L’ARTE IN PRIMA PERSONA – Carla Tolomeo

By CRAMUM, Cultura

Da trent’anni, le sedie di Carla Tolomeo non si limitano a esistere: trasformano. Non sono oggetti, ma passaggi — da ciò che è stato scartato a ciò che torna a vivere, da una funzione perduta a una forma inattesa, sospesa tra pittura, scultura e design.

L’intervista a Carla Tolomeo segna una nuova tappa di L’ARTE IN PRIMA PERSONA, progetto promosso da Schiavi SpA insieme a Cramum, sotto la direzione artistica di Sabino Maria Frassà. 

Sabino Maria Frassà: Da trent’anni sei la signora delle sedie. Ma che cosa raccontano, davvero, le tue sedie?
Carla Tolomeo: La parola chiave è trasformazione. Dal 1996 parto sempre da un oggetto abbandonato, da una seduta che la società consumistica ha scartato, per restituirle una nuova vita. Perché la trasformazione è parte della nostra esistenza: è spesso dolorosa, a volte traumatica, ma necessaria. E soprattutto sta a noi provare a trasformare anche ciò che nella vita appare brutto o ferito in qualcosa di bello. Questa consapevolezza è arrivata in un momento molto difficile della mia vita: avevo una madre depressa, avevo rinunciato alla mia carriera per la famiglia, ed è stata proprio quella frattura a diventare una svolta. Da allora tutto comincia da un oggetto trovato, quasi sempre di recupero: una seduta che raccolgo, osservo, ascolto, e da cui parto per immaginare una metamorfosi. A Pinerolo avevo una soffitta piena di sedie rotte, di quelle sedie di famiglia a cui manca un pezzo della spalliera o con una gamba cionca. Erano oggetti già carichi di memoria, apparentemente finiti. Ma è stato proprio da lì che tutto è cominciato.

Sabino Maria Frassà: Spesso hai parlato di una vera e propria filosofia della sedia.
Carla Tolomeo: Sì, perché le cose non vanno subite: vanno cambiate, nel fare e non solo nel pensare. Perché una sedia non è mai soltanto una sedia; e, in fondo, nella vita nulla è mai semplicemente ciò che sembra. Bisogna capire che la realtà è spesso crudele e che spetta a noi provare a piegarla, a renderla migliore.

Sabino Maria Frassà: In fondo, il tuo sembra un lavoro che non rappresenta la realtà, ma la sogna.
Carla Tolomeo: Non si tratta di negare la realtà, ma di trasformarla in qualcosa che la alleggerisca, che la sottragga alla pesantezza, alla noia del quotidiano. Io faccio sognare a occhi aperti, perché la vita va vissuta, non solo pensata.

Sabino Maria Frassà: Qual è stata la prima forma con cui hai cambiato la tua realtà?
Carla Tolomeo: La prima forma è stata un delfino, forse anche perché sono del segno dei Pesci. Io colgo subito la struttura generale; poi i dettagli possono cambiare durante il lavoro. A quel punto entra in scena il colore. Io nasco pittrice e continuo a sentirmi tale: il tessuto, per me, è una tavolozza. Forse è anche per questo che non ho mai avuto un vero rapporto con il nero. Quando intuisco l’insieme, allora comincio davvero a lavorare. Nel tempo, poi, sono arrivate altre forme: i pappagalli – e ci fu anche un grande articolo su di me – e poco dopo le tartarughe, anche se in realtà credo che la tartaruga fosse già dentro di me da prima: è uno dei miei animali totemici. La cosa che forse ti stupirà è che i disegni, di cui il mio studio è disseminato, arrivano quasi sempre dopo, raramente prima. È come se restituissero alla pittura ciò che nasce dal mio lavoro di scultura.

Sabino Maria Frassà: Senza disegno, come fai a capire colori, misure e proporzioni?
Carla Tolomeo: Le sento. È difficile spiegarlo diversamente. Le sento, è un istinto. Anche in pittura ho sempre lavorato così. Ho dipinto accanto a grandi pittori che mi hanno accolta nei loro studi: ci sono quelli che lavorano di getto e quelli che costruiscono tutto a partire da un disegno perfetto, preparato in anticipo. Io appartengo ai primi. L’opera trova da sola le sue proporzioni. Si crea da sé.

Sabino Maria Frassà: Tu raramente mescoli le forme. Se fai ananas, sono ananas; se fai pappagalli, sono pappagalli. Non ami molto le “macedonie”, per intenderci.
Carla Tolomeo: La macedonia la adoro, ma non nelle sedie. Dentro di me c’è qualcosa che non suona bene quando metto insieme troppe cose diverse. Qualche volta infilo una luna in mezzo alle tartarughe, questo sì. Ma in generale sento il bisogno che ogni lavoro mantenga una sua coerenza interna. Non è che ogni sedia debba essere dedicata a qualcosa di preciso: è piuttosto una questione di armonia. Sento quando una cosa funziona e quando invece diventa miscellanea, e allora non mi convince più.

Sabino Maria Frassà: Eppure questo linguaggio continua a evolversi. All’inizio non pensavi che sarebbe durato così a lungo.
Carla Tolomeo: No, affatto. Avevo cominciato convinta che fosse qualcosa di passeggero, quasi un fenomeno di sei mesi, destinato a esaurirsi in fretta. E invece ha continuato a crescere, a trasformarsi, a chiedermi ogni volta qualcosa di nuovo. All’inizio dovevo arrangiarmi. Col tempo, però, ho imparato a cercare meglio, a non fermarmi al rivenditore, ad andare direttamente dal fabbricante. Per certi tessuti, per esempio, vado da Bevilacqua, a Venezia, e li faccio impazzire, perché mi faccio tirare fuori un numero infinito di campioni.

Sabino Maria Frassà: Le rose invece sono diventate quasi iconiche. Eppure, mi hai detto una cosa sorprendente: che non sono tra le tue forme più amate.

Carla Tolomeo: È vero. Le rose hanno moltissimo successo, ma io non le amo poi così tanto. Perché in fondo la rosa resta una rosa: la trasformazione lì è minima. È soprattutto un fatto estetico. A meno che non succeda qualcosa d’altro. Per esempio, il pouf tutto rivestito di rose: quello lo amo moltissimo, perché lì la trasformazione è reale. Una forma rotonda diventa ancora più rotonda, quasi esasperata, per via di tutte quelle rose tonde che la ricoprono. Prima ancora delle rose, però, è arrivata una gardenia, voluta da Franco Maria Ricci.

