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Il migliore moscato italiano – Giacinto Gallina – partner dell’ VIII edizione del Premio Cramum

By CRAMUM

La Giacinto Gallina, tra le più rinomate cantine di moscato in Italia, conferma il sostegno al Premio Cramum, aderendo anche all’8° edizione che si terrà a Villa Mirabello di Milano dal 7 settembre. Al vincitore del Premio Cramum oltre al percorso di mostre, al Cubo simbolo del premio (quest’anno prodotto e donato dalla Marini Marmi) anche le famose bottiglie di moscato.

Fin dalla fine dell’800 i Gallina sono vitivinicoltori apprezzati sia in Italia che all’estero. In America, come in tutto il nord Italia, arrivano già botti di vino esportate da Carlo, nonno di Giacinto. Carlo, con piglio imprenditoriale, non si dedica solo all’azienda di famiglia; fonda, con un piccolo numero di produttori, la Cantina Sociale e la Cassa Rurale, delle quali sarà poi Presidente. Nel 1903 nasce Angelo, che con un fratello gemello è l’ultimo nato di Carlo. Questi, erede della casa paterna, continua l’attività del padre. Dopo aver sposato Caterina nel 1929, si dedica per più di sei lustri alla vita amministrativa del paese. Le scelte aziendali lo porteranno alla produzione ed alla vendita del vino all’ingrosso, cambiando sì il rapporto con il consumatore, ma lasciando inalterato l’amore per la sua terra ed i suoi frutti. Dal matrimonio con Caterina nascono due figlie e per ultimo Giacinto. Questi, dopo il servizio militare, decide di continuare a lavorare in azienda.

Anna Forno Gallina

A 26 anni si sposa con Anna, vulcanica calossese che, oltre a dedicarsi anche lei alla pubblica amministrazione ed al settore socio-assistenziali, porta con il marito una dinamica ventata imprenditoriale ed una non comune lungimiranza nelle scelte aziendali. Si riprende la vendita al dettaglio dei vini prodotti, prima in damigiana ai privati e successivamente in bottiglia, poi si apre l’agriturismo, con la possibilità di arrivare direttamente al consumatore abbinando i vini ai piatti tipici della zona, si dà annualmente una borsa di studio alla miglior tesi di laurea su Cesare Pavese in occasione della“Due giorni pavesiana”, arrivando infine al progetto dell’ ”adozione dei filari”, tutte occasioni dove il cliente può arrivare ad un contatto fisico e culturale con la terra ed i suoi vini. Anna e Giacinto hanno due figli: Pierangelo, pur essendo sempre presente e coinvolto nelle scelte di famiglia, ha scelto di lavorare fuori dall’azienda, mentre Luisella, credendo nelle propria terra, ha deciso di continuare a fare quello che da più generazioni è nel patrimonio genetico dei Gallina: il vino, apprezzato ora non solo in Italia, ma anche all’estero.

 

 

Allo Studio Museo Francesco Messina Andreas Senoner racconta la ricerca del “senso perduto”

By CRAMUM

Fino al 29 agosto allo Studio Museo Francesco Messina Cramum presenta “Transitory Bodies”, prima mostra personale di Andreas Senoner a Milano. Il percorso espositivo, curato da Sabino Maria Frassà, mette in mostra venti opere dell’artista altoatesino noto per le sue sculture in legno e che ha fatto dell’immobilismo arcaico e severo il cardine della sua ricerca artistica. Il curatore introduce la mostra spiegando che Andreas Senoner dà forma alla fragilità e alla solitudine umana attraverso frammenti di corpi trafitti da spine o ricoperti da piume e licheni. L’essere umano è così ritratto sospeso e in attesa di un cambiamento e di una rinascita che sembrano non arrivare mai.Condividiamo qui di seguito il testo critico, firmato dal curatore, che accompagna la mostra.

ANDREAS SENONER ALLA RICERCA DEL SENSO PERDUTO – Sabino Maria Frassà

Eugenio Montale scriveva che “ciò che manca, | e che ci torce il cuore e qui m’attarda | tra gli alberi ad attenderti, è un perduto senso”. Andreas Senoner sembra proseguire il pensiero del poeta attraverso le sue opere sospese, immobili, al di là del tempo ed enigmaticamente avvolte in un alone di mistero. Arturo Martini, altro grande maestro molto amato dall’artista altoatesino, rifuggiva dall’immobilismo con torsioni e sguardi al cielo, Andreas Senoner invece fa dell’immobilismo arcaico e severo il cardine della sua ricerca artistica. Del resto, le sue opere si concentrano sull’analisi dell’essere umano inteso non come corpo ma come espressione di interiorità. I corpi di Andreas Senoner sono così considerati dall’artista quali meri involucri transitori di un’anima laicamente intesa ed impegnata in un processo di crescita o meglio di metamorfosi continua verso una imprecisata e inafferrabile forma finale: come fossero bozzoli tali corpi sono spesso ricoperti di piume e licheni a simboleggiare una transizione in atto non completata. L’attesa del cambiamento è resa anche dallo sguardo dei personaggi di Andreas Senoner che hanno gli occhi chiusi o aperti e fissi nel vuoto. Le opere di Andreas Senoner non appaiono mai bucoliche, quanto piuttosto sono un’evidente metafora e raffigurazione della solitudine dell’essere umano, ingabbiato in un corpo il cui continuo divenire è sempre più disallineato con l’evoluzione psichica interiore. Se lo sguardo canoviano risultava estasiato ed etereo, la classicità richiamata da Senoner è una classicità sospesa tra romanticismo e nichilismo: i suoi personaggi sono eroi senza speranza che attendono di diventare farfalle ma che vengono trafitti prima che tale trasformazione si compia.

