Infertilità maschile? Aumenta con l’inquinamento

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Infertilità maschile? Aumenta con l’inquinamento

Tra il 1940 e il 1990 si è registrato un progressivo e drammatico peggioramento delle capacità riproduttive maschili. La concentrazione degli spermatozoi nel liquido spermatico si è dimezzata. Inoltre gli spermatozoi non solo sono diminuiti di numero, ma possiedono anche minori capacità di fecondare l’ovulo e sono dotati di minore mobilità.

Quali sono le cause della drammatica riduzione nella fertilità maschile? Uno dei maggiori colpevoli è l‘inquinamento.

Rispondono a S.M. Frassà, Arianna Laoreti Unità Operativa di Ostetrica e Ginecologia & Antonio M. Granata – Unità Operativa di Urologia

Ospedale “L. Sacco” di Milano – Centro di Riproduzione Assistita

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Mito: “Io non lavoro a contatto con sostanze tossiche, conduco uno stile di vita ed una alimentazione sana…quindi la mia fertilità è al sicuro“.

Realtà: Purtroppo tutti i giorni siamo a contatto con sostanze potenzialmente tossiche per il liquido seminale. Sostanze ad azione simil-estrogenica sono ampiamente usate nell’agricoltura e nell’industria, inquinano spesso le acque ed entrano nel nostro ciclo alimentare.

La qualità media del liquido seminale maschile peggiora di decennio in decennio: il fatto che non sia dimostrabile un danno diretto dell’inquinamento nei singoli casi di infertilità maschile non deve quindi metterci tranquilli, bensì stimolare ciascuno ad evitare e ridurre gli inquinanti per se stessi e per le prossime generazioni.

 

Inquinanti ambientali: cosa sono?

Quotidianamente, entriamo in contatto con numerose sostanze chimiche presenti nell’aria, nell’ambiente di vita e di lavoro, in alcuni alimenti e su oggetti di uso comune. Tali sostanze, comunemente chiamate “inquinanti ambientali”, costituiscono un rischio per la nostra salute, esercitando un effetto dannoso su vari organi e apparati.

 

Fertilità maschile e inquinanti ambientali

Negli ultimi anni, numerosi studi hanno documentato il progressivo peggioramento delle capacità riproduttive maschili. Nel mondo industrializzato, tra il 1940 e il 1990, si è assistito ad un dimezzamento nella concentrazione degli spermatozoi nel liquido spermatico. Inoltre gli spermatozoi, non solo sono diminuiti di numero, ma possiedono minori capacità di fecondare l’ovulo e sono dotati di minore mobilità. Tra i fattori che hanno contribuito a questa diminuzione della fertilità maschile, il “fattore ambientale” ha rivestito certamente un ruolo decisivo. L’esposizione prolungata e continua a numerosi inquinanti ambientali danneggia infatti le capacità riproduttive maschili, riducendo la fertilità.

 

Inquinanti e infertilità: meccanismo
Diverse sostanze possono interferire sulla fertilità maschile in tempi e con modalità diverse.

  • Inquinanti ambientali nel feto: La prima fase “a rischio” per la vita dell’uomo infatti è quella fetale, nella quale avviene lo sviluppo embrionale dei testicoli. L’esposizione delle madri nei primi mesi di gravidanza ad agenti inquinanti può procurare danni genetici, che influenzeranno la maturazione delle cellule spermatiche.
  • Inquinanti ambientali durante la vita di un uomo: in seguito, nel corso della vita, l’esposizione costante a sostanze inquinanti, può determinare effetti sul metabolismo ormonale e sugli equilibri degli ormoni sessuali con conseguenze dannose sul sistema riproduttivo. Tali sostanze infatti, costituiscono degli “interferenti endocrini”, cioè possiedono una azione simile a quella degli ormoni femminili e sono in grado di peggiorare la qualità del liquido seminale.

 

Inquinanti ambientali: dove si trovano?

La maggior parte degli inquinanti ambientali che hanno dimostrato un danno diretto sulla funzione testicolare rappresentano un rischio per alcuni lavoratori, come nel caso di sostanze contenute in alcuni pesticidi come il DDT e metalli pesanti come il piombo e il cadmio.
Per altre sostanze la dimostrazione di un effetto diretto sui testicoli è più complessa, in quanto sono contenute a basse concentrazioni, non dimostrate come tossiche, anche in oggetti di uso comune. Ad esempio è possibile riscontrare perfluorati (PFOS e PFOA) in una larga varietà di prodotti di uso quotidiano: tappeti, isolanti, detersivi, tappezzerie, insetticidi, presìdi odontotecnici, tessuti tecnici, schiume antincendio, rivestimenti impermeabili ad olio e grassi per carta ad uso alimentare, antiaderenti delle padelle e vernici per pavimenti.

Gli ftalati (DEHP) sono invece sostanze utilizzate per rendere flessibili le plastiche a base di PVC e sono utilizzati nella produzione dei materiali di imballaggio, nei giocattoli per l’infanzia e nei dispositivi medici quali i tubi e le sacche per trasfusione. Rappresentano quindi contaminanti con possibile impatto sulla salute umana, anche in fasce di popolazione a rischio come l’infanzia e gli adulti sottoposti a trattamenti terapeutici continuativi. Sempre maggiori evidenze correlano, inoltre, l’inquinamento atmosferico e lo smog urbano alla riduzione della fertilità maschile: livelli più alti di sostanze tossiche sono stati riscontrati nel sangue di uomini che vivono in grandi aree metropolitane rispetto a piccoli centri urbani.

Infine, tracce di inquinanti vengono riscontrate anche negli alimenti, dove arrivano sia per contatto diretto, per esempio con i contenitori di plastica (bisfenolo A), sia per l’inquinamento degli ambienti in cui vivono e vengono allevati gli animali e coltivate le piante (diossina, mercurio).

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