Sabino Maria Frassà: Hai mai ripensamenti in corso d’opera?
Carla Tolomeo: Eccome. Posso montare una sedia, guardarla e capire subito che non va. Allora smonto tutto. Ma anche la forma non è mai del tutto definitiva: ci sono giorni in cui una cosa mi convince, e il giorno dopo non più. La riguardo e penso: “No, così non va”. Torno molto spesso sui lavori, faccio moltissimi cambiamenti in corso d’opera. La struttura generale la vedo subito, su quella di solito non ho dubbi. Ma il dettaglio va pensato, ripensato, corretto.

Sabino Maria Frassà: C’è un elemento che colpisce molto nel tuo lavoro: spesso suscita reazioni estreme. O lo si ama o lo si odia. Come vivi questa polarizzazione?
Carla Tolomeo: Negli anni ho ricevuto molto amore dal pubblico. Mi fa invece sorridere chi rifiuta queste opere, perché spesso in quel rifiuto si nasconde una difficoltà ad accogliere il nuovo, o ad accettare una funzione diversa dell’oggetto. È una forma di rigidità mentale: chi non sa trasformarsi con il tempo finisce, in qualche modo, per restare vecchio. Io non direi mai “non lo vorrei neanche regalato”, perché è una chiusura che mi farebbe vergognare. Posso dire “non mi piace” o “non corrisponde alla mia idea di arte”, ma mi fermo lì. Anche perché, col tempo, lo sguardo cambia – e ciò che oggi rifiutiamo, domani potrebbe parlarci in un altro modo.

Sabino Maria Frassà: Un’ultima domanda, forse la più semplice e la più difficile insieme. Le tue sedie sono opere scultoree, ma sono anche sedie. Vuoi che la gente ci si sieda davvero?

Carla Tolomeo: Sì, certo. Devono essere usate. Se volessi fare un oggetto fine a sé stesso, farei scultura: ho lavorato il marmo, faccio ceramica. Qui invece voglio creare qualcosa in cui si possa vivere, qualcosa che possa far sentire felice chi lo incontra. Non solo contemplazione, ma esperienza. Se ci pensi, gli oggetti sono nati belli, prima ancora che esistesse la parola design. Le posate in legno avevano forme bellissime, i piatti di terraglia erano belli, le case della campagna veneta – con la scala laterale – sono piccoli gioielli. L’uomo ha una naturale aspirazione al bello. È la contemporaneità che ha imposto l’utile sopra il bello. E anche il design, a volte, nel voler essere design a tutti i costi, finisce per dimenticare la sua funzione.

Sabino Maria Frassà, 17 aprile 2026

La legacy nel mondo di I limiti non esistono

By CRAMUM, Cultura

I Limiti Non Esistono, il progetto artistico-culturale di Fulvio Morella, curato da Sabino Maria Frassà per CRAMUM nell’ambito di Milano Cortina 2026, si afferma a livello internazionale entrando nelle principali collezioni di istituzioni quali il Museum of Contemporary Art Tokyo, il mumok di Vienna, il Museo Reina Sofía di Madrid, lo Stedelijk Museum di Amsterdam, la British Library di Londra, la National Library Service for the Blind and Print Disabled di Washington (Library of Congress), la Bibliotheca Alexandrina di Alessandria d’Egitto, la Fondation Grand-Ducale Henri – Maria Teresa de Luxembourg e il Jameel Arts Centre di Dubai. Una diffusione che ne conferma il valore non solo come opera, ma come esperienza culturale attiva, capace di prolungare nel tempo il dialogo avviato dal progetto e di portare su scala globale un messaggio di accessibilità, sensibilizzazione e condivisione.

Realizzato sotto il Patrocinio del Parlamento europeo, il volume rappresenta l’esito più compiuto del progetto: non un semplice catalogo, ma un libro-scultura, un’opera autonoma concepita come esperienza multisensoriale che intreccia parola, luce e tatto. Al centro si sviluppa la ricerca di Fulvio Morella sul Braille Stellato, cifra distintiva del suo linguaggio artistico, che trasforma il braille in scrittura visiva e poetica, capace di oltrepassare la funzione della lettura per farsi immagine, forma e visione condivisa: un invito simbolico ad alzare lo sguardo, a “toccare il cielo con un dito” e a riconoscere nell’arte uno spazio concreto di partecipazione.

Sviluppatosi tra il 2025 e il 2026 come un percorso diffuso tra territori, istituzioni e comunità, I Limiti Non Esistono ha attraversato luoghi simbolici del contesto paralimpico e della cultura contemporanea: dalla Val di Fiemme, con il Museo d’Arte Contemporanea di Cavalese, alla Regione Lombardia a Milano, fino al paesaggio delle Dolomiti, dove ha riscosso particolare successo con Cortina di Stelle e Funivia senza limiti. Il progetto ha preso forma attraverso installazioni, interventi ambientali e momenti performativi, costruendo un dialogo concreto tra arte e sport all’insegna dell’inclusione.

Il volume raccoglie e restituisce questa esperienza anche attraverso contributi, tra cui quelli di Maurizio Molinari per il Parlamento europeo e di Stéphane Gaillard per l’INJA Louis Braille di Parigi, insieme a interventi istituzionali, tra cui quello di Elsa Barbieri per il Museo d’Arte Contemporanea di Cavalese ed Elena Lucchini per Regione Lombardia.

Con la sua diffusione internazionale, I Limiti Non Esistono si afferma come una vera e propria eredità culturale di Milano-Cortina 2026: un progetto capace di trasformare un’esperienza territoriale in un reale dispositivo sociale duraturo, accessibile e condiviso, in cui il limite non rappresenta un ostacolo ma una possibilità.

La realizzazione del volume è stata resa possibile grazie al contributo di numerosi professionisti e aziende, tra cui Gaggenau e Schiavi S.p.A.

L’ARTE IN PRIMA PERSONA – Leo Orta

By CRAMUM, Cultura

Leo Orta, artista e designer franco-argentino, sviluppa una pratica in cui materia, memoria e trasformazione si intrecciano, dando forma a oggetti sospesi tra funzione e visione. Attraverso un linguaggio che unisce sperimentazione e sensibilità, il suo lavoro esplora il rapporto tra natura e artificio, aprendo nuove prospettive di lettura del reale.

L’intervista a Leo Orta segna una nuova tappa di L’ARTE IN PRIMA PERSONA, progetto promosso da Schiavi SpA insieme a Cramum, sotto la direzione artistica di Sabino Maria Frassà. 

Sabino Maria Frassà: Quale ruolo ha avuto la tua famiglia nella tua carriera artistica?

Leo Orta: La mia famiglia ha avuto un ruolo fondamentale nella mia formazione artistica. Sono cresciuto a Parigi, figlio di una coppia di artisti, e da bambino attraversavo ogni giorno lo studio tessile di mia madre per andare a scuola, aiutando anche mio padre con i suoi dipinti durante l’estate. Questo ambiente mi ha immerso nell’arte e nei valori sociali e ambientali trasmessi dai miei genitori, anche se, da piccolo, non sempre lo apprezzavo. Solo più tardi ho compreso il valore delle esperienze che mi hanno dato, come seguire le loro mostre in giro per il mondo o scalare vulcani e piramidi con mia madre.