Lontana dalla plasticità bucolica di Apollo e Dafne di Bernini la natura nelle opere più recenti di Senoner appare sempre meno rifugio e assurge al ruolo di irta corazza. Del resto dal 2019 le opere dell’artista appaiono sempre più inquiete: la natura in cui Dafne si rifugiò – scomparendo in essa e che sembra aver ispirato le prime opere – si trasforma oggi in disadorni rami e infinite spine che trafiggono e si fondono con la pelle. Anche nella natura è perciò impossibile trovare un ultimo rifugio e rinascere; troppe le ferite interiori causate da un mondo esterno sempre più aggressivo e oppositivo. Lo stesso artista spiega come le spine siano il simbolo della necessità dell’uomo di difendersi fino all’estrema conseguenza di tenere lontano da sé ogni cosa: “in natura le spine servono a proteggere, a isolare il corpo della pianta da attacchi esterni. Rappresentano perciò un involucro, una protezione estrema dal mondo esterno”. Abbandonati i corpi-involucri di piume e licheni, la leggerezza e la speranza del volo sembra oggi del tutto persa. Non è quindi un caso che l’opera scelta per rappresentare il completamento di tale percorso sia “Fear”, un’opera in cui con un ambiguo gesto di una mano trafitta da spine l’artista trasmette dubbi, incertezze e paura. Dopo decenni anni di vita e formazione trascorsi tra Firenze, gli Stati Uniti e la Spagna, Andreas Senoner tende sempre più a un forte ermetismo e una conseguente letterale scarnificazione progressiva dei personaggi ritratti.

Le opere più recenti – forse le più e compiute ed emancipate dalla tradizione della Val Gardena – mostrano un inesorabile abbandono della rappresentazione della figura intera per concentrarsi su singole parti di corpo. Ormai lontano dai maestri del legno – Aron Demetz e Willy Verginer – prende corpo un’inedita quanto originale e opportuna analisi del frammento quale metafora stessa dell’esistenza. È lo stesso Senoner a spiegare che “la storia umana è fatta di frammenti, nell’archeologia per esempio si studiano le culture antiche attraverso le tracce e i frammenti rinvenuti. Nel frammento si ritrovano storie, azioni passate e simboli che hanno un impatto molto forte anche a livello di immaginario collettivo. Lavorare sui frammenti è lavorare intimamente al Tutto”. L’artista non può che focalizzare la propria attenzione sulla ricerca di quel senso più profondo e “vero”, per cui è sente l’urgenza di abbandonare ogni orpello: addio, perciò, alle belle ciocche di capelli di augustea memoria, all’alterità canoviana e alla liricità di Martini, così marcata nelle opere dei primi anni. Il nuovo Andreas Senoner modella la propria inquietudine attraverso una ritrovata poetica ermetica, che ben si adatta al complesso momento storico che viviamo. Per l’artista diventa importante rappresentare le viscere dell’interiorità, ritratte attraverso la bellezza del legno mangiato dai tarli o attraverso un’inedita e acuta stratificazione materica. L’arte non è perciò più l’impossibile mimesi della natura e della figura umana quanto, come diceva Salvatore Quasimodo, lo strumento per “rifare l’uomo” operando da “dentro”.

“Troppo | straziato è il bosco umano, troppo sorda | quella voce perenne, troppo ansioso | lo squarcio che si sbiocca sui nevati | gioghi di Lunigiana. La tua forma | passò di qui, si riposò sul riano | tra le nasse atterrate, poi si sciolse | come un sospiro” (Personae separatae, Eugenio Montale, 1943)

Art Agenda, 16 luglio – 29 agosto, Transitory Bodies, personale di Andreas Senoner al Museo Francesco Messina di Milano

By CRAMUM, Eventi

Il 16 luglio apre al pubblico allo Studio Museo Francesco Messina TRANSITORY BODIES, mostra curata da Sabino Maria Frassà e dedicata all’artista altoatesino Andreas Senoner. Transitory Bodies si inserisce nel solco della collaborazione tra lo Studio Museo Francesco Messina e il progetto non-profit CRAMUM: Andreas Senoner è infatti il vincitore del sesto Premio Cramum, conseguito nel 2018.

