplo all’interno della ricerca artistica di Franco Mazzucchelli, va ricordato come solo nel 1966 arrivi in Italia (con un ritardo di 30 anni) la traduzione del testo fondamentale di Walter Benjamin “L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica”. Per l’arte italiana, già in subbuglio per i moti giovanili, il pensiero del filosofo tedesco fu la miccia per una rivoluzione culturale epocale, che finì per metter in discussione l’arte nelle sue fondamenta: si rifletteva infatti se avesse ancora ragione d’esistere l’arte intesa come insieme eterogeneo di capolavori, pezzi unici irripetibili nel tempo e nello spazio.

Walter Benjamin vedeva nella riproducibilità uno strumento di democratizzazione dell’arte e quindi non la criticava ma anzi l’auspicava come strumento di “mobilitazione” ed “educazione” delle masse. All’opposto molti artisti temevano che l’evoluzione tecnologica avrebbe determinato la perdita dell'”aura” dell’opera d’arte, che sarebbe collassata soppiantata dalle macchine senza più alcuna chiara funzione e collocazione né sociale né culturale.

Franco Mazzucchelli, Gioco gonfiabile multiplo, 1969

In tale contesto si colloca la riflessione di Franco Mazzucchelli sui multipli avviatasi a partire dal 1968. Negli anni precedenti aveva cominciato ad abbandonare i suoi gonfiabili in spazi urbani o su spiagge e posti remoti come forma di profonda critica alla mercificazione dell’arte. Di queste “Azioni”, non a caso denominate “Abbandoni”, oggi rimangono solo pochi gonfiabili e un corpo di 120 preziosissime opere documentative1. La continua pratica e sperimentazione nel realizzare lui stesso questi gonfiabili permise all’artista di ideare e registrare il 31 dicembre 1968 due brevetti (uno di invenzione e uno di utilità). In modo coerente alla propria visione del Mondo, Franco Mazzucchelli rinunciò allo sfruttamento commerciale dei due brevetti che divennero essi stessi opere d’arte. Non solo, impiegando i propri brevetti, l’anno seguente l’artista progettò e fece realizzare uno stampo industriale per produrre cento esemplari di un’opera multipla “giocattolo gonfiabile”2. Queste opere d’arte giocattolo non vennero numerate, ma furono completate con le note valvole riportanti il nome dell’artista (impiegate a partire dal 1968). Questi multipli non vennero quindi mai messi in vendita: alcuni vennero regalati, altri esemplari furono persi nelle “azioni” degli anni seguenti, altri ancora rimangono tuttora in una scatola non gonfiati.

Dopo tale operazione, mai tra l’altro fino ad oggi documentata, la continua riflessione sul ruolo del multiplo nell’arte è tra gli elementi che portano l’artista a maturare il vasto corpo di opere denominato “Bieca Decorazione” o “BD”. Se l’arte perde la sua unicità, la sua aura, si piega sempre di più al contesto in cui viene collocata fino a diventare parte addirittura dell’arredo, ovvero diventa “bieca decorazione”. In una recente intervista l’artista si è detto del resto convinto che “qualsiasi opera d’arte, anche quella portatrice del più elevato contenuto ideologico, una volta appesa diventa “decorazione” e assume un significato completamente diverso dall’originale intenzione artistica.”3

Franco Mazzucchelli, BD Convesso Viola, 2020

Il ruolo ed il valore del manufatto artistico diventano una questione cogente per Mazzucchelli quando alla fine degli anni ’70 le “Azioni” vanno via via scemando. Durante tali interventi socio-ambientali il fatto che i manufatti fossero più o meno simili tra loro non era una questione in sé rilevante dal momento che l’opera d’arte non era costituita dai gonfiabili, che sarebbero stati “abbandonati” “prelevati” o “distrutti”, ma dall’interazione – sempre documentata – tra le persone e i gonfiabili, ovvero tra le persone e il gesto artistico. Tutto cambia quando, terminate le “Azioni”, il manufatto gonfiabile si identifica sempre di più con l’opera d’arte. Sebbene dietro alla tecnologia dei gonfiabili elettrosaldati ci sia un importante lavoro manuale dell’artista, è fattibile riprodurre opere se non identiche, quanto meno molto simili tra loro. Nasce nell’artista un conflitto interiore che matura negli anni tra il piacere di “creare” arte, l’affezione ad alcune forme che ama ripetere e la critica all’oggettualizzazione ed estrema mercificazione dell’opera d’arte. Il passatismo non è mai stato una dimensione propria di Mazzucchelli che ha sempre visto nella tecnologia una potenzialità del proprio estro creativo, ma è innegabile che la critica all’applicazione della tecnologia per il solo profitto – non solo nell’arte – è una costante del suo lavoro4. Dopo il “multiplo” del 1969 negli anni l’idea della riproducibilità rimane così sempre – più o meno esplicitata, più o meno interiorizzata – una costante della ricerca artistica di Franco Mazzucchelli. Pensiamo ad esempio al susseguirsi negli anni di sculture a forma di spirale, coni, cubi, cubisfere declinate in tutte le dimensioni possibili. Lo stesso ragionamento va fatto per i quadri gonfiabili “BD” in cui l’artista ripropone spesso le stesse forme con colori diversi, per indagare e dimostrare come il colore sia in se stesso una “ennesima” dimensione dello spazio.