Le mie radici anglo-argentine hanno contribuito a definire una visione multiculturale, anche se vivere in Francia per venticinque anni mi ha fatto sentire talvolta sospeso tra identità diverse. Questo senso di non appartenenza mi ha spinto a viaggiare e a esplorare altre culture, che oggi sono una parte essenziale della mia pratica artistica. Mi piace scoprire il modo in cui altre tradizioni producono e creano, combinando tutto come in una ricetta che sorprende.

Sabino Maria Frassà: Perché hai scelto il design e come ha influenzato il tuo approccio?

Leo Orta: Ho trovato la mia strada alla Design Academy Eindhoven, dove ho scoperto la forza della sperimentazione manuale e concettuale. Venivo da un percorso iniziale in graphic design tra Londra e Bruxelles, in cui mi sentivo poco ispirato. A Eindhoven, invece, ho potuto esplorare liberamente i miei interessi: dai progetti sociali al lavoro collaborativo, fino alla performance e al design sperimentale.

Sabino Maria Frassà: Quanto spazio lasci all’imprevedibilità e all’intuizione rispetto alla pianificazione e al design?

Leo Orta: Nella mia pratica ho appreso i principi fondamentali del design, come l’ergonomia, le proporzioni e le tecniche di assemblaggio. Questi servono come base per garantire un equilibrio funzionale e formale. Tuttavia, all’inizio del mio percorso alla Design Academy Eindhoven, soprattutto nel lavoro in duo, ero affascinato dall’idea di ignorare alcune di queste regole per esplorare nuovi territori di combinazioni materiche ed estetiche.

Mi piaceva lasciare spazio all’improvvisazione, come nel jazz, permettendo agli errori di aprire nuove opportunità: a volte un vero processo di apprendimento sul campo. All’epoca non sapevo ancora utilizzare strumenti digitali come il rendering 3D, quindi partivo da schizzi veloci e lasciavo che il dialogo avvenisse tra i materiali e la mia mente. Ora, dopo anni di esperienza e la possibilità di lavorare con studi di artigianato e tecnologie 3D, credo ancora fermamente che l’imprevedibilità e l’intuizione siano essenziali per il processo creativo.

Sabino Maria Frassà: Ti consideri un “homo faber”?

Leo Orta: Sono molto legato alla dimensione manuale e amo creare. Ho imparato molte tecniche da autodidatta, guardando tutorial online o studiando i processi spiegati dalle aziende. Solo negli ultimi due anni ho iniziato a collaborare con artigiani o aziende specializzate per opere che richiedevano tecniche che non potevo realizzare da solo, come la soffiatura del vetro, le fusioni o processi chimici complessi.

Ho iniziato in un piccolo garage per biciclette, passando da uno spazio per studenti all’altro, lavorando nel mio tempo libero tra scuola e sperimentazioni. Mi ispiravo alle tecniche dell’industria cinematografica e decorativa e ai ricordi dello studio di scultura dei miei genitori, che utilizzavano materiali economici per prototipi: cartapesta, bottiglie di plastica e colla a caldo. Da lì ho capito che esiste un’infinita possibilità di espressione, oltre i metodi scolastici che spesso mi sembravano ripetitivi.

La “Funivia senza limiti” di Fulvio Morella celebra le Paralimpiadi a Cortina

By CRAMUM, Cultura

Fulvio Morella completa il progetto I LIMITI NON ESISTONO, promosso da Cramum, in occasione delle Paralimpiadi di Milano Cortina 2026, trasformando con il suo Braille Stellato la funivia del Lagazuoi in un’opera d’arte, in dialogo con uno dei paesaggi più iconici delle Dolomiti. La “Funivia senza limiti” conduce alla sua mostra Cortina di Stelle curata da Sabino Maria Frassà che ospiterà anche la presentazione del volume d’artista I LIMITI NON ESISTONO, sotto l’alto patrocinio del Parlamento europeo in programma sabato 7 marzo (ore 12:30 – ingresso libero, Lagazuoi EXPO Dolomiti). L’evento prevede un momento di confronto dedicato al tema “Arte e sport quali strumenti di inclusione”, con gli interventi dell’artista, del curatore, di Maurizio Molinari, Capo dell’Ufficio del Parlamento europeo a Milano; dell’On. Rosanna Filippin; dell’Europarlamentare Elena Donazzan; e dell’Attaché Olimpico presso la Repubblica di San Marino, Gianni Cardelli.

In dialogo con la storia della più antica Repubblica al mondo, San Marino – che ha portato in mostra le preziose torce olimpiche del 1960 e del 2006 – Morella dedica questo intervento a una riflessione sulla libertà come sintesi di tre dimensioni essenziali: il poter fare, la coerenza con sé stessi e l’ingegno creativo. Un pensiero che prende forma attraverso richiami a Giosuè Carducci ed Eschilo, fino alla figura di Prometeo, simbolo di generosità, conoscenza e responsabilità.

«Trasformare una funivia in un’opera d’arte» spiega il curatore Sabino Maria Frassà «significa intervenire su un gesto quotidiano in montagna – la risalita – e convertirlo in esperienza di pensiero. Con il Braille Stellato, Fulvio Morella non aggiunge un ornamento al paesaggio né ostacola la vista: la interpreta, traducendo l’idea stessa di alta quota in un linguaggio inclusivo e universale. La risalita diventa così relazione: un invito ad abitare la montagna come spazio condiviso, in sintonia con lo spirito delle Paralimpiadi. L’immaginario della torcia olimpica – già presente nelle sue opere di luce Eclissi – si fa chiave simbolica dell’intervento: non celebrazione della forza, ma passaggio, continuità e responsabilità. Tra poesia e mito, dalla “libertà antica e perpetua” evocata da Carducci fino a Eschilo e alla figura di Prometeo, il fuoco – “ho donato loro il fuoco” – diventa luce interiore, conoscenza e creatività. Nel Braille Stellato questa energia si traduce in una scrittura di stelle che incide il paesaggio come promessa di accessibilità e condivisione. La cabina del Lagazuoi si fa così soglia tra limite e possibilità, avviando un percorso che culmina nello sport e alla visita alla mostra Cortina di Stelle

«Le Paralimpiadi di Milano Cortina 2026 rappresentano un’occasione straordinaria per affermare un’Europa che mette al centro la persona e la dignità di ogni talento. Progetti come I LIMITI NON ESISTONO dimostrano come arte e sport possano dialogare per rendere concreti i valori di inclusione e partecipazione. Il Parlamento europeo sostiene con convinzione iniziative che promuovono accessibilità, cultura e coesione sociale, e il nostro Ufficio è orgoglioso di appoggiare progetti capaci di trasformare un simbolo del territorio in un messaggio universale di libertà e condivisione.» Maurizio Molinari, Capo dell’Ufficio del Parlamento europeo a Milano