In mostra fino al 29 agosto 2021 la ricerca di Andreas Senoner sull’essere umano, inteso non come corpo ma come espressione di interiorità. Come sottolinea la direttrice dello Studio Museo Maria Fratelli “tra le diverse modalità espressive presentate negli ultimi mesi presso lo Studio Museo Francesco Messina, la scultura di Senoner pare essere la più affine alla figurazione del Maestro. In realtà, la scelta di Senoner documenta quanto la varietà dei sentimenti, degli stati d’animo e delle intenzioni veicolabili attraverso le forme del corpo possa essere infinita e al contempo unica e personale, nella scultura come nella vita”. L’artista considera i corpi meri involucri transitori di un’anima laicamente intesa ed impegnata in un processo di metamorfosi continua verso un’inafferrabile forma finale. Senoner realizza opere sospese, immobili, avvolte da un alone di mistero ed intrise di solitudine. Come spiega il curatore Sabino Maria Frassà “dopo gli anni trascorsi tra Firenze, gli Stati Uniti e la Spagna, Andreas Senoner tende sempre più a un forte ermetismo e una conseguente letterale scarnificazione progressiva dei personaggi ritratti. Le opere più recenti – forse le più e compiute ed emancipate dalla tradizione della Val Gardena – mostrano un inesorabile abbandono della rappresentazione della figura intera per concentrarsi su singole parti di corpo. Ormai lontano dai maestri del legno – quali Aron Demetz e Willy Verginer – prende forma un’inedita quanto originale e opportuna analisi del frammento quale metafora stessa dell’esistenza. È lo stesso Senoner a spiegare che “la storia umana è fatta di frammenti, nell’archeologia per esempio si studiano le culture antiche attraverso le tracce e i frammenti rinvenuti. Nel frammento si ritrovano storie, azioni passate e simboli che hanno un impatto molto forte anche a livello di immaginario collettivo. Lavorare sui frammenti è lavorare intimamente al Tutto”.



Andreas Senoner
Transitory Bodies
A cura di Sabino Maria Frassà
16 luglio – 29 agosto 2021

Studio Museo Francesco Messina
Via San Sisto 4/A, Milano
Da martedì a domenica 10-17.30 (ultimo ingresso 17)
Ingresso gratuito
Info: +39.02.86453005 | c.museomessina@comune.milano.it
www.studiomuseofrancescomessina.it
Facebook/Instagram: @museofrancescomessina

Andreas Senoner
www.andreassenoner.com

 

SOSTIENI CRAMUM E I GIOVANI ARTISTI IN ITALIA: BASTANO 5 EURO

Riapre il MEIS di Ferrara con la mostra “Mazal Tov! Il matrimonio ebraico!” e le opere di Flora Deborah e Sigalit Landau

By CRAMUM

Aperta al pubblico fino al 5 settembre 2021 la mostra “Mazal Tov! Il matrimonio ebraico!” al MEIS di Ferrara. Il Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano riapre al pubblico con un percorso espositivo che racconta uno dei riti più antichi e affascinanti dell’ebraismo anche attraverso opere d’arte contemporanea, tra cui spicca quella di Flora Deborah, già finalista del Premio Cramum 2015. Florah Deborah, francese di nascita e milanese di adozione, rielabora e fa comprendere al visitatore il mikveh, il bagno rituale in apposite vasche piene di acqua piovana o sorgiva che compiono le donne alla vigilia del matrimonio. La sua opera “Una per Tutte, Tutte per Una” è stata realizzata appositamente per la mostra ed è collocata in dialogo con l’installazione “Salt Crystal Bridal Gown” realizzata dalla nota artista Sigalit Landau in collaborazione con il fotografo Yotam From. L’opera segue il processo di cristallizzazione di un abito nero immerso nel Mar Morto ed è ispirato all’opera “Il Dibbuk” di S. Ansky, la storia di una giovane sposa posseduta da uno spirito.

“Una per Tutte, Tutte per Una”, Flora Deborah. ©Francesco Mancin e Bruno Leggieri

La mostra presenta così in modo originale e mai banale il matrimonio ebraico di ieri, oggi, domani. Il matrimonio ebraico si nutre di precetti e riti del passato, è l’emblema della continuità, affonda le sue radici nella Bibbia; eppure convive con un presente vibrante, dialoga con la cultura nella quale è immerso, segna la nascita di una nuova famiglia. “Mazal Tov!” racconta proprio questo equilibrio tra antico e moderno, accostando preziosi documenti ad opere di arte contemporanea. Al centro ci sono decine di storie; frammenti di discorsi amorosi lunghi secoli e fissati per sempre attraverso oggetti; atti; scatti. Curata da Sharon Reichel e Amedeo Spagnoletto e allestita dall’Architetto Giulia Gallerani, l’esposizione ha il patrocinio della Regione Emilia-Romagna, del Comune di Ferrara, dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane e della Comunità Ebraica di Ferrara ed è stata realizzata grazie al sostegno del Ministero dell’Istruzione, dell’Istituto di Storia Contemporanea-Isco di Ferrara e del Liceo “Antonio Roiti” e al contributo di DiMedia, Gruppo Hera, Fondazione Bottari Lattes e Fondazione Ebraica Marchese Cav. Guglielmo De Lévy.

Salt Crystal Bridal Gown III, Sigalit Landau in collaborazione con Yotam From, 2014.

“Dopo mesi di chiusura forzata a causa dell’emergenza sanitaria – spiega Dario Disegni, Presidente del MEIS – abbiamo deciso di inaugurare la riapertura del MEIS con una mostra gioiosa, un vero e proprio ‘invito a nozze’. Il matrimonio è una pietra miliare per l’ebraismo, simboleggia la continuità dei riti e delle tradizioni ed è contrassegnato da una cerimonia vitale e ricca di significati. Abbiamo scelto di esplorare un tema che, sono certo, soddisferà la curiosità di moltissimi visitatori”.

Aggiunge il Direttore Amedeo Spagnoletto: “Abbiamo voluto offrire ai visitatori una mostra che facesse bene al cuore. Il matrimonio rappresenta uno dei più profondi atti di amore e di fiducia nei confronti del futuro e porta con sé un messaggio di speranza universale, un balsamo per i tempi complessi che ci troviamo a vivere. ‘Mazal Tov!’ è una esposizione che racchiude in sé il passato e il presente, riti millenari e pratiche moderne e, pur nella sua specificità, riuscirà a coinvolgere chiunque verrà a visitarla”.

Sabino Maria Frassà per CRAMUM


Orari e prezzi

MEIS – Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah

Via Piangipane, 81, 44121 Ferrara FE

Mar-Dom: dalle 10.00 alle 18.00

Il prezzo del biglietto sarà di 7 euro (5 euro per chi ha diritto alla riduzione) e comprenderà anche la possibilità di visitare il percorso permanente “Ebrei, una storia italiana”; la mostra multimediale “1938: l’umanità negata” e il video “Con gli occhi degli ebrei italiani”.


Immagine di copertina: “Una per Tutte, Tutte per Una”, dettaglio dell’opera di Flora Deborah in mostra.

Art Focus – La scultura secondo Alberto Di Fabio è risvegliarsi nella materia

By CRAMUM

Commento critico di Sabino Maria Frassà in occasione della presentazione della video-installazione “The Awakening – Alberto DiFabio” realizzata da Alberto Di Fabio in collaborazione con Marco Waldis e Mattia Andres Lombardo e aperta al pubblico dal 15 al 17 giugno a Roma.

Ritratto di Alberto Di Fabio. ©Berto Poli, Courtesy Gaggenau e Cramum

Alberto Di Fabio scultore è meno noto anche se lo studio delle sue opere tridimensionali risulta interessante non solo a livello filologico. L’artista, universalmente noto per i suoi dipinti che tendono e spingono lo spettatore alla trascendenza, realizza da anni materici assemblaggi di elementi naturali raccolti soprattutto sulle spiagge o in campagna. Sono opere enigmatiche, difficili da comprendere e codificare, quasi irriconoscibili. Eppure sono un elemento del tutto coerente con la poetica e il percorso artistico e umano dell’artista.

Recentemente il cortometraggio “The Awakening”  (regia di Marco Waldis su soggetto di Mattia Andres Lombardo) ci ha permesso di scoprire meglio il nesso tra queste due “anime” artistiche, che a prima vista sembrano addirittura collidere. La natura e ciò che ci circonda sono colti dall’artista nella loro intrinseca e al contempo trascendente essenza: del resto la materia è l’inevitabile punto di partenza per intraprendere un percorso di estasi ed elevazione. Nel corto le opere, piccole forme tridimensionali concrete e naturali, vengono riprese e mostrate all’interno della natura e/o di spazi abbandonati dall’essere umano. L’essere umano non c’è più e non c’è mai stato in tutto il lavoro di Di Fabio perché l’artista cerca da sempre di muoversi al di là della cogente esperienza umana.

In questi assemblaggi materici l’artista non toglie nulla; preferisce montare e combinare ciò che trova nella natura, perché, se ci riflettiamo attentamente, la natura non crea togliendo, ma trasformando la materia. Quello di Di Fabio è così un primitivismo radicale, che combina il ready made duchampiano con l’approccio costruttivista delle sculture di Pablo Picasso e l’esistenzialismo di Kenneth Armitage. Per tale ragione preferisco parlare di opere e assemblaggi tridimensionali piuttosto che di sculture. La parola “scultura” ha nella propria etimologia l’idea di plasmare per sottrazione, un elemento che, come detto, è invece del tutto avulso dalla poetica dell’artista. Alberto Di Fabio si ispira alla natura e invece di togliere, aggiunge e combina. Il fine dell’artista è quello di restituire e risvegliare il senso della materia che noi non percepiamo o non riusciamo più a percepire, distratti da ciò che ci circonda dal nostro rumoroso esistere.
“The Awakening – Alberto Di Fabio” (la video installazione realizzata dall’artista nel suo Studio insieme a Marco Waldis e Mattia Andres Lombardo) abbraccia e palesa ancora meglio lo spirito dell’artista mostrandoci la trasformazione della materia in mantra. Ci viene così restituito un mondo cambiato, che riabilita un’umanità che sembra aver perso il ricordo di una natura pura e incontaminata quale era la condizione originaria del nostro pianeta. Riscopriamo come ricorda l’artista “entità che rappresentano la memoria di quest’armonia, che impotenti diventano purtroppo meri spettatori di un mondo in cambiamento”.
La prossima proiezione, all’interno dello studio di Alberto Di Fabio, dà vita a una caleidoscopica installazione artistica, che mostra tutta l’umanità e il senso più profondo dell’arte di Alberto Di Fabio: è un’opera nell’opera, in cui anche i confini della paternità artistica, ossessione del mondo dell’arte contemporanea attuale, scompaiono per lasciare spazio al fluido creativo più puro e scevro da ogni interesse commerciale.
A noi non rimane che essere trasportati e sollevati ancora una volta nella magica trascendenza di Alberto. Buon Viaggio con e oltre la materia.

A Los Angeles una mostra celebra le “lettere liberate” di Lorenzo Marini

By CRAMUM

All’ Istituto Italiano di Cultura di Los Angeles viene ospitata dal 3 Giugno al 29 Agosto 2021 la mostra ALPHATYPE 21 di Lorenzo Marini. Dopo le importanti mostra curate da Sabino Maria Frassà a Venezia (Fondazione Bevilacqua La Masa) e a Milano (Gaggenau hub) Los Angeles ospita una mostra che celebra il percorso artistico del fondatore della corrente “TypeArt”, liberando definitivamente le lettere. Come sottolinea il curatore Peter Frank “L’arte per Lorenzo Marini è un percorso di catarsi volto a trovare la “Parola”. L’arte per Lorenzo rappresenta quindi quel senso, quella parola, che ha riempito e riempie ogni giorno il “silenzio” della vita quotidiana”.

Lorenzo Marini commenta così il suo legame con Los Angeles e l’importanza di questa mostra:“Los Angeles è l’unica città in cui posso parlare del mio percorso artistico sentendomi perfettamente a casa. Qui il colore , l’energia vibrante, l’apertura mentale e la ricerca dell’innovazione fanno par te della vita quotidiana. In questi anni sono riuscito a ricomporre il dialogo tra forma e contenuto affrontando il cartoon, l’advertising e il silenzio del bianco. Il punto d’arrivo l’ho ritrovato unendo l’amore per il futurismo allo studio della calligrafia orientale. Per me le lettere sono nate libere e come gli uomini sono creature sociali ma anche individuali. È tempo di celebrare la bellezza della geometria che le compone e lasciare il gregge della tipologia alfabetica. Non sono necessarie solo per leggere o per scrivere, ma anche per alimentare la fantasia”.

Le 14 opere in mostra ripercorrono il percorso iniziato con il manifesto per la liberazione delle lettere. Saranno presenti due “Alphatype” e due “Snowtype”. Al centro dello spazio espositivo l’artista ha creato una installazione dinamica omaggiando le fontane italiane, dove lo zampillo dell’acqua viene sostituito da quello delle lettere.

Nominati i Finalisti dell’8^ Edizione del Premio Cramum

By CRAMUM

Milano 28 maggio 2021.
Cramum annuncia i nomi dei 12 finalisti (provenienti da Italia, Belgio, Cina e Germania) dell’8^ edizione del Premio Cramum per l’arte contemporanea in Italia: Elisa Alberti (Germania-Italia), Maurizio Cariati, Stefano Cescon, Chiara Cordeschi, Matteo Di Ciommo, Jingge Dong (Cina), Clarissa Falco, Stefano Ferrari, Maxim Frank (Belgio), Miriam Montani, il duo Andrea Sbra Perego & Federica Patera, Federica Zianni.

Il vincitore/La vincitrice sarà nominato/a il 7 settembre a Villa Mirabello di Milano in occasione della DesignWeek e dell’apertura della mostra “(La) natura (è) morta?” a cura di Sabino Maria Frassà. Le opere dei finalisti saranno esposte al fianco di quelle di 12 artisti di fama e fuori concorso: il duo Bloom&me (Carolina Trabattoni e Valeria Vaselli), Ludovico Bomben, Letizia Cariello, Gianluca Capozzi, Michele De Lucchi, David LaChapelle, Alberto Emiliano Durante, Ingar Krauss, Fulvio Morella, Paola Pezzi, Elena Salmistraro, Carla Tolomeo.
Il premio e la mostra sono resi possibili dalla collaborazione con Fondazione Mirabello Onlus, Istituto Confucio dell’Università degli Studi di Milano, Associazione Marmisti della Regione Lombardia, Marini Marmi Srl, Studio Museo Francesco Messina, The Art Talk e Ama Nutri Cresci.

Il Direttore Artistico, Sabino Maria Frassà, constato il record di iscrizioni e l’elevata qualità dei progetti proposti, ha voluto nominare, come da bando, anche 10 “Artisti in Evidenza”. Gli “Artisti in Evidenza” si sono distinti per l’innovatività formale e sostanziale del progetto artistico proposto e le loro opere, anche se non in mostra,  saranno pubblicate nel libro del Premio Cramum 2021. I 10 “Artisti in Evidenza Cramum 2021” sono: Mauro Baio, Alessia Cortese, Gaetano Frigo, Alberto Peterle, Cristina Porro, Tommaso Sandri, Giulia Seri, Nicolò Serra, Lucrezia Zaffarano, Daniele Zoico.

Per la prima volta sede del Premio e della mostra sarà la splendida Villa Mirabello di Milano che sarà aperta per la prima volta al pubblico milanese dopo il restauro in occasione della mostra.

Il Comitato Scientifico, cuore della giuria del Premio Cramum, decreterà il vincitore/la vincitrice il giorno dell’inaugurazione 7 settembre 2021. Oltre agli artisti fuori concorso fanno parte del Comitato noti galleristi, giornalisti, collezionisti e intellettuali: Valentina Ardia, Loredana Barillaro, Giulia Biafore, Paolo Bonacina, Ettore Buganza, Cristiana Campanini, Valeria Cerabolini, Jacqueline Ceresoli, Carolina Conforti, Stefano Contini, Camilla Delpero, Riccardo Fausone, Chiara Ferella Falda, Raffaella Ferrari, Antonio Frassà, Maria Fratelli, Giovanni Gazzaneo, Rosella Ghezzi, Pier Luigi Gibelli, Giulia Guzzini, Giuseppe Iannaccone, Alice Ioffrida, Gian Luigi Lenti, Angela Madesani, Achille Mauri, Fiorella Minervino, Fabio Muggia,  Annapaola Negri-Clementi, Antonella Palladino, Rischa Paterlini, Francesca Pini, Giovanni Pelloso, Ilenia e Bruno Paneghini,  Alessandra Quattordio, Fulvia Ramogida, Iolanda Ratti,  Alessandro Remia, Elisabetta Roncati, Livia Savorelli, Massimiliano Tonelli, Patrizia Varone, Nicla Vassallo, Giorgio Zanchetti, Emanuela Zanon.


Foto Copertina: Cubo simbolo del Premio Cramum realizzato in Nuvolato di Grè dalla Marini Marmi Srl
Foto: Villa Mirabello di Milano

IO | N Fabio Sandri al Gaggenau DesignElementi di Milano

Art Agenda, 7 giugno – 29 luglio, “IO | N” personale di Fabio Sandri al Gaggenau DesignElementi Hub di Milano

By CRAMUM, Eventi

Il nuovo ciclo artistico “Extraordinario” di Gaggenau e Cramum parte il 7 giugno dall’hub di Milano con la mostra “IO | N” a cura di Sabino Maria Frassà e dedicata al Maestro della fotografia off-camera Fabio Sandri. L’artista attraverso le sue grandi installazioni fotografiche indaga il sempre più labile confine tra noi e gli altri. La mostra è costruita per essere un percorso – grazie e attraverso lo spazio – di presa di coscienza dell’altro da sé, del Noi (da cui la natura quasi palindroma del titolo Io-Noi).

Per Sandri non esiste alcun grado di separazione tra l’io e l’altro da séChi sono io? Io sono la realtà in cui esisto, mai da solo. Sono quindi anche tutto ciò che è altro da me in questa stanza e nello spazio. Sono a ben pensarci quell’infinito NOI a cui l’artista dà forma e sostanza attraverso la luce” spiega il curatore Sabino Maria Frassà.
L’arte di Fabio Sandri utilizza proprio la luce come strumento fondamentale della conoscenza, o meglio del disvelamento del reale, e si caratterizza per una concezione plastica del medium fotografico, indagato nella sua essenza, ovvero quale impronta su supporto fotosensibile a contatto diretto con la materialità dei luoghi o quale impronta continua del divenire temporale. Presenza umana e fisicità temporale precipitate nel materiale fotografico, opere in cui si sommano a volte impronte di film a quelle della situazione ambientale in processi aperti di costruzione.

 


IO | N

personale di Fabio Sandri a cura di Sabino Maria Frassà
7 giugno – 29 luglio
Gaggenau DesignElementi Hub
Corso Magenta 2 (cortile interno) Milano
Lunedì – Venerdì | Ore 10:00 – 18:30 (su appuntamento)
per visitare la mostra gaggenau@designelementi.it
per informazioni sulla mostra infocramum@gmail.com

Promossa da Gaggenau e Cramum con la collaborazione di DesignElementi

Elena Bellantoni vince l’Arteam Cup 2020

By CRAMUM

Vincitrice assoluta del concorso Arteam Cup 2020 è l’artista Elena Bellantoni, che potrà allestire una mostra personale al CUBO Unipol di Bologna. Elena Bellantoni è anche la vincitrice della sezione Fotografia (comprendente anche videoarte e new media art) con l’opera “I fear” (2020, video full HD, durata di 60”). «Avanzare o regredire. Spogliarsi o sporcarsi. In un viaggio interrogante, mentale e rituale, di corpo e linguaggio alla ricerca del sé nelle sue diverse espressioni e dell’altro (qui in forma di specchio), l’opera – si legge nella motivazione – attiva immaginari e vissuti chiari in cui immediatamente chiunque riesce ad immedesimarsi e li riattiva nella memoria vissuta o acquisita. In tempi incerti, come gli attuali, il contributo dell’artista in questa direzione è un binocolo ma anche un caleidoscopio su cui ognuno può cogliere e agire percorsi differenti e alternativi nel reale di un presente che vorrebbe esorcizzare il riproporsi di vicende animate dalla paura».

Ettore Pinelli vince nella categoria pittura e Alessio Barchitta in quella della scultura. Inoltre conferiti il Premio Speciale Bonelli Arte ad Armida Gandini, Silvia Inselvini, Camilla Marinoni e Miriam Montani, il Premio Residenza d’artista Cascina Granbego ad Alessandra Baldoni e il Premio Speciale #arteamcuponair a Diego Randazzo.

La cerimonia di premiazione si è tenuta domenica 16 maggio presso la Fondazione Dino Zoli di Forlì, che dal mese di ottobre 2020 ha ospitato la mostra dei 60 finalisti di Arteam Cup 2020, a cura di Matteo Galbiati, Livia Savorelli e Nadia Stefanel. Erano presenti, oltre ai curatori, anche Diego Santamaria (Presidente di Arteam), Monica Zoli e Dino Zoli (Dino Zoli Group), che hanno ribadito l’importanza di attivare collaborazioni artistiche ad ampio raggio per contribuire alla costruzione di percorsi professionalizzanti.

Tutti i premi – descritti nel dettaglio sul sito www.arteamcup.it/arteam-cup-2020-premi/ – sono stati attribuiti agli artisti da una giuria professionale, composta da Marina Dacci (curatrice e membro del Comitato Scientifico della Fondazione Palazzo Magnani), Matteo Galbiati (critico d’arte e docente, Direttore web Espoarte e membro interno di Arteam), Lorenzo Madaro (curatore d’arte contemporanea e docente), Raffaele Quattrone (sociologo e curatore d’arte contemporanea), Leonardo Regano (storico dell’arte, critico e curatore indipendente), Livia Savorelli (Direttore Editoriale Espoarte) e Nadia Stefanel (direttrice della Fondazione Dino Zoli di Forlì, Cultural e Communication Manager per Dino Zoli Group).

La Giuria di Arteam Cup 2020, inoltre, in ragione dell’alta qualità degli artisti finalisti, ha voluto assegnare quattro menzioni speciali, ideando un premio aggiuntivo che consiste in una mostra, la cui progettualità sarà sviluppata in collaborazione con Bonelli Arte e consistente in una collettiva con la curatela dei membri della giuria di Arteam Cup 2020, negli spazi della Galleria Bonelli a Pietrasanta. La mostra sarà realizzata nell’aprile 2022.

Le quattro menzioni speciali sono assegnate ad Armida Gandini, Silvia Inselvini, Camilla Marinoni, Miriam Montani, vincitrici del Premio Speciale Bonelli Arte.

«L’opera di Armida Gandini occhieggia a teatrini per bambini, a diorami bidimensionali e al teatro delle ombre in cui silhouette ritagliate accolgono immagini in un gioco di ricostruzione visionaria e per assonanze della presenza dell’uomo nel corso della storia e nell’attualità. L’opera predispone un rituale visivo che immerge in un tempo senza confini, accogliendo due registri comunicativi differenti che, interagendo, acquisiscono un potenziale narrativo capace di attivare altre storie e profilare l’orizzonte di nuovi immaginari».

«L’opera di Silvia Inselvini è un omaggio alla materia in cui tessere mescolate restituiscono in modo scultoreo un rapporto bidimensionale tra supporto e segno agito. Il risultato arriva come “rivelazione” esperita attraverso un processo che asseconda il corpo e l’animo esecutori. La mano compulsivamente segna una scrittura con un automatismo che lascia allo sguardo, nell’annullamento conseguente del tutto, la massima libertà di azione».

Nel lavoro di Camilla Marinoni, «Piccoli sarcofagi si susseguono, elemento dopo elemento, come omaggio/memento commosso alla vita, spesso spezzata dal dolore. L’opera è un’orazione laica nata dall’attualità di un presente drammatico e tragico. L’immagine si carica densa di un liturgico riferimento eucaristico di sangue versato e corpo martirizzato: il vino, come il sangue di Cristo, imbeve i fogli/ostia, lacerti di una carnalità compressa e schiacciata, immolata all’estremo sacrificio».

Come accade per Miriam Montani, «Si può scrivere il silenzio e dare poesia all’invisibile semplicemente raccogliendo e accumulando quello che ci avvolge senza che se ne abbia sentore. La paura per un veleno invisibile diventa atto di sensibilizzazione quando questo, raccolto, torna ad essere materia capace di una nuova creazione. L’opera allora supera il proprio statuto estetico e ritorna ad essere acuta riflessione etica».

In occasione della Premiazione, sono altresì stati assegnati il Premio Residenza d’artista Cascina Granbego vinto da Alessandra Baldoni e il Premio Speciale #arteamcuponair assegnato a Diego Randazzo.

La mostra dei finalisti, accompagnata da un catalogo Vanillaedizioni (www.vanillaedizioni.com), è stata realizzata con il supporto di Belletti & Baroni Costruzioni di Rimini e di NM> Contemporary di Monaco; partner tecnico I Sabbioni di Forlì; media partner Espoarte.

Libro Cramum Cucurucucu

FRANCO BATTIATO A BAGHDAD CANTÒ PER CHI LA PENSAVA DIVERSAMENTE DA LUI

By CRAMUM, Cultura

Ricordiamo il Maestro Franco Battiato che ieri ci ha lasciati condividendo il testo di Alba Solaro pubblicato nel 2019 all’interno del libro Cramum “Cuccurucucu”. Alba Solaro racconta viaggio fatto insieme a Battiato nel 1992 a Bagdad in occasione del celebre contento donato alla popolazione irachena alla fine della 1° Guerra del Golfo.


FRANCO BATTIATO A BAGHDAD CANTÒ PER CHI LA PENSAVA DIVERSAMENTE DA LUI

Alba Solaro in “Cuccurucucu”, libro a cura di Sabino Maria Frassà, edito Cramum, 2019

Dalle finestre dell’hotel Al-Rashid di Baghdad si vedevano le palme. Franco Battiato si incantava a guardarle. «La prima mattina che ho aperto la finestra della mia stanza, è stata un’emozione fortissima. Palme grandi che sembravano essersi passate il testimone per mille anni: il sogno di una civiltà antichissima, finalmente intorno a me». Erano sopravvissute anche ai bombardamenti: neanche due anni prima proprio da quelle finestre gli inviati di guerra trasmettevano le immagini di Desert Storm, le scie verde fosforescente dei missili nella notte, come in un video game. La notizia di un concerto di Franco Battiato a Baghdad era arrivata poche settimane prima, inattesa e irrinunciabile. Battiato che va a cantare per Saddam Hussein? Ovviamente no, era lì perché «non c’è niente che impedisca a una persona di aiutare anche chi la pensa in modo diverso». Così, una mattina di inizio dicembre del 1992 siamo atterrati tutti ad Amman, in Giordania, per quella singolare missione umanitaria. Non c’era altro modo di raggiungere l’Iraq, l’embargo che aveva isolato il paese dopo la prima guerra del Golfo, era esattamente il motivo per cui eravamo lì. Toccava affrontare la lunga traversata dell’autostrada che dalla capitale giordana va fino al cuore della Mesopotamia, una lunga striscia di asfalto e intorno solo deserto. Siamo partiti all’alba distribuiti in una lunga carovana di taxi con a bordo Battiato, i suoi musicisti, il maestro Giusto Pio, Antonio Ballista, i discografici, gli addetti stampa e poi cameraman, giornalisti, fotografi, interpreti, i volontari di Un ponte per Baghdad che portavano container pieni di medicine e latte in polvere per gli ospedali iracheni. I successi neomelodici mediorientali che le radio dei taxi diffondevano implacabili rendevano il viaggio interminabile; arrivare nel caos di Baghdad, traffico, polvere, densità umana, era stato un sollievo. La città non aveva che poche cicatrici rimaste dalla guerra, cosa che ci aveva colpito. Eravamo andati in giro per il centro, guidati attraverso le vie del bazar, a fare shopping di antichi tappeti da preghiera e monili coi lapislazzuli; Battiato chiacchierava con i mercanti, curioso di tutto. Nelle strade, nelle hall dei teatri e dei palazzi governativi campeggiavano i ritratti del raìs Saddam Hussein in divisa, con la kefiah, in abiti civili, serio, sorridente: ho ancora in qualche cassetto i selfie che ci facemmo con le macchinette usa e getta portate da casa. Battiato era emozionato e felice. A tavola raccontava di aver detto subito sì quando lo avevano chiamato dall’ambasciata irachena per quel concerto, «io che non dico mai subito di sì a nulla». E invece. Cos’era stato? C’era un filo che correva invisibile, suggestivo, il profondo rispetto per la vita umana e la profonda empatia e compassione, etimologicamente inteso come “condivisione del dolore”. E poi Mesopotamia è di pochissimi anni prima, incisa nell’89; un’elegia al nostro transito terrestre, le voglie, le gioie, i piaceri e i dispiaceri, “tutte le impressioni che ho avuto in questa vita” e che sono destinati a dissolversi, mentre la “valle tra i due fiumi della Mesopotamia / che vide alle sue rive Isacco di Ninive” è sempre là; come le alte palme sotto le finestre dell’hotel Al-Rashid. Battiato l’aveva cantanta, quell’elegia, seduto sui tappeti al centro del palco dell’austero Teatro Nazionale di Baghdad, attorniato dall’Orchestra Sinfonica Nazionale irachena, col vice primo ministro Tareq Aziz fra il pubblico. Aveva fatto anche un brano dal Gilgamesh, la sua opera ispirata alla mitologia assiro-babilonese; e una versione in arabo de L’ombra della luce, con un consulente iracheno e uno palestinese per la pronuncia (il pomeriggio alle prove era stato disciplinato ma a un certo punto era sbottato «e lasciatemi anche sbagliare»). Era venuto fino a Baghdad, ci diceva, perché voleva vedere coi suoi occhi, dei media non si fidava. Essere strumentalizzato dal regime non lo preoccupava: «Mi dicevano: stai andando all’inferno. Io rispondevo: perché, qui da noi è il paradiso?».

La commozione più grande fu l’incontro con gli orchestrali iracheni; Battiato gli aveva portato spartiti, ance, corde per i violini, un piccolo gesto per rompere il senso di isolamento. L’embargo non blocca mai soltanto il traffico delle merci, questo avevamo visto coi nostri occhi; blocca anche la circolazione delle idee, della cultura, della musica, di tanti beni immateriali e non per questo meno essenziali: «Se non arrivano libri, non c’ è possibilità di continuare a studiare; e se la cultura, le notizie non arrivano è difficile che un regime si possa contrastare». Per mandare i nostri articoli usammo il telex che c’era negli uffici dell’hotel. L’ultima sera, prima di partire, Battiato ragionava su quello che avevamo vissuto. «La scelta finale di un individuo», mi aveva detto, «è tra violenza e apparente passività. Se vengono a casa mia con un mitra e dicono questa non è più casa tua, posso fuggire in montagna a combattere oppure cercare un altro luogo dove ricominciare. Oggi come oggi io opto per la seconda possibilità. Ma sia ben chiaro: il rifiuto della violenza non è necessariamente codardia. Anzi per me è una categoria dello spirito che si ritrova in tutti grandi mistici della storia come il persiano Al Junayd che morì proprio qui a Baghdad nel 950 e che disse una cosa per me di sconvolgente intelligenza: “L’acqua prende il colore del suo contenitore”. Chi vive nella trascendenza ha una concezione fluida dell’essere, dove per la violenza non c’è posto. È come un fiume che quando trova un masso semplicemente devia il suo corso».

In copertina un’opera di Andreas Senoner