Franco Mazzucchelli, BD Finto Multiplo – Spirale, 2011-2012

E’ tra il 2011 e il 2012 però che la riflessione sulla riproducibilità tecnica raggiunge l’apice con la realizzazione del ciclo di opere denominate “Multiplo”: in un momento di scoramento e di profonda repulsione e delusione nei confronti del mondo dell’arte contemporanea, l’artista si chiude per mesi nel suo studio e realizza 3 opere ripetendole ciascuna per 33 volte. Tecnicamente sono tutte opere uniche e non sono multipli, perché a differenza del “gioco multiplo” del 1969 non sono realizzate attraverso uno stampo industriale ma “artigianalmente” dall’artista. La critica, l’ironia e la provocazione sono alla base di questo geniale corpo di opere: non solo il titolo “Multiplo” (anche se in realtà non lo sono), ma anche il numero insolito della finta “tiratura” (33 come gli anni di Cristo), l’etichetta riportante la numerazione progressiva degli esemplari, le finiture industriali (dalla verniciatura metallica agli gli inserti in glicole) e le misure insolite derivanti dal fatto di adattare le opere a delle scatole di cartone che l’artista già possedeva e nelle quali voleva collocare le opere per enfatizzarne l’oggettualizzazione.

Questi mesi di cieco lavoro sono risultati catartici e hanno innescato nell’artista la volontà di metter in moto quei progetti artistici e curatoriali che avrebbero portato il suo lavoro ad essere riscoperto e riletto negli anni seguenti. Oggi Mazzucchelli, forse complice questo meritato anche se tardivo riconoscimento, è un artista che ha riconciliato le tensioni della sua arte, riuscendo infine a risolvere i conflitti ideologici tra arte, multipli e riproducibilità tecnica. Il risultato sono opere più lievi, coraggiosamente decorative e meno ideologiche, che declinano con pieno piacere le amate forme nei diversi colori. L’arte in fondo è frutto anche del vissuto di ogni artista e perciò solo oggi Franco Mazzucchelli può dirci “I LOVE MULTIPLE”.

1 Le opere sono state catalogate ed esposte nel 2017 al Museo del Novecento di Milano all’interno della Mostra “Non ti abbandonerò mai”, curata da Sabino Maria Frassà e Iolanda Ratti

2 Già nel 1967 aveva realizzato un’Azione in una Scuola Montessori di Milano durante la quale aveva “abbandonato” e dato ai bambini perché vi giocassero i prototipi di questi multipli. Di questo intervento rimane un’opera documentativa e pochi gonfiabili, che furono messi inclusi nella mostra del 2017 al Museo del Novecento di Milano.

3 Intervista di Sabino Maria Frassà a Franco Mazzucchelli pubblicata su Small Zine Luglio-Settembre 2020

4 Si pensi al suo noto Abbandono “Catena” intitolato “In fabbrica non si può fare” del 1968.

CIELI IMPOSSIBILI – A MILANO LA MOSTRA PERSONALE DI DAVIDE TRANCHINA

By CRAMUM

La distanza incolmabile è la protagonista della mostra “Cieli Impossibili” che Gaggenau e Cramum dedicano alle opere fotografiche di Davide Tranchina dal 9 luglio al 22 settembre al Gaggenau DesignElementi Hub di Milano. La mostra è curata da Sabino Maria Frassà ed è l’occasione per scoprire 15 opere, per lo più inedite, realizzate attraverso la tecnica dell’off-camera che ha reso celebre l’artista a livello internazionale. Il covid non ha quindi fermato il ciclo di mostre On-Air cominciato a febbraio con la personale dedicata a Lorenzo Marini. Anzi Gaggenau e Cramum annunciano che la mostra sarà – rispettando tutte le norme di sicurezza – comunque visibile dal vivo e che l’inaugurazione – solo digitale – sarà l’occasione per condividere con chiunque vorrà le opere in mostra e contenuti esclusivi sull’arte di Davide Tranchina.