«La montagna ci insegna una verità semplice e profonda: si sale insieme, oppure non si sale affatto. È questo il messaggio più autentico delle Paralimpiadi e del progetto I LIMITI NON ESISTONO. Trasformare una funivia in un’opera d’arte non è solo un gesto creativo, è un atto simbolico potente: significa riscrivere l’idea stessa di limite, renderla attraversabile, condivisa, superabile. Il Braille Stellato di Fulvio Morella non aggiunge soltanto bellezza a un paesaggio straordinario: incide nello spazio pubblico un principio politico preciso, quello dell’accessibilità come diritto e non come concessione. Quando l’arte entra nelle infrastrutture, quando dialoga con lo sport e con le istituzioni, smette di essere contemplazione e diventa responsabilità. Le Paralimpiadi di Milano Cortina 2026 ci offrono un’occasione rara: dimostrare che l’inclusione non è retorica, ma progettazione concreta del futuro. Se vogliamo che il loro lascito sia duraturo, dobbiamo avere il coraggio di trasformare ogni ‘risalita’ in un’esperienza realmente aperta a tutti. Perché una comunità è davvero libera solo quando nessuno resta a valle.» On. Rosanna Filippin

«L’inclusione non è un concetto astratto, è una scelta politica precisa. Lo sport e l’arte dimostrano ogni giorno che il talento viene prima di ogni limite e che il merito è il vero motore della crescita di una comunità. Rivolgo un plauso convinto a questa iniziativa, che traduce questi valori in un progettualità concreta e capace di parlare a tutti. In un tempo in cui siamo chiamati a costruire eventi e progetti di respiro internazionale, abbiamo il dovere di affermare un modello che unisca eccellenza e responsabilità. Le istituzioni devono fare la loro parte: sostenere chi trasforma le fragilità in forza e creare opportunità concrete, perché una società è davvero forte solo quando non lascia indietro nessuno.» On. Elena Donazzan

Fino al 5 aprile sarà possibile visitare la mostra Cortina di Stelle e scoprire la “Funivia senza limiti”, promosse da Cramum in collaborazione con il Comitato Italiano Paralimpico (CIP), INJA Louis Braille (Parigi) e il Comitato Olimpico Nazionale Sammarinese.

Fulvio Morella “Funivia Senza Limiti”. Dettaglio con Pupilla Cardicci

L’ARTE IN PRIMA PERSONA – Wolfe von Lenkiewicz

By CRAMUM, Cultura

Ricondividiamo l’intervista a Wolfe von Lenkiewicz  con cui parte il piano L’ARTE IN PRIMA PERSONA promosso da Schiavi SpA insieme a Cramum, sotto la direzione artistica di sabino Maria Frassà.

Personaggio inevitabilmente divisivo, Wolfe von Lenkiewicz incarna una figura d’artista fin troppo contemporanea, sospesa tra il sistema dell’arte, quello dell’immagine e la costruzione della propria rappresentazione pubblica. Tra eleganza studiata, riferimenti aristocratici e una presenza accuratamente calibrata, il suo lavoro si muove in un territorio in cui la pittura incontra il linguaggio della moda, del lusso e della comunicazione contemporanea.

Discendente del Baron von Schlossberg, pittore di corte di Ludwig II di Baviera, Lenkiewicz rilegge la storia dell’arte trasformandola in un repertorio di immagini immediatamente riconoscibili, levigate, seduttive, concepite per imporsi nello sguardo. Le sue opere, impeccabili nella realizzazione, sembrano nutrirsi del passato per riconsegnarlo al presente sotto forma di icona, tra echi magrittiani, suggestioni digitali e una sensibilità visiva perfettamente allineata ai codici del nostro tempo.

Il risultato è una pittura che non rinuncia all’ambizione di piacere, di circolare, di affermarsi anche attraverso i dispositivi della visibilità contemporanea. Nulla appare casuale: formati, composizioni e costruzione dell’immagine sembrano misurarsi con un pubblico abituato tanto alla storia dell’arte quanto alla logica rapida e verticale dei social media. Il pubblico internazionale lo apprezza, e Sabino Maria Frassà ci accompagna in un’intervista franca ma misurata, capace di far emergere luci, ombre e interrogativi di una ricerca in bilico tra tensione concettuale, senso di déjà-vu e una marcata volontà di sedurre lo sguardo.

Con Wolfe von Lenkiewicz, L’ARTE IN PRIMA PERSONA si apre così a una riflessione sul sottile confine tra rilettura e appropriazione, tra omaggio e costruzione del consenso, tra valore culturale e capacità di attrarre attenzione. Una soglia complessa, e proprio per questo, interessante da interrogare.

In che modo l’eredità della tua famiglia ha influenzato il tuo rapporto con l’arte?

L’eredità artistica della mia famiglia è sempre stata una presenza consapevole nel mio percorso, ma il mio lavoro rappresenta al tempo stesso una continuazione e una rottura con quella tradizione. Mio bisnonno, pittore di corte per il re Ludwig II di Baviera, operava all’interno dei canoni della sua epoca, aderendo alle convenzioni della ritrattistica ufficiale. Io, invece, mi sento libero di decostruire e ricostruire il linguaggio visivo, senza vincoli estetici legati alla pittura formale. Tuttavia, conservo un profondo rispetto per la precisione tecnica e la maestria artigianale dei grandi pittori del passato, elementi che considero fondamentali nella mia ricerca.

Facciamo qualche nome di maestri che ammiri anche nell’arte contemporanea…

Leonardo da Vinci è sempre stato un punto di riferimento imprescindibile per la sua capacità di fondere scienza e arte, mentre Théodore Géricault mi affascina per la sua straordinaria profondità psicologica. Per quanto riguarda l’arte contemporanea, trovo particolarmente stimolante l’intersezione tra tecnologia e pittura e sono attratto da quegli artisti che esplorano nuovi linguaggi visivi, andando oltre le forme tradizionali.

Come scegli quali elementi del passato portare nel presente nella tua arte?

La selezione degli elementi storici nel mio lavoro è un processo intuitivo, ma sempre consapevole. Mi attraggono i momenti della storia dell’arte in cui un’estetica o un’idea erano in fase di trasformazione, quando un movimento artistico stava per evolversi in qualcosa di nuovo. La scuola fiamminga, il Romanticismo e l’astrazione del primo Novecento sono per me riferimenti costanti, non come modelli da replicare, ma come fonti da filtrare attraverso il mio linguaggio, intrecciandole con le tematiche contemporanee.

Come hai fuso la pittura classica con l’intelligenza artificiale?

Il mio approccio ibrido nasce dalla necessità di superare i limiti della pittura tradizionale senza tradirne la storia e il linguaggio. Ho iniziato studiando le tecniche classiche della pittura a olio, approfondendo i metodi rinascimentali e il sistema dell’atelier, ma al tempo stesso sono sempre stato affascinato dalle possibilità offerte dalla tecnologia. L’intelligenza artificiale e i modelli di diffusione mi permettono di sperimentare rapidamente e di esplorare nuove forme, non come sostituti della pittura, ma come strumenti per ampliare il processo creativo. In fondo, questo utilizzo dell’IA è una sorta di versione contemporanea dello schizzo rinascimentale. Un momento decisivo in questa evoluzione è stato il passaggio dalla reinterpretazione di composizioni storiche alla creazione di opere completamente nuove, libere da riferimenti diretti.

La tua ricerca artistica potremmo definirla sincretica, giusto?

Mi piace. Senz’altro l’idea che la storia non sia un processo lineare, ma ciclico. Le grandi questioni del passato—potere, identità, rappresentazione—sono ancora estremamente attuali, e rielaborandole creo un dialogo tra epoche diverse. Le mie opere suggeriscono che il passato non è un’entità distante e immutabile, ma un elemento vivo che continua a plasmare e influenzare il nostro presente.

L’arte generata dall’intelligenza artificiale solleva interrogativi sull’autorialità e sulla creatività. Qual è il tuo punto di vista?

L’intelligenza artificiale e l’arte algoritmica mettono in discussione le nozioni tradizionali di autorialità, ma credo che oggi il ruolo dell’artista sia più essenziale che mai. Esiste una falsa percezione secondo cui l’IA generi immagini in modo autonomo, quando in realtà richiede direzione, selezione e raffinazione. Il mio processo è profondamente artigianale: addestro modelli, creo e modifico dataset, guido l’output dell’IA e lo traduco in un’opera fisica.

Se mai, l’IA rende l’autorialità più stratificata, non meno rilevante. In questo nuovo paradigma, l’artista non è solo un creatore, ma anche un curatore, un editore, un orchestratore di possibilità. Nell’era del machine learning, il compito dell’artista è mantenere il tocco umano, infondere intenzionalità, interpretazione ed emozione in ciò che altrimenti sarebbe solo un’espressione algoritmica.

Le tue opere sembrano palinsesti visivi, dove immagini e significati si stratificano. Come riesci a bilanciare ordine e caos nelle tue composizioni?

L’equilibrio tra caos e ordine è una componente fondamentale delle mie opere. Spesso le considero una sorta di archeologia visiva, in cui strati di significato si accumulano, si sovrappongono e talvolta si contraddicono. Questo effetto stratificato nasce sia dal mio processo creativo sia dai temi che affronto. Gli elementi generati dall’IA introducono una dose di imprevedibilità, quasi come un inconscio grezzo e incontrollato, mentre il mio compito, come pittore, è quello di affinare, rimuovere e mettere in evidenza. Il risultato è un caos controllato—opere che sembrano svilupparsi organicamente nel tempo, come se portassero dentro di sé una propria storia. Questa tensione tra struttura e disordine è ciò che conferisce energia ai miei dipinti, impedendo loro di apparire né troppo rigidi né eccessivamente caotici.

Quale ruolo gioca l’ambiguità nel tuo linguaggio artistico?

L’ambiguità è un elemento centrale del mio lavoro perché obbliga il pubblico a interagire, a farsi domande anziché ricevere risposte immediate. Le mie opere contengono spesso elementi che sembrano familiari, ma che vengono distorti, sovvertiti o reinventati, creando una tensione visiva. Le figure possono apparire potenti e vulnerabili al tempo stesso, belle ma anche inquietanti.

Ti piace quindi essere frainteso?

L’identità, in particolare, è un concetto che preferisco lasciare aperto. Piuttosto che offrire una rappresentazione univoca, lascio emergere molteplicità e contraddizione. Il mio obiettivo non è imporre un significato, ma creare uno spazio interpretativo per lo spettatore. Lasciando alcune cose irrisolte, favorisco un dialogo tra l’opera e chi la osserva, trasformandolo in un partecipante attivo nel processo artistico.

Come ti immagini tra dieci anni?

Nei prossimi dieci anni vedo la mia ricerca espandersi in diverse direzioni. Sono particolarmente affascinato dal potenziale dell’intelligenza artificiale in ambito tridimensionale, nella realtà aumentata e nello sviluppo di nuovi materiali fisici capaci di colmare il divario tra digitale e media tradizionali. La pittura stessa potrebbe trasformarsi, non tanto nello stile, quanto nel modo in cui viene percepita ed esperita. Immagino opere che esistano simultaneamente come oggetti fisici e come esperienze immersive e interattive. Dal punto di vista storico, mi interessano i periodi di transizione—quei momenti in cui un modo di vedere il mondo ha lasciato spazio a un altro. L’era digitale rappresenta uno di questi snodi cruciali, e il mio obiettivo è esplorare come la pittura possa mantenere la propria vitalità in questa nuova realtà. La tensione tra tradizione e innovazione è ciò che mi entusiasma di più, ed è proprio su questa intersezione che vedo svilupparsi il mio lavoro.

L’intervista è stata pubblicata per la prima volta il 19 febbraio sul sito SCHIAVI SpA a firma di Sabino Maria Frassà

Al PAC “Scusate il Disturbo 2026”: Cramum al fianco de Il Volo

By CRAMUM

Il PAC – Padiglione d’Arte Contemporanea (via Palestro 14, Milano) ospita lunedì 9 marzo 2026 alle ore 18.30 l’asta benefica “Scusate il Disturbo 2026” a favore di IL VOLO. Anche quest’anno Cramum rinnova il proprio sostegno all’iniziativa partecipando con opere di Betty Salluce e Fulvio Morella, e con un libro d’artista promosso insieme a Gaggenau che include opere di Franco Mazzucchelli, Carla Tolomeo, Lorenzo Gnata e dello stesso Fulvio Morella, da sempre vicino e personalmente impegnato nel supporto all’asta.

Dal 2005 la Cooperativa sociale non profit Il Volo promuove azioni a sostegno della salute mentale nelle giovani generazioni, con un focus sul Disturbo Borderline di Personalità (DBP): un disagio grave e altamente invalidante, che compromette in profondità la stabilità emotiva e relazionale e, con essa, la qualità della vita.

L’appuntamento non vuole essere soltanto un gesto dovuto, ma un’occasione per dare un volto e un significato concreto al dono. Durante la serata sarà possibile ascoltare la testimonianza di Eleonora, una giovane che ha appena concluso il proprio percorso di cura in comunità e che racconterà cosa abbia significato, nella sua esperienza, la possibilità di una borsa lavoro: non solo un sostegno, ma una reale opportunità di ripartire, tornare a sperare e progettare il futuro.

“Scusate il Disturbo 2026” è, così, un momento di restituzione e trasparenza verso chi sceglie di sostenere il progetto: un modo per dire grazie, insieme, a quanti contribuiscono a generare nuove possibilità. Con questa partecipazione, Cramum conferma la propria missione di promuovere l’arte come strumento di responsabilità e impatto sociale, capace di tradursi in trasformazione concreta.

Puoi partecipare sin d’ora all’asta, facendo le prime offerte online.

Quando il mecenatismo ti fa innamorare dell’arte: Schiavi S.p.A. e CRAMUM lanciano “L’arte in prima persona”

By CRAMUM, Cultura

Schiavi S.p.A., dal 1928 tra i più affermati player in Lombardia nella progettazione e realizzazione di opere architettoniche ed edifici residenziali di alta qualità, annuncia l’avvio della collaborazione con CRAMUM e il lancio di “L’arte in prima persona”, un progetto socio-editoriale che integra, lungo tutto il 2026, Corporate Social Responsibility, arte contemporanea e cultura dell’abitare, sotto la direzione editoriale e creativa di Sabino Maria Frassà.

L’iniziativa nasce dalla convinzione dell’azienda, racchiusa nelle parole dell’Amministratore Delegato Paolo Schiavi: «Costruire significa contribuire a creare non solo edifici, ma luoghi in cui si vive insieme, contesti culturali e sociali duraturi. Perché costruire, in fondo, è creare luoghi in cui la vita prende forma: e la casa, più di ogni altro spazio, è il punto in cui ciò che scegliamo diventa identità, memoria e futuro

In questo orizzonte, Schiavi S.p.A. sceglie di agire come mecenate culturale contemporaneo, mettendo a disposizione competenze, ospitalità digitale e canali di diffusione per sostenere concretamente il lavoro degli artisti e la circolazione delle idee, senza alcuna ingerenza nella linea editoriale e nella direzione creativa del progetto.

Il progetto nasce dall’incontro con l’attività di CRAMUM, realtà non profit riconosciuta per il talent scouting e per l’impegno nel promuovere l’arte come cultura condivisa, capace di fondare comunità e non solo di produrre immagini: dal Premio Cramum alle mostre legate al mondo paralimpico, da Parigi a Cortina. In questa cornice, CRAMUM porta nel progetto un metodo e visione consolidato: “dare spazio a opere, processi e scelte creative spesso fraintese dalla narrazione mainstream, restituendone il senso più autentico e rendendolo realmente accessibile”, spiega Sabino Maria Frassà.

“L’arte in prima persona” si sviluppa attraverso contributi mensili condivisi sui canali web e social di CRAMUM e Schiavi S.p.A., che raccontano l’arte in prima persona, dando voce agli artisti e ai loro processi per comprendere davvero che cosa un’opera è, da dove nasce e che cosa porta con sé. Il progetto non propone scorciatoie né semplificazioni: restituisce profondità al racconto dell’arte e invita a comprendere perché scegliere, mettendo in luce pensiero, processo e senso di un’opera, in dialogo con la vita domestica e con il tempo.

Questo percorso culturale prende avvio dal web e dai social, oggi sempre più centrali tanto per l’attività imprenditoriale quanto per quella artistica. Come spiega Sabino Maria Frassà:

«Se Schiavi S.p.A. costruisce pareti che le persone riempiranno di ricordi ed emozioni, la suggestione del progetto condiviso è quella di invitare chi sta facendo casa ad avvicinarsi all’arte, a condividere il pensiero che prende forma e diventa immagine nel lavoro degli artisti, a farlo proprio. L’obiettivo non è commerciale: né CRAMUMSchiavi S.p.A. vendono le opere di cui si parla. Ci muove la volontà di attivare un cambiamento interiore, un movimento dell’animo, che è il vero scopo dell’arte. Anche il disappunto è parte del processo: non tutto deve piacere a tutti, ma è importante scegliere — o rifiutare — consapevolmente, dopo aver compreso il perché e il come. Saremo il megafono delle emozioni degli artisti, che spesso lavorano meglio con le mani che con le parole. Per questo la selezione è globale e trasversale rispetto al livello di carriera, guidata solo dalla ricerca e dal talento puro e genuino: Liu Chien-Kuang (Taiwan), Ingar Krauss (Germania), Kaori Kurihara (Giappone), Wolfe von Lenkiewicz (Regno Unito), Fulvio Morella (Italia), Leo Orta (Francia/Argentina), Paola Pivi (Italia/USA), Betty Salluce (Italia), Carla Tolomeo (Italia), Emilio Fuentes Traverso (Cile), TTOZOI (Italia).»

Proprio per questa sua natura, il progetto si configura come un’azione concreta di Corporate Social Responsibility: promuove educazione culturale e accesso alla complessità; valorizza il ruolo dell’impresa come abilitatore di cultura, e non come editore; sostiene talento e ricerca artistica in continuità con la missione di CRAMUM; rafforza una cultura dell’abitare consapevole e responsabile. L’arte è trattata come bene culturale condiviso, capace di generare comunità e senso, e l’impresa come soggetto che favorisce la crescita di un ecosistema culturale autentico.

“L’arte in prima persona” diventa così un invito a portare l’arte dentro casa non come ornamento, ma come presenza viva: un’opera che si sceglie per il luogo a noi più caro, che si incontra ogni giorno, si ascolta e si fa propria, fino a diventare parte del nostro modo di abitare e di essere. Un progetto che unisce mecenatismo, talento, abitare e futuro, costruendo valore culturale reale — e duraturo — perché fondato sulla libertà dell’arte e sulla responsabilità di chi sceglie di sostenerla, affinché possa circolare, essere compresa e generare senso nel tempo.

WRITINGS OF LIGHT – Fulvio Morella Turns Braille into Architecture of Light for Milano Cortina 2026

By CRAMUM, Cultura
In Trentino, on the threshold of the Milano Cortina 2026 Winter Olympic and Paralympic Games, Fulvio Morella introduces a decisive new step in his artistic research: for the first time, Braille Stellato becomes an architectural light projection, leaving the protected space of the exhibition to be shared with an entire city. At the heart of this intervention is the Olympic city of Cavalese itself: the projections transform the urban façade into a collective page of light and will remain on view through the end of the Winter Olympic and Paralympic Games, until 15 March.
Developed within Limits Do Not Exist—the diffused project created by CRAMUM for the Paralympic horizon and conceived by Sabino Maria Frassà—this intervention marks a definitive return to Cavalese. It was here that the project’s first chapter began, curated by Frassà and Elsa Barbieri; today, after a year of exhibitions and performances, the journey comes full circle, reaching its completion in the very territory where it first took flight.

Morella’s gesture is radical in its simplicity: he transforms braille, historically associated with the condition of blindness and therefore with darkness, into its conceptual opposite—a source of light. The tactile alphabet does not merely become visible: it becomes luminous, public, and collective. In this way, Braille Stellato is no longer only a language to be read by touch, but a shared experience that can be encountered by anyone, turning accessibility into a civic act rather than a private condition.

Presented as a cycle of projections inscribed directly onto building façades, the work turns the city into a sensitive surface and a place of passage. Here writing does not function as a statement to decode, but as an atmosphere to inhabit. Architecture becomes a temporary support for listening and encounter, while the urban landscape becomes a stage for participation—an open space where the community is not an audience, but a protagonist. The projections unfold through a gradual transformation. Phrases appear first in the Latin alphabet, then shift into their braille translation, and finally dissolve into dots alone. At this final stage, the braille points detach from their conventional role as reading signs and re-emerge as luminous constellations. Language becomes sky. Meaning becomes orientation. The façade becomes a field of stars.

“Scritture di luce” (Writing of Lights), Fulvio Morella, 2026

This transformation lies at the heart of Morella’s poetic and political vision: the braille dots, originally designed to make the invisible readable, now create a new visibility—one that does not exclude, but invites. The city itself is turned into a shared page of light, where inclusion is not represented, but enacted.

A striking element of these recent works is their chromatic intensity. In continuity with the textile pieces previously presented for Casa San Marino, Morella develops an unprecedented polychromy conceived in homage to the Paralympic colours. Colour here is not decorative. It is a deliberately playful gesture—almost a declared happiness—making visible the overcoming of limits at the very core of Limits Do Not Exist. The projection becomes an “agito”: a public action that affirms the joy of participation and the possibility of belonging.

Among the projected images appears also Flash Cavalese, the work donated by the artist and dedicated to the local community, which now enters the collection of the Museo Arte Contemporanea Cavalese, reinforcing the project’s civic dimension and its bond with the territory. But the true centre of the intervention remains the transformation of language into a shared luminous event: a braille that does not remain confined to the page, but expands into the public space, becoming a collective horizon.

Created on the occasion of the Milano Cortina 2026 Winter Olympic and Paralympic Games, the projection is conceived to remain on view throughout the duration of the Games, extending over time the work’s public presence and its message of sharing and active participation by all people. In doing so, Morella’s work resists the logic of the one-night spectacle and instead insists on duration: inclusion is not an exception, but a continuous practice.

With Writings of Light, Fulvio Morella offers an image that is at once symbolic and concrete: braille—born as a tool to read in the dark—becomes light for everyone. And in that light, the community is invited to look upward, to imagine, and to share a sky without limits.

Bruno Frigerio, 17 February 2026

Scritture di Luce: il braille illumina le Olimpiadi di Milano Cortina 2026

By CRAMUM, Cultura

In Trentino, luogo delle Olimpiadi e Paralimpiadi Invernali 2026, Fulvio Morella compie un passo decisivo nella sua ricerca artistica: per la prima volta, il suo Braille Stellato evolve in proiezione architettonica. L’opera abbandona lo spazio protetto della sede espositiva per farsi atto di condivisione urbana, eleggendo la città olimpica di Cavalese a proprio cuore pulsante. Le facciate cittadine si trasmutano in una pagina collettiva di luce, restando visibili fino al termine dei Giochi, il 15 marzo.

L’intervento è parte integrante di I LIMITI NON ESISTONO — progetto promosso da CRAMUM per l’orizzonte paralimpico, la cui prima tappa trentina è stata curata da Sabino Maria Frassà (direttore di tutto il progetto) ed Elsa Barbieri (direttrice del Museo di Cavalese) — e segna il compimento del percorso di Morella in terra trentina, laddove il primo capitolo di questa indagine ebbe origine.

Dal buio alla luce: una rivoluzione semantica

Il gesto di Morella è radicale nella sua limpidezza: egli sottrae il Braille alla sua dimensione storica — legata alla cecità e dunque, per sineddoche, all’oscurità — per convertirlo nel suo opposto concettuale: una sorgente luminosa. L’alfabeto tattile non viene semplicemente reso visibile, ma si fa pubblico e corale. Il Braille Stellato cessa di essere un linguaggio per l’individuo e diviene un’esperienza d’incontro; l’accessibilità si spoglia della sua natura di “condizione privata” per assurgere a fatto civico.

Attraverso questo ciclo di proiezioni, la città diviene una superficie sensibile, un luogo di transito dove la scrittura non è un enunciato da decodificare, bensì un’atmosfera da abitare. L’architettura si offre come supporto effimero per l’ascolto, mentre il paesaggio urbano si trasforma in un palcoscenico di partecipazione attiva, dove la comunità non è spettatrice, ma protagonista.

La metamorfosi del segno

Le proiezioni seguono un ritmo di trasformazione graduale:

  1. Le frasi appaiono inizialmente in caratteri latini.

  2. Mutano poi nella loro traduzione in codice Braille.

  3. Infine, si dissolvono lasciando spazio ai soli punti.

In quest’ultimo stadio, i punti Braille si affrancano dalla loro funzione convenzionale di segni di lettura per riemergere come costellazioni luminose. Il linguaggio si fa cielo; il significato si fa orientamento; la facciata si fa firmamento. In questa visione, la poetica e la politica di Morella convergono: i rilievi nati per rendere leggibile l’invisibile generano ora una nuova visibilità inclusiva, che non esclude ma invita.

Policromia e impegno civico

Un tratto distintivo di questi nuovi interventi è l’intensità cromatica. Proseguendo il dialogo tessile già avviato per Casa San Marino, Morella sviluppa una policromia inedita, omaggio ai colori paralimpici. Qui il colore non è decorazione, ma un gesto ludico — una dichiarata felicità — che manifesta visivamente il superamento del limite.

Tra le immagini proiettate spicca anche Flash Cavalese, opera donata dall’artista alla comunità locale e ora parte della collezione del Museo d’Arte Contemporanea Cavalese, a suggello del legame indissolubile tra progetto e territorio.

Oltre lo spettacolo: la pratica dell’inclusione

Creato per l’occasione olimpica, l’intervento di Morella rifugge la logica dell’evento effimero da “una sola notte” per insistere sulla durata. L’inclusione, suggerisce l’artista, non è un’eccezione celebrativa, ma una pratica continua e quotidiana.

Con le sue Scritture di Luce, Fulvio Morella ci consegna un’immagine tanto simbolica quanto concreta: il Braille, nato come strumento per leggere nell’oscurità, si fa luce per tutti. E in quella luce, la comunità è invitata a volgere lo sguardo verso l’alto, per immaginare e condividere un cielo finalmente senza confini.

Bruno Frigerio, 17 febbraio 2026

L’etica dell’ascolto, tra corpo e paesaggio: l’arte di Betty Salluce per Milano Cortina 2026

By CRAMUM, Cultura

Nel solco delle Olimpiadi e Paralimpiadi di Milano Cortina 2026, Cramum e Gaggenau portano a Milano la prima personale meneghina di Betty Salluce: Punti di contatto – Restiamo in ascolto, un invito a misurare l’empatia non come slancio retorico, ma come pratica concreta di prossimità. A raccontare la mostra che rimarrà aperta tutto l’anno sono le parole del curatore,  Sabino Maria Frassà, attraverso il suo testo critico.

Prossimità — L’etica dell’ascolto tra corpo e paesaggio 

Testo critico di Sabino Maria Frassà, curatore della mostra

«Com’è essere un pipistrello?» (What is it like to be a bat?). La celebre domanda con cui Thomas Nagel, nel 1974 su The Philosophical Review, svela l’irriducibile inaccessibilità dell’esperienza soggettiva altrui è il varco concettuale da cui prende avvio la mostra Punti di contatto — Restiamo in ascolto, che presenta per la prima volta a Milano le opere inedite di Betty Salluce. Se quella domanda ci consegna l’irriducibilità del che-cosa-si-prova, allora l’empatia non è proprietà cognitiva, ma esercizio di prossimità: non forza l’accesso, affina l’ascolto. È la stessa artista che chiarisce l’origine del proprio metodo: «Tutto nasce da una relazione fisica e sensoriale con la terra e con il corpo — da esperienze dirette di ascolto, contatto e cammino nei luoghi. Il corpo come paesaggio, e il paesaggio come corpo».

Questa “prossimità” non è un’idea, ma una pratica che affonda in una memoria primaria dello sguardo. «Da bambina» spiega Salluce «durante i viaggi notturni, guardavo le colline illuminate solo dalla luna: in quelle linee riconoscevo profili umani, corpi distesi, presenze. Era un gioco dello sguardo, ma già allora era anche un modo per sentirmi parte di quel paesaggio». Anni dopo, quel gesto istintivo ritorna come metodo: «mi sono accorta che non mi aveva mai lasciata: è tornato nella mia ricerca artistica, trasformandosi in un modo di leggere la terra come un corpo e il corpo come terra a cui si appartiene». Per questo il paesaggio, nelle opere, non è mai immagine costruita a distanza: «È un paesaggio vissuto: l’ho attraversato, toccato, ascoltato, camminando a lungo nei calanchi lucani, fino a sentirne la fragilità e la memoria come qualcosa di fisico. In quel contatto nasce la necessità del filo».

Salluce si colloca nella genealogia del “filo sull’immagine” — da Messager e Soltau a Meyer, Anzeri e Choumali — ma ne sposta il centro: il ricamo non sovrascrive, interpreta la morfologia, lavorando su collage di corpi e paesaggi da lei stessa realizzati. Le opere nascono da fotografie stampate, poi assemblate e cucite a mano: un processo di stratificazione tattile in cui l’immagine viene “toccata” e trasformata dal gesto del filo. Ventagli, dorsali, costolature diventano cartografie sensibili in cui corpo e paesaggio si innestano. La stampa su ecopelle non è un effetto materico: è metonimia dell’epidermide; la grana assorbe il grigio e rende l’immagine mimetica ed essenziale, quasi a chiedere di essere sfiorata. Così la fotografia non resta superficie, ma pelle d’opera: luogo in cui il filo segna il passaggio dalla visione alla prossimità, e in cui un io si apre a un noi.

Grado zero del colore, archetipo della terra. L’artista lavora in una scala di grigi che non allude all’assenza, ma trattiene memoria e profondità. Nel grigio la soglia tra bianco e nero si fa porosa: si vedono le cuciture e, insieme, ciò che le rende necessarie. La fotografia cucita diventa rito laico: sutura le fratture senza nasconderle, tiene insieme ciò che il tempo, le istituzioni o la paura tendono a separare. Rispetto alle ricerche precedenti, qui il paesaggio non è più sfondo: è il vero soggetto dell’empatia. I corpi non si dispongono davanti al mondo per rappresentarlo: vi si innestano, si conformano alla sua morfologia e ne diventano tessuto. In questa saldatura riaffiora un archetipo antichissimo — il patto tra corpo e terra, dal rito greco della sepoltura al pathos omerico del corpo insepolto — ma rovesciato: non abbandono tragico, bensì appartenenza e custodia. Le risonanze restano allusive: la monumentalità frammentaria di Igor Mitoraj è evocata e poi superata; l’eco surreale di Man Ray nelle pose è trattenuta e depurata fino a una sobrietà scultorea contemporanea, dove grigio e cucitura sostituiscono l’enfasi con una misura etica dello sguardo. Il risultato è un “tutto” in cui corpo, materia e paesaggio sono strutture equivalenti: «il corpo è l’involucro di noi stessi; la terra lo è del suo nucleo; l’universo, in fondo, di tutti noi».

In questa logica, il filo non è ornamento: appartiene alla storia familiare dell’artista e a un sapere tramandato dalle donne, ma diventa anche gesto del corpo, pratica di connessione e cura. «Il ricamo… per me è un atto del corpo: una pratica di connessione e di cura, ma anche una sutura che può rendere visibile la ferita. Ricamare, per me, è un atto fisico». È qui che la mostra concentra la propria urgenza: nella possibilità che un gesto intimo diventi metodo pubblico, e che la fragilità — giovanile, sociale, geografica — non venga estetizzata, ma attraversata.

In queste opere inedite, conclude il curatore, «il ricamo diventa sinestesia: non è un’aggiunta ornamentale, ma un reale dispositivo di traduzione, capace di trasformare la visione in tatto e il paesaggio in ritmo. Il filo registra una respirazione comune – quella della terra e quella del corpo – e la rende leggibile come una trama di punti, tensioni, pause. È qui che si concentra la ricerca di Betty Salluce: nel punto esatto in cui due forme si incontrano e si trasformano, in quelle soglie fragili ma necessarie che somigliano alle cuciture. Punti di contatto è questo luogo ideale in cui il paesaggio smette di essere solo spazio e diventa presenza grazie a un noi condiviso».  Qui l’empatia non annulla la distanza: la attraversa e la rende abitabile. Questa etica dello sguardo si riconosce nei valori olimpici e paralimpici come pratiche, non come slogan: l’amicizia è la fiducia che apre all’incontro; il rispetto è ascolto delle differenze e degli ambienti; l’eccellenza è miglioramento condiviso. Coraggio e determinazione coincidono con il ricucire — nel senso letterale di Salluce e in quello simbolico di una comunità che si ricompone. Per questo la mostra non “rappresenta” l’inclusione: la esercita.