
“Punti di contatto – Restiamo in ascolto” entra nel suo secondo atto. La mostra personale di Betty Salluce, curata da Sabino Maria Frassà e promossa da Cramum e Gaggenau nel suo spazio nel cuore di Milano, presenta Fil Rouge, un nuovo nucleo di opere inedite che amplia la ricerca dell’artista e accompagnerà il pubblico fino alla conclusione dell’esposizione, il 4 dicembre 2026.
Se il primo capitolo nasceva dalla domanda formulata nel 1974 dal filosofo Thomas Nagel – «Com’è essere un pipistrello?» – e rifletteva sull’impossibilità di conoscere pienamente l’esperienza dell’altro, Fil Rouge compie un passo ulteriore. Non cerca una risposta, ma mostra come l’empatia non coincida con il possesso dell’esperienza altrui: nasce piuttosto dalla capacità di costruire una relazione, accettando che una parte dell’altro rimanga irriducibilmente intima e misteriosa. È proprio questo limite a rendere possibile una conoscenza fondata sul rispetto.
Questa evoluzione nasce anche dal dialogo con lo spazio Gaggenau e con le nuove interfacce Expressive e Minimalistic, che hanno ispirato il progetto sin dal suo esordio a gennaio. Fin dalla prima parte della mostra, il design e la ricerca di Betty Salluce hanno condiviso una stessa idea di prossimità: avvicinare senza imporre, accogliere la presenza dell’altro, trasformare il contatto in relazione. Con Fil Rouge, questa intuizione si approfondisce e trova una nuova forma: “il filo rosso estende la relazione dal corpo al paesaggio, facendo dell’empatia non solo un gesto tra persone, ma un modo di abitare il mondo”, osserva Sabino Maria Frassà, curatore della mostra.
«In risonanza con la ricerca artistica di Betty Salluce, Gaggenau propone un’interfaccia utente che pratica la prossimità: un sensore che accoglie la presenza più che richiederla e un “sole nascente” che orienta a distanza il gesto del cucinare. Non spettacolo, ma misura, eleganza e senso profondo dell’abitare: è questo il terreno d’incontro tra design e arte.» commenta Mistral Accorsi, Brand Manager Gaggenau.
Il cuore del nuovo progetto è la settima Mano di Betty Salluce, una nuova opera del ciclo avviato nel 2018 e divenuto il manifesto più riconoscibile della sua ricerca. In otto anni l’artista ha realizzato soltanto sette Mani: opere-manifesto che accompagnano i passaggi più significativi della sua vita e del suo percorso creativo.
«Questa settima Mano segna per me un passaggio radicale, in qualche modo anche sofferto, a lungo meditato e profondamente voluto. Dopo anni di lavoro sulle mani di sconosciuti, spesso legate a storie di immigrazione e di forte impatto sociale, il punto di partenza per riflettere sull’empatia e sul rapporto con l’altro non è più una persona incontrata brevemente, ma il corpo del mio compagno. La sua mano, che conosco così bene, una volta trasformata in opera non appartiene più soltanto a noi due: diventa un punto di contatto, il luogo attraverso cui ciascuno si presenta all’altro e costruisce intimità, un simbolo universale dell’incontro tra due persone. Con le mani conosciamo il mondo: a volte per pochi secondi, altre per tutta la vita. Era proprio questo il bisogno che sentivo: raccontare un’universalità capace di andare oltre la storia della singola mano. Sono tutte forme di empatia che mi portano a riflettere sul nostro essere tutti uguali e, insieme, profondamente unici: mondi portatori di storie che non si conoscono mai abbastanza e che affidiamo agli altri timidamente, con pudore, ma anche con il desiderio di ascoltare e di metterci in gioco», racconta Betty Salluce.
Da qui nasce il senso più profondo di Fil Rouge. Il filo rosso non indica soltanto il segno che attraversa fisicamente le opere, ma il principio di continuità che lega corpo, paesaggio e relazione. «Per Salluce il rosso non è il colore della ferita, ma della vita che circola: energia, possibilità, percorso. Il filo segue le linee della mano come una geografia interiore e poi attraversa i calanchi della Basilicata, trasformandosi in radice, corso d’acqua, incisione della terra. Betty Salluce non racconta il contatto come fusione, ma come spazio di reciproco riconoscimento: il filo rosso avvicina, attraversa e connette, lasciando intatto il mistero dell’altro», osserva Sabino Maria Frassà, curatore della mostra.
Corpo e terra diventano così due geografie della stessa vita. Il filo rosso racconta l’energia che le attraversa entrambe: nasce dall’intimità di una mano e raggiunge il paesaggio, trasformando una storia personale in una forma condivisa di empatia. È questa la traiettoria di Fil Rouge: un percorso che, nello spazio Gaggenau, continua a crescere insieme alla mostra, facendo dell’arte e del design un esercizio concreto di ascolto, relazione e riconoscimento.