Per partecipare all’inaugurazione mercoledì 8 luglio alle ore 19:00, basta salvarsi questo link e segnarselo in agenda.

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Mostra aperta al pubblico dal 9 luglio su appuntamento
Gaggenau DesignElementi Hub, Corso Magenta 2, Milano
lunedì-venerdì 10:00 – 19:00

infocramum@gmail.com | gaggenau@designelementi.it
+39 02 29015250

From Wall to Wall è il nuovo progetto ambientale dell’artista Alberto Di Fabio

By CRAMUM

L’estate 2020 vede ancora protagonista Alberto Di Fabio. Non solo la mostra romana da Gaggenau DesignElementi – visitabile fino al 15 luglio – ma anche un ambizioso progetto artistico ambientale in Puglia. Infatti fino a settembre 2021 l’artista sarà impegnato nel nuovo progetto ambientale From wall to wall, curato da Pier Paolo Pancotto: due cicli di interventi pittorici parietali, appositamente pensati per due abitazioni private in Puglia, Palazzo Bacco a Melpignano (Le) e la Masseria in contrada Galeasi a Grottaglie (Ta). Lavori site-specific ispirati alla struttura e alla storia dei luoghi che li ospitano, che trasformano lo spazio in un canale mistico, dando vita, attraverso il gesto e il colore, ad ambientazioni potentemente immersive, ma effimere, destinate a consumarsi e scomparire.

From wall to wall prende avvio in Puglia nelle residenze storiche di alcuni collezionisti che, recuperando l’antica tradizione del mecenatismo, hanno commissionato all’artista opere di pittura muraria, riattivando magicamente il dialogo con la creatività contemporanea su cui si basa una larga parte del patrimonio culturale ereditato dal passato. I lavori, secondo specifica intenzione dell’autore, sono destinati a scomparire dopo un periodo di tempo prestabilito, come fossero spazi virtuali momentaneamente aperti dall’immaginazione, come un pensiero che emerge dalla mente e poi svanisce.

Le opere così concepite si esprimono sotto forma di libere azioni pittoriche con un impianto gestuale molto forte. Tracce o velature di colore coprono lo spazio mutandone significativamente la percezione e amplificandone così la dimensione ambientale e, in un certo senso, spirituale. Le condizioni atmosferiche che ne derivano sembrano introdurre l’osservatore in un’aura di pace e intimità, che predispone alla meditazione e alla riflessione.

Sin dagli esordi della sua produzione, il lavoro di Alberto di Fabio racchiude una vocazione ambientale, sia a livello visivo che semantico, alla base della quale esiste sempre un’interpretazione dell’evento naturale, così come dei fenomeni cosmici. Questa rappresentazione avviene attraverso tracce organiche di colore, distribuite secondo un sistema cromatico tonale, dove aree più scure si alternano a profondi barlumi di luce.

La ricerca artistica di Alberto di Fabio, sviluppata essenzialmente su carta o tela, da circa un decennio si articola anche attraverso interventi di pittura murale. 

A partire dal lavoro del 2009 concepito per Edicola Notte a Roma, seguito poi da numerose commissioni pubbliche (Macro, Roma, 2015; Castel Sant’Elmo, Napoli, 2017) e altre ancora destinate a spazi privati (Umberto Di Marino, Napoli, 2017; GR Gallery, New York, 2020; Luca Tommasi, Milano, 2020). Si tratta di interventi effimeri (fatta eccezione per Tree of life, 2017 realizzato in forma permanente per il Museo Madre in Napoli) che l’artista ha espressamente concepito per i luoghi destinati a ospitarli, lasciandosi ispirare dalla loro materialità e dalla storia che li caratterizza.

Il progetto From wall to wall che ha avuto inizio in Puglia nell’ambito di azioni di mecenatismo privato e con la curatela di Pier Paolo Pancotto, si propone di applicare questa metodologia operativa a siti alternativi a quelli interessati sino a ora, rivelando così tutto il proprio potenziale espressivo e, allo stesso tempo, arricchendo la conoscenza delle proprie possibilità. I progetti di Melpignano e Galeasi, nei pressi di Grottaglie, saranno seguiti da nuove commissioni collocate in differenti contesti e calibrate di volta in volta sulle caratteristiche dei siti prescelti, perché From wall to wall è, nelle parole del curatore Pier Paolo Pancotto, proprio questo: «un segno della vitalità inesauribile dell’arte e della sua capacità di rigenerarsi costantemente e ovunque, anche nel momento meno propizio